Sufficientemente “artistico” da lasciare qualche traccia dietro di sé, capace insomma di divenire nell’arco della proiezione qualcosa di “persistente”. Stiamo parlando di Nessuna verità, prova più che valida, dopo tante mediocri, del non ancora dimenticato Ridley Scott, che con Russell Crowe nei panni di Ed Hoffman e Leonardo di Caprio in quelli di Roger Ferris, il primo a capo di un dipartimento CIA dedicato al “Vicino-Oriente” (che deve aver sostituito il termine “Medio-Oriente”…), il secondo suo braccio operativo nel “vicino” di cui si diceva, delinea un quadro in chiaroscuro sul modo in cui gli Stati Uniti combattono la guerra contro il terrorismo. Lo scarto tra Ferris e il suo superiore è di quelli non da poco, come si immagina che sia accaduto, accada, e sempre accadrà ogni qualvolta un’identica situazione si trova ad essere vissuta da posizioni diametralmente opposte, tra chi la vive perché vi è immerso sino in fondo, è chi la osserva da migliaia di chilometri di distanza attraverso l’occhio artificiale di un drone in servizio pressoché continuo (“point of wiew” simulato nel corso del film grazie ad una macchina da presa HD montata su un elicottero che volava a circa 3000 metri d’altezza).

Lo sceneggiatore, William Monahan (suo lo script premio Oscar di The Departed), ha fin troppo gioco facile nel delineare due visioni del mondo agli antipodi: quella “o tutto bianco o tutto nero” di Hoffman, e quella molto più sfumata di Ferris. Se il primo è in tutto e per tutto un rappresentante della posizione “il bene della nazione al di sopra di tutto e tutti”, il secondo al contrario è portatore di una visione a tratti “caritatevole” delle faccende che lo vedono coinvolto (la caccia ad un pericoloso sceicco del terrore…), non fosse altro perché rispetto ad Hoffman che manda allegramente al macello chi ostacola i suoi piani, Harris con quegli stessi uomini condivide pericoli e responsabilità, in particolare i primi, il che giustifica anche il progressivo accumulo sulla sua faccia di ematomi, tagli, cicatrici, operazione compiuta con tale perseveranza che fa venire in mente il bisogno, mai sopito d‘altronde da parte di Di Caprio, di mettere quanta più distanza possibile tra la sua immagine di divo sorta dopo Titanic e quella che ha preso le mosse ad iniziare dalla collaborazione con Scorsese (discorso che pare riguardare anche Russell Crowe, ingrassato, si racconta, di circa trenta chili per la parte…).

Il finale poi è di quelli che inosservato non potrebbe passarci neanche se lo volesse, primo perché è abbastanza amaro da far riflettere, ma soprattutto perché girato come è girato, attraverso cioè un progressivo “disimpegno” in plongée da un dettaglio significativo ad un totale talmente vasto da cancellare qualsiasi riferimento preciso, illustra in modo perfetto cosa significa esistere solo come appendice di qualcuno che guarda…