La collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali”, curata dalla Gazzetta dello Sport e Stefano Di Marino, presenta da ieri in edicola un film controverso: “L’ultimo combattimento di Chen” (Game of Death, 1978) è da una parte una scadente operazione commerciale - per non dire del vero e proprio sciacallaggio - che specula sulla figura di Bruce Lee a cinque anni dalla sua morte, ma dall’altra è anche stato per decenni l’unico modo che i fan di tutto il mondo hanno avuto per ammirare il suo ultimo - e migliore - lavoro... Almeno fino al 2000. Ma andiamo con ordine.

Quando il 20 luglio 1973 sopraggiunge la morte, Bruce Lee stava lavorando ad un progetto di film marziale come non ce ne sarebbero mai stati in futuro. Con allievi ed amici stava dando vita al “Game of Death”, un film di ascesa marzial-spirituale di cui però Lee riuscì a girare solo poche decine di minuti. La sua morte fece finire il tutto in magazzino.

Dopo quella fatidica data decine di film, quasi sempre di pessima qualità, millantano Lee nel cast cercando (e spesso con successo) di truffare gli spettatori: il nome di Bruce in cartellone vuol dire incasso assicurato.

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