Destino comune delle creature è quello di ribellarsi ai propri creatori: la situazione si fa spinosa quando diviene vago il confine tra i due. Morgan Perdinka è una creatura, non esiste se non nell’invenzione di Danilo Arona, il creatore... o viceversa? Nella bibliografia del Perdinka troviamo alcuni libri scritti da Arona, il quale anche quando confessa apertamente l’atto di creazione non è mai definitivo, come se lasciasse spiragli ad altre verità. La differenza tra la creatura e il creatore è talmente flebile che non vale la pena stare ad indagare oltre e prendiamo per buona la definizione di Arona che apre la sua prefazione: «In uno di questi universi esisteva Morgan Perdinka, lo scrittore».

Da questa situazione poco chiara - aggravata dal fatto che alcune librerie online non riportano Arona fra gli autori! - scaturisce Malapunta. Dopo aver conosciuto la morte di Morgan Perdinka (ne L’estate di Montebuio, Gargoyle Books 2009), ora ne approfondiamo l’opera con un suo romanzo del 2003 "ritrovato" e presentato da Arona e da una sibillina Chiara Bordoni, che destabilizza il lettore con una prefazione crudele: «Morgan e il suo libro, Malapunta, sono in modo per niente rassicurante la stessa entità.»

 

Malapunta è una piccola isola, tra la Toscana e la Corsica, dove si sogna. Gli unici cinque abitanti, più o meno ufficiali, sono lì per i motivi più diversi ma sono tutti accomunati dai sogni: straordinariamente simili e straordinariamente letali. Non serve altro nelle capaci mani dell’autore (Perdinka o Arona che sia) per tessere una trama sottile che avvolga l’intero mondo, l’intero universo e l’intero tempo: come può una roccia in mezzo al mare - «quel sasso emerso che sfidava il cielo e la logica con il suo carico di enigmi» - farci riflettere sull’universo? Semplice: tramite i sogni.

Sarebbe facile e sbrigativo definire Malapunta come una porta verso altre dimensioni: il guaio è che stiamo parlando della nostra dimensione. Comunque è sempre una porta, e come un’altra celebre porta (quella di Rashō, detta Rashōmon) vede il ripetersi delle storie a seconda del punto di vista di alcuni personaggi, perché la realtà è (purtroppo) unica, ma viene vissuta (orribilmente) da ognuno in modo diverso. 

I libri di Arona fanno male dentro, creano dolore nell’anima perché l’autore riesce ad arrivare in punti che non credevamo di avere sensibili. Quanto sarebbe bello poter accusare lo scrittore di star inventando tutto, di star distorcendo la realtà per fini romanzeschi... ma il problema è che i suoi libri ci fanno capire che siamo noi ad aver distorto la realtà per poter andare avanti, per poter chiudere gli occhi la notte senza intravedere demoni dai capelli lunghi...

Quando si chiude Malapunta si prova la stessa sensazione provata da ogni libro di Arona: qualcosa è cambiato, anche se non si sa cosa. Molti libri ci cambiano dentro: i suoi libri cambiano invece il nostro esterno, la nostra realtà non è più la stessa dopo aver letto un titolo di Arona! È come se svegliasse sensori, idee, ingranaggi che siamo riusciti a tenere sopiti e li mettesse in fibrillazione. Ci fa ricordare eventi passati che avevamo rimosso, o forse ci convince di ricordare qualcosa in realtà mai avvenuta, ma il risultato è lo stesso: ci ritroviamo con la sensazione che la nostra realtà è cambiata... ed è tutta colpa di Arona!

 

«Malapunta è come certi deserti dell’Africa. Ti entra dentro e fa nascere brutti pensieri. E sogni. Sogni talmente densi che si confondono con la realtà».

Come illustrato alla perfezione dalla copertina del libro, l’universo dai capelli lunghi che vive nelle nostre menti avvolge tutto, e forse solo da Malapunta possiamo iniziare a prenderne coscienza.

Un romanzo intenso e doloroso che manda in frantumi lo specchio che noi chiamavamo realtà. «Lo specchio si è spezzato - recita Max von Sydow ne L’ora del lupo bergmaniano - ma cosa riflettono i frantumi?» C’è solo da augurarsi che non riflettano dei lunghi capelli...