Molti non la volevano. Pochi sì. I pochi hanno vinto e l’hanno avuta. Una volta avutala sono iniziati i guai. Quando questi ultimi hanno superato il livello di guardia si è cercato di chiudere il recinto, ma i buoi erano già fuggiti. La situazione adesso è semplice nella sua drammatica paradossalità: la guerra al terrorismo, in Iraq e in Afghanistan, è una di quelle guerre delle quali non si può dire che si stia vincendo, ma che al tempo stesso non si può perdere. Leoni per Agnelli, (seconda pellicola dopo Nella valle di Elah sulla guerra al terrore lanciata dall’America dopo l’undici settembre 2001 e sempre in attesa di Redacted di De Palma e Rendition di Gavin Hood…) è al tempo stesso la settima regia di Robert Redford e il suo punto di vista, sentitamente liberal, sul conflitto in corso oramai da sei lunghi anni. Il risultato sono tre face to face ognuno dei quali rispecchia uno dei tanti problemi che l’azione bellica ha portato in primo piano e che nell’ordine annoverano i rapporti tra il giornalismo e la politica, la presenza delle minoranze etniche nelle truppe Usa inviate combattere nonché il loro convincimento di essere nel giusto, il ruolo, infine, che i giovani possono, dovrebbero, debbono rivestire nella coscienza collettiva della stessa America. Il primo face to face vede la giornalista Janine Roth (Meryl Streep) avere a disposizione un’ora piena per intervistare a “ruota libera” il senatore repubblicano Jasper Irving (Tom Cruise), un falco bello e buono esperto del do ut des:tu intervisti me ma in cambio pubblicizzi nella giusta maniera l’ennesimo cambio di strategia del Pentagono capace, stavolta sul serio, di modificare radicalmente la situazione sui luoghi dove si annidano i terroristi (Afghanistan). Il secondo face to face vede coinvolti due rangers americani rimasti isolati in una zona montagnosa dell’Afghanistan proprio durante l’inizio della nuova strategia annunciata da Irving, situazione resa ancor più drammatica dalla circostanza che la zona dove i due si trovano pullula di talebani. Il terzo, infine, vede protagonisti Malley (Robert Redford), professore universitario, e Todd (Andrew Garfield), un suo giovane allievo. Il primo è quello più ficcante, più attuale, quello scritto meglio e recitato meglio ancora, quello che da solo sarebbe bastato e avanzato per il film intero. Il secondo è quello più a rischio, perché la retorica quando si tratta di situazioni estreme, è sempre in agguato (e anche stavolta fa capolino nel finale). Il terzo è il meno riuscito, quello più stantio e ingessato, anche se di fatto rimane quello più importante non fosse altro perché è gioco forza scorgere dietro lo studente brillante ma anche sfiduciato e ad un passo dal mollare gli studi mentre il professore tenta in extremis un recupero, l’America del futuro.

Tant’è...

Sul piano squisitamente registico le cose non cambiano. Il primo face to face è arioso e quanto mai vario con una gamma di inquadrature vasta a sufficienza da far dimenticare che ci si trova all’interno di una stanza dove due persone parlano e basta. A ciò va aggiunta una lode alla sceneggiatura (di Matthew Michael Carnahan, lo stesso di The Kingdom…), abilissima nel setacciare tutte le sfumature possibili quando in gioco ci sono due fazioni opposte con da una parte chi punta alla “verità” (e magari al Pulitzer…) e dall’altra chi è disposto a tutto pur di “tirare” la stampa dalla sua parte ora con lusinghe, ora con richiami alla responsabilità del suo ruolo.

Nonostante due terzi del film non siano convincenti, ma non tanto per quello che dicono ma per come lo dicono, i conti tornano anche se non come ci si aspettava perché spiazzando tutti, Redford spariglia il gioco al punto che ad uscirne con le ossa rotte non sono i soldati-leoni mandati a morire dagli agnelli-bugiardi (i primi sono due macchie sgranate su un monitor che restituisce le immagini di un satellite spia…), ma la stampa americana prona come non mai al cospetto del potere. Allora viene in mente la battuta di un po’ di tempo fa di un politico di casa nostra: “I giornalisti sono quelle persone che aspettano pazientemente sul marciapiede che io esca dal mio studio per inseguirmi e darmi risposte a domande che non mi sono mai posto”. Fatta la battuta si torna seri: siccome il valore “didattico” della pellicola è fuori discussione, una visita è d’obbligo.