Come spiegato a suo tempo nella presentazione di questa rubrica (rubriche/14230), scaffalEbook si propone di approfondire l’editoria digitale non solamente con editori specializzati e autori conosciuti, ma anche proponendo incontri con esordienti e/o scrittori che si propongono con il self-publishing.

È il caso del presente articolo, dove andiamo a scoprire l’esperienza digitale di Paolo Euron e del suo romanzo Le anime rubate con Narcissus.

Le anime rubate è un romanzo che ammetto aver approcciato incuriosito soprattutto dall’ambientazione thailandese e dall’abbinamento con la science-fiction (mix che, chi mi conosce anche come autore, sa essermi alquanto affine; ) ), ma che ha poi saputo mantenere vivo l’interesse durante tutta la lettura, sino alla sua conclusione. A ulteriore riprova che il self-publishing, pur se con le dovute attenzioni, è assolutamente un campo da esplorare per tutti noi lettori.

In questo caso, ci troviamo di fronte ad un testo scritto senz’altro con proprietà di linguaggio, con cognizione vera e vissuta dell’ambientazione, con un’ottima idea come spunto (non del tutto nuova per la SF, è vero – nondimeno originale su vari aspetti di approccio al tema) e un apprezzato mix tra fantascienza, noir, narrativa cosiddetta (dipende dai punti di vista, no?) “esotica” e, aggiungo, un tocco palpabile di mainstream, in particolare per quanto riguarda il lodevole inserimento di riflessioni inserite nel tessuto narrativo. E parliamo di riflessioni sentite e intelligenti, non buttate lì a caso, o tanto per darsi un tocco letterarario. Tra l’altro, fatto salvo un paio di passi, non vanno ad appesantire il testo; costituiscono bensì uno degli elementi portanti dello stile e degli intenti dell’autore.

Aspetti di miglioramento si palesano nel ritmo e nel coinvolgimento costante del lettore nel flusso degli accadimenti; e, forse (è molto soggettivo), un po’ nella gestione del finale.

Comunque, la parte migliore del romanzo, oltre che nel soggetto, sta nell’efficacia dei dialoghi, nelle descrizioni di Bangkok nei suoi scorci quotidiani e meno evidenti, e nella caratterizzazione, sfumata e forte insieme, di alcuni protagonisti.

Le anime rubate è insomma un libro che a mio giudizio esce sostanzialmente formato dal big bang del self publishing. Un romanzo che, con alcuni ritocchi e l’inserimento di qualche accelerazione più convinta, risulterebbe ancor più convincente e accattivante persino per un pubblico più ampio. Sempre che quest’ultimo aspetto interessi davvero l’autore: non sta scritto infatti da nessuna parte che così debba essere – ed è peraltro anche in tal senso che l’autopubblicazione rappresenta un’opportunità per gli scrittori che desiderano proporre un’opera con un target più definito di lettori. Target che, purtroppo, non rappresenta un potenziale di mercato appetibile per gli editori, costretti spesso a scartare opere di valore intrinseco ma presunte (a torto o a ragione) non adeguate in termini di ritorno sugli investimenti.

Ma sentiamo direttamente da Paolo Euron, che siamo andati ad intervistare, su cosa è incentrato Le anime rubate.

Caro Paolo, benvenuto su ThrillerMagazine.

Grazie!

Parliamo innanzitutto un po’ di te, della tua vita, per conoscere un po’ l’uomo prima dell’autore.

La mia vita è strettamente legata alla scrittura... Sono nato a Castagnole delle Lanze, un paese vicino ad Asti. La mia primissima passione è stata la fantascienza, ho iniziato a scrivere i primi racconti quando appena sapevo leggere le didascalie sotto i disegni di vecchi romanzi di Urania. Poi, da studente a Torino, mi sono appassionato di poesia. Ho studiato filosofia perché mi interessava la relazione tra opera d’arte (per me opera letteraria) e riflessione, e nel frattempo ho pubblicato i miei primi racconti e poesie su riviste allora importanti, Il racconto di Guido Almansi e Il Verri di Luciano Anceschi. Ho vissuto poi diversi anni in Germania, prima lavorando per il Consolato italiano e poi svolgendo ricerca per il dottorato. Rientrato in Italia ho insegnato per una decina d’anni filosofia all’Università degli Studi di Torino. In questo periodo ho scritto e pubblicato numerosi saggi di estetica e di filosofia. Non ho mai smesso di scrivere narrativa, anche se non ho pubblicato per diverso tempo. Poi la mia attività mi ha portato in Asia. È stata una scelta di vita dettata da passione e non solo professionale. Il nuovo ritmo di vita orientale, più rilassato, mi ha anche offerto l’occasione, tra l’altro, di tornare a dedicarmi con costanza alla narrativa.

Attualmente, insegni History of Italian Ideas presso la Chulalongkorn University di Bangkok. Come ci si trova a lavorare per la più prestigiosa (e conservatrice, direi) università del regno? E ad insegnare filosofia occidendale in Oriente?

Io mi trovo benissimo. Ho degli studenti meravigliosi, ho dei colleghi di grande livello e si vive in un ambiente difficilmente immaginabile in un’università italiana. Poi insegno anche in corsi di letteratura e mi è stata concessa grande libertà nell’insegnare quel che conosco e so fare. Certo, la Thailandia è accogliente ma non è semplice come appare. Sarebbe un errore scambiare la tolleranza dell’ethos thailandese con l’indifferenza. La società thailandese è solo apparentemente simile a quella occidente e aperta a tutti. In realtà è una società conservatrice e completamente diversa da quella europea, qui è come vivere su un altro pianeta. Questo significa che occorre una grande adattabilità e, soprattutto, una sensibilità particolare. Insegnare le idee occidentali in questo contesto è una sfida: si deve partire da zero, mettere in questione quello che solitamente si dà per scontato, quindi significa trovarsi nelle condizioni di poter imparare molto.

E veniamo dunque al tuo romanzo: di cosa parla Le anime rubate?

Se esistesse una macchina in grado di individuare l'anima e poi capace di trasferire l'anima da una persona all'altra, che cosa potrebbe succedere? Chi sarebbe disposto a vendere la propria anima, anche solo per pochi giorni? E che cosa cercherebbe chi compra, o meglio, chi ruba un'anima? Che cosa potrebbe spingere gli occidentali a rubare un’anima altrui? La nostra società occidentale è stanca, ha perso entusiasmo, fiducia nel futuro. Quella che percepiamo come crisi economica è in realtà una crisi di senso dell’esistenza. D’altra parte l'occidente ha sempre acquistato (o rubato) le materie prime di cui ha avuto bisogno, e perfino i corpi. Sarebbe diverso con le anime? Infatti ci sono dei Paesi in cui ancora abbondano anime intatte. Probabilmente si svilupperebbe un mercato con enormi interessi. Tuttavia penso che nel caso delle anime cambierebbero gli equilibri tra vittime e carnefici, anche solo perché i carnefici occidentali di fatto non credono più nell'anima. Ho immaginato poi che vivere con un’anima fresca, ingenua, piena di entusiasmo e fiducia nel futuro sia una condizione che crea dipendenza, come una droga. Roberto è un ladro di anime ricercato dalla polizia. Viene aiutato dalla Thailandese Jan, che a sua volta è interessata al mercato delle anime. Assieme ad altri amici fuggono attraverso una Bangkok misteriosa e arroventata e una Thailandia esotica e scoprono come interessi internazionali, medici, militari, dell'industria del divertimento ruotino attorno a ciò che l'occidente ha dimenticato: l'anima. La storia è fatta di azione, fuga, passione, delitti. Ogni personaggio cerca di salvarsi dai propri inseguitori e, nello stesso tempo, di soddisfare i propri personali desideri o interessi, mai confessati.

Volevi scrivere un romanzo di science fiction da ambientare in Thailandia e hai cercato un’idea consona, oppure il contrario? Insomma, come nasce il romanzo?

Collocare il romanzo in Thailandia è stata una scelta naturale, in quanto è l’ambiente che mi è più prossimo. Il primo appunto del romanzo l’ho ritrovato su un taccuino datato 2007, scritto a Singapore: un uomo è in fuga dalla polizia perché ha un’anima rubata. Il tema del furto di anime mi sembrava comunque da sviluppare in oriente, che offre tanti spunti, ad esempio la presenza diffusa di tradizioni e identità in una misura sconosciuta all’individualismo occidentale. Quanto al genere, dopo aver scritto negli anni passati alcuni romanzi mainstream, avevo deciso di tornare al mio stile preferito, e al genere fantastico in cui avevo scritto il mio primo libro di narrativa. E mi sono sentito molto a mio agio. Forse dopo che il mio primo libro dal titolo Nostalgia dei luoghi non vissuti (Lighea, Torino 1997) è stato proposto agli studenti della Chulalongkorn University, ho sentito che non avevo più bisogno di dimostrare nulla. Lo dico per scherzare, ovviamente, ma non sono mancati dei colleghi italiani che, quando hanno letto su Amazon che il mio romanzo era nello scaffale della fantascienza, si sono mostrati perplessi.

Ci sono molte sfaccettature di genere e non, nel romanzo...

Sai, in realtà non mi propongo di scrivere un romanzo di genere, ma di scrivere un romanzo. Poi io vengo da una formazione letteraria, non lo posso nascondere. Allo stesso modo non posso nascondere che ho imparato a scrivere componendo racconti di fantascienza. In genere all’estero non sarebbe nulla di strano, in Italia lo è. Amo la fantascienza, il noir, ma non penso sia la sola ragione che mi spinge a scrivere così: la scelta di scrivere narrativa di genere a mio avviso offre un vantaggio, quello di consentire una maggiore libertà di creazione. Con la scelta di un genere infatti si pongono dei limiti, delle aspettative, si scelgono degli stilemi e se ne escludono altri