Esistono tanti modi per raccontare una storia, attraverso un racconto epistolare, una narrazione letteraria, riportando dati e luoghi in cui la vicenda si è dipanata per mezzo di un saggio, o ancora attraverso un romanzo che fa incursioni nella storia reale. È il caso di questa vicenda che stiamo per raccontarvi, Vito Bruschini, giornalista che dirige l’agenzia Global Press, nonché autore di Vallanzasca -Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno- (Newton Compton), narra la vicenda, attraverso dati e fatti realmente accaduti, dell’uomo più pericoloso e temuto del periodo degli anni di piombo, anni che visse sulla propria pelle e che sembrò plasmare a suo piacere. Bruschini miscela una sapienza letteraria oggettiva e riflessiva con un tocco originale di noir. Ma perché il male per taluni individui sembra sposarsi con la quotidianità? Platone arrivò ad affermare che la causa dei mali del mondo si basasse su un'innata tendenza che vi è “nella parte corporea dell’individuo”. Tale natura, sempre secondo Platone, è “la materia non ancora ordinata”, ovvero il caos primordiale che precede l'ordine posto dalla divinità. Concetto astratto che tenta in qualche modo di giustificare l’esistenza del male in quegli uomini apparentemente normali ma privi di quei freni che inibiscono la possibilità di comprendere la differenza tra bene e male. Oppure un personaggio come Vallanzasca era consapevole del male che partoriva attraverso i propri gesti e ne traeva soddisfazione? Conosciuto dalla cronaca del tempo come il “bel Renè”, uccise, sequestrò, rubò e tentò più volte la fuga… attraverso questo volume cercheremo di dare la nostra risposta. 

Perché decidere di scrivere un romanzo che racconti il lato più buio del nostro paese?

“I primi anni ’70, quelli delle trame eversive messe in atto dalla Cia, manovrando la massoneria segreta di Lucio Gelli, alcuni uffici dei nostri servizi segreti, la criminalità organizzata di Cosa Nostra e della Nuova Camorra di Raffaele Cutolo, non credo che siano stati mai del tutto chiariti. Il mio romanzo, attraverso la vicenda di Vallanzasca cerca di mostrare il quadro complessivo di quegli anni foschi e le implicazioni di queste strutture nella destabilizzazione della democrazia. Qualcuno l’ha definito come un affresco in cui le batterie metropolitane come quelle di Vallanzasca e Turatello erano delle semplici pedine usate per i lavori sporchi, cioè gli omicidi eccellenti e le stragi che ben conosciamo.”

Perché ha deciso di romanzare una storia reale?

“Credo che sia la prima volta che un libro, pur nella convenzione di una storia romanzata, riesca a disegnare un affresco così completo e articolato di tutte le forze in campo che sconvolsero la vita sociale e istituzionale italiana di quegli anni. Il motivo scatenante è stato quello di rendere fruibile e appassionante una materia così complessa per avvicinare i giovani di oggi alle verità sconvolgenti di quel periodo.”

Che messaggio vuole dare ai giovani?

“Se c’è un messaggio da far passare ai nostri giovani è quello di essere sempre vigili, perché in Italia le situazioni non sono mai come appaiono e nel romanzo, questa verità emerge significativamente.”

Chi era Vallanzasca?

“Vallanzasca è stato il figlio del suo tempo. In anni di violenza, anarchia, destabilizzazione provocata e voluta dalle istituzioni, cosa ci si poteva aspettare da gente come lui? Vallanzasca non ha fatto che adeguarsi alla violenza voluta dal potere centrale.”

La criminalità come ci racconta nel libro, è stata sempre molto radicata: servizi segreti, clan, massoneria ecc.

“Vorrei che il concetto e la tesi del romanzo siano ben chiare. Anche oggi la criminalità è forte, ma la differenza sostanziale è che in quegli anni era voluta dai poteri che vivevano in simbiosi con le istituzioni. Ecco perché si scriveva sui muri “Strage di Stato”. Insomma la violenza dei criminali era finanziata e veicolata dalla Cia, dai servizi segreti italiani, dalla massoneria occulta, dai pezzi infedeli dello Stato.”

Cosa spinge un individuo apparentemente normale a commettere tanti crimini?

“Nel romanzo do una mia ipotesi per cui Vallanzasca diventò quello che conosciamo dalle cronache dell’epoca. Lui oggi se la cava con una battuta: «C’è chi nasce santo e chi nasce ladro. Io sono nato ladro». Il vero motivo lo svelo all’ultimo pagina del romanzo.”

Cosa l’ha più colpita di tutta la vicenda?

“Vallanzasca è stato condannato a quattro ergastoli per 6 omicidi e a 260 anni di carcere per reati minori. Dei sei omicidi due sono stati eseguiti direttamente da lui. Della sua vicenda però non mi hanno colpito tanto queste morti, quanto ciò di cui Vallanzasca è responsabile moralmente, della caccia all’interno delle carceri agli “infami”, ovvero i criminali che decidevano di collaborare con la polizia per alleviare il carcere duro, denunciando i loro compagni di malefatte.”

Violenza su violenza…

“Questa caccia all’infame ha provocato centinaia di omicidi, spesso di gente innocente, vittime di semplici vendette personali. Ecco, questo suo ordine, dato per tentare di arginare le numerose delazioni, è stato forse il suo peggiore e impressionante crimine.”

Italia e criminalità, cosa ne pensa?

“Naturalmente nel mondo ci sarà sempre qualcuno che commetterà un crimine. In Italia però questo “qualcuno” ha trovato sempre gioco facile per l’esasperato garantismo. In Italia non c’è certezza della pena. I processi sono troppo lunghi. Ci dobbiamo scrollare da tutte le pastoie cartacee. La vera riforma sulla giustizia sarà quella di sveltire i tempi morti della burocrazia. Oggi, potendo utilizzare gli strumenti informatici, è assurdo che una citazione debba impiegare mesi per fare poche centinaia di metri per arrivare a destinazione.”

Chi si potrebbe definire il “Vallanzasca” di questo decennio?

“La criminalità di questi nostri ultimi anni è arrivata a vette davvero aberranti. Vallanzasca era un bandito con una sua “etica” molto personale. Lui si compiace di non aver mai sparato a nessuno alle spalle.

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