Cinema e malavita, in tutte  le culture, hanno sempre creato un binomio di volta in volta destinato a creare miti, alimentare leggende sui suoi protagonisti ma anche a riciclare denaro in maniera più o meno limpida e a fornire ai “banditi” veri un alone di rispettabilità grazie alla frequentazione di varie star che comunque ne traggono profitto. Basti pensare a Hollywood e ai suoi legami con la mafia italo-americana, vengono in mente scene dal Padrino, ma anche la carriera di Frank Sinatra e mille altri episodi.

Just Heroes
Just Heroes
È stato così in Giappone, in Corea, in India, probabilmente in Italia e certamente il fenomeno si presenta a Hong Kong, terzo produttore di film del mondo, in maniera vasta e articolata. Tempo fa, al Festival di Udine parlando con Simon Yam, uno dei più versatili e apprezzati attori della colonia non di rado impegnato in produzioni occidentali (era il franco-cinese Luc in A Bullet in the Head di Woo ma faceva il gangster nella Culla della vita con Angelina Jolie nei panni di Lara Croft) mi confidava di preferire i  film romantici ma che nella sua carriera ha dovuto girare film dozzinali a ritmo continuo in cui recitava la parte del bandito con un codice d’onore, una versione edificante del Palo Rosso delle Triadi, una sorta di Robin Hood. “Sai… quando gli amici ti chiedono il favore di recitare nel loro film, non puoi rifiutare”, mi diceva. E gli amici non erano certo John Woo o qualche altro regista come Johnny To ma produttori come Charles Heung che a volte ha fatto addirittura l’attore ma fondamentalmente possiede diverse società di produzione che riciclano i fondi della sua Triade. Detto per inciso, era il marito di Betty Ting Pei l’attrice nella cui casa è misteriosamente morto Bruce Lee con il quale si diceva che la spregiudicata avesse una relazione. Ci fecero addirittura un film Bruce Lee ed io… Poi lei è scomparsa dalla scena e si è fatta suora nel monastero di Lamma. Ma di storie del genere il cinema di Hong Kong è pieno.

Alcune  le abbiamo già accennate, come gli incidenti in cui fu coinvolta Anita Mui che era piuttosto spregiudicata nella scelta delle sue amicizie maschili, ma altre moltissime altre rimangono ignorate, segrete. Di fatto a Hong Kong esistono tantissime case di produzione, molte legate a Taiwan che girano porno, film d’azione imperniati sulla mafia, storie di violenza. Tutti prodotti raffazzonati, girati in pochi giorni che coprono altre manovre e, come si dice da queste parti  “danno faccia” a chi le sponsorizza. Jimmy Wang  Yu, l’eroe di Mantieni l’odio per la tua vendetta e Con una mano ti uccido e due piedi  ti spezzo due classici del Kung Fu (che non ha mai praticato essendo stato ai tempi un nuotatore!) si è ritirato diventando produttore a Taiwan. Non ha mai negato i suoi legami con la malavita e, arti marziali o meno, una volta gli capitò di doversi difendere da sicari armati di mannaia che lo assalirono in un ristorante. E' ancora vivo per raccontarla, evidentemente era un tipo deciso… A parte questo, però, a noi interessa come il cinema di Hong Kong abbia negli anni plasmato e assorbito l’immagine del gangster interagendo con la realtà. Rimandando un discorso più ampio su John Woo è innegabile che tocchi a lui il merito di aver lanciato l’Heroic Bloodshed, l’eroico bagno di sangue come diceva Rick Baker creando in pochi film tutta un’iconografia mitica che avrebbe influenzato tutto il cinema gangsteristico di Hong Kong e, alla fine anche quello americano. Eppure i gangster di A Better Tomorrow 1 e 2 e soprattutto quel Mark Gor - fratello Mark - così "cool" avevano davvero poco a che fare con i malavitosi veri. Fu solo dopo i film di Woo che i gangster della colonia cominciarono a indossare lunghi spolverini e occhiali da sole, a tenere lo stuzzicadenti tra le labbra a muoversi… con quello stile che Woo aveva preso dai film di Melville sulla mala  francese. Eppure il codice d’onore, i legami familiari, l’amicizia e quelle favolose sparatorie al rallentatore (questa volta rubate da Sam Peckinpah) portavano una ventata nuova nell’allievo di Zhang Cheh e trasformavano il Wuxiapian e il Gongfupian (il cinema di Kung Fu, più moderno e urbano alla Bruce Lee) in qualcosa di estremamente differente nuovo cui si sarebbero ispirati decine di altri registi. Tra questi certamente Kirk Wong (il già citato Gunmen ma anche Gangster Story l’unico film “serio” di Jackie Chance) merita una menzione per il realismo, l’approccio volutamente non eroico, violento ripreso anche qui mescolandolo a tradizioni americane (in questo caso rubando da Scorsese)  da Wong Kar Way nel suo As Tears Goes By. E mentre registi dozzinali ma non del tutto privi di mestiere come Godfrey Ho giravano remake al femminile di The Killer (sempre di Woo ispirato a Frank Costello faccia d’angelo) lanciando con Deadley China Dolls un filone denominato Femme Fatale e Wong Jing, figura poliedrica del cinema di HK che merita una trattazione a parte imbastiva con più o meno abilità storie di vita e malavita (A True Mob Story con Andy Lau), registi di maggiore sensibilità seguivano la loro strada. Di Pon Man Kit abbiamo già detto a proposito dei film ispirati alle vicende di Gangster veri come Limpy Ho, ma Tsui Hark, poliedrica personalità del cinema di Hong Kong e produttore di  Woo s’imponeva con film disturbanti come L’Enfer des Armes (disponibile in versione integrale solo in francese) che nulla aveva a che fare con le pirotecniche acrobazie dei film di John. Addirittura i due litigano e ne esce un A Better Tomorrow 3 che è un prequel del primo film, ossia ambientato anni prima e vede l’apprendistato di Mark - Chow Yun Fat - istruito addirittura da una donna, Anita Mui.

John Woo
John Woo
La passione, la predominanza del ruolo femminile si addicono più al cinema di Hark che a quello virile, ispirato agli eroi omoeroici di Zhang Cheh, di Woo. Di fatto BT3: Love and Death in Saigon è persino migliore della saga vietnamita di Woo A Bullet in the Head che rimane sempre un ottimo prodotto ma riecheggia in alcuni tratti addirittura fastidiosamente Il Cacciatore di Cimino. Tra tutti i registi di questo periodo d’oro del cinema di Hong Kong - all’incirca tra l’87 e il 95 – spicca certamente Ringo Lam che gira un trittico City on  Fire, School on Fire e Prison on Fire creando un’immagine originale, non lontanissima dall’opera di Woo ma iperviolenta, più realistica e disperata che, a sua volta ispirerà Tarantino nelle Iene che riprende quasi esattamente diversi elementi di City On Fire.

Il capolavoro di Lam però resta Full Contact una vicenda violenta nichilistica con un Chow Yun Fat e un Simon Yam grandiosi, tra Bangkok e Hong Kong con l’inserimento di un altro attore che negli anni diventerà famoso, Anthony Wong con quel viso così singolare frutto delle radici germaniche che lo imporranno in ruoli meno fisici, meno “belli” dei suoi colleghi ma assolutamente irresistibili. Full Contact è l’apoteosi del cinema delle Triadi, un po’ la pietra miliare dopo la quale Hollywood cerca d’impadronirsi del fenomeno e, così facendo lo distrugge. Di tutti i registi emigrati in America solo Woo riesce a inserirsi nelle meccaniche Hollywoodiane ma il suo cinema è snaturato.

Full Contact
Full Contact
Forse solo Face Off ritiene qualcosa del suo antico vigore, ma è una copia di cose già viste. Dal pur spettacolare Mission Impossible 2 al terrificante Paycheck tutto il cinema di Woo sembra una disperata corsa a rifare i classici americani con quel marchio d’azione che, esaurito lo stupore delle sparatorie al rallentatore, diventa noia. E agli altri non va meglio. Kirk Wong si lascia impelagare in The Hit, un film suo malgrado comico che delude i fan e non trova un equilibrio  tra azione e comicità. Ringo Lam gira un discreto film con Van Damme, Maximum Risk , ma si appiattisce poi alle esigenze di un divo in declino. Torna a Hong Kong per girare un paio di buoni film - The Suspect per esempio – ma ormai privi di tutto il vigore di un tempo. Sparisce relativamente in fretta. Tsui Hark tenta un doppio colpo con Van Damme (Double team e Knock-off) ma gira solo pasticci incomprensibili per il pubblico di ogni paese. Torna a Hong Kong dove accatasta progetti e realizzazioni come Time and Tide visto a Venezia ma veramente privo del rigore che ha contraddistinto i suoi film migliori. Forse i veri talenti rimangono a casa, come Johnny To che fonda la sua Milkieway e continua sfornare film alcuni bellissimi, originali nel ritmo e nella concezione della sceneggiatura quali The Mission, An Hero Never Dies e The Longest Nite. A volte co-produce e lascia firmare ad altri come nel caso di Expect the Unespected di Wai Ka Fai e del bellissimo Beyond Ipothermia di Pratrick Leung, poi cambia registro, passa alla commedia, fa sin troppo come con tutti i film con Andy Lau (Running out of Time 1 e 2) per raccogliere soldi. Recentemente la sua vena ha dato segni di appannamento con un decoroso Full Time Killer seguito da PTU e Breaking News che sembrano ripetere all’infinito le sue opere migliori. E nello stesso tempo con il mutare della situazione politica mutano anche i film di gangster. Michael Wong, mezzo sangue che non parla cinese, è l’eroe dei film di Gordon Chan che esaltano le forze di polizia durante il passaggio alla Madrepatria. Nascono così Final Option, First Option, Revenge, In the Line of Dutydove non sono più i gangster a dominare la scena ma dei super poliziotti molto americani e sin troppo  immagini sponsor delle forze dell’ordine della nuova Hong Kong. Ma nasce anche un filone avverso, che mostra impietosamente la realtà delle Triadi ma, al tempo stesso, infarcito di violenza con i suoi eroi belli e dannati è lo specchio di quella che è la realtà delle Triadi oggi. Andrew Lau firma sette episodi di una saga violenta, Young and Dangerous interpretata dai nuovi divi Ekin “Dior” Cheng e Jordan Wong ispirata e con i tempi narrativi di un fumetto popolare, The Rascals. Subito popolarissima la serie è diventata un must per i giovani attori, uomini e donne emergenti, sia per le vecchie glorie che vogliono ancora apparire sullo schermo. È una storia che nasce nei quartieri alveare ma si dipana a Taiwan, ad Amsterdam, a Tokyo e torna a Hong Kong nei rioni di lusso dove i gangster vestono abiti italiani e sembrano agenti di borsa. C’è violenza ma molto intrigo, corruzione politica, l’onore non c’entra se non come scusa. Rivendendoli tutti si coglie il disagio del cambiamento, di come i giovani leoni della mafia hongkonghese ormai siano presi in un meccanismo più grande di loro che li costringe a indossare la maschera degli affaristi relegando l’azione liberatoria a qualche brevissimo, ma sconvolgente istante. Ma ormai anche questo filone sta tramontando, sostituito da commedie rosa, wuxiapian aiutati da effetti digitali, storie persino in stile Dario Argento o Basic Instinct in tutte le varianti possibili. Esaurito il filone Young and Dangerous, Andrew Lau si getta nella produzione, fortunata, di thriller patinati, spesso complicatissimi nella trama con eroi che sembrano usciti da sfilate di moda implicati in vicende ricche di flashback non sempre lineari e logici.

Infernal Affairs
Infernal Affairs
Infernal Affairs ha già raggiunto il terzo capitolo e sembra essere diventato anch’esso una tappa irrinunciabile per chiunque voglia “apparire” sulla scena del cinema di HK, anche solo con un cameo. Distribuito in DVD in Italia, sarà presto oggetto di un remake americano. Dirige Scorsese. Che volere di più?

Il film di gangster con i suoi miti, veri o creati artificiosamente, specchio e modello della scena criminale nella colonia è finito e annega nella ripetizione. Per trovare qualcosa di più originale, di vero bisogna volgersi verso la Corea e il Giappone che, dopo decenni di incertezze – la prima - e decadenza - il secondo - stano recuperando il desiderio di raccontare in maniera originale, provocatoria storie di vita e malavita.

Non per nulla i DVD di Hong Kong che un tempo erano tutti in zona 0, ossia non richiedevano un lettore particolare, adesso sono tutti in Zona 3, destinati quindi al mercato coreano e giapponese. Ed è da questi particolari che s’intuiscono molte scelte produttive di un mercato che, ormai, non pensa più a se stesso ma è proiettato a compiacere e a copiare l’estero. Non credo si tratti di un effetto negativo determinato dal ritorno alla Madrepatria, il cinema di Hong Kong non è mai stato “politico” e sarebbe assurdo attribuirne il declino, almeno in questo filone, a imposizioni di Beijing, soprattutto perché è sempre circolato oltre i confini la il grande vicino. Il cinema gangsteristico ha semplicemente esaurito il suo slancio, sono cambiate le condizioni economiche degli spettatori e, alla fine, del Palo Rosso che si fa strada con la violenza e viene tradito dagli amici, i giovani - che sono quelli che vanno al cinema  – non vogliono sentir più parlare. E se a questo aggiungete che tutti i migliori talenti sono stati o fagocitati o snaturati dall’industria americana il risultato è desolante…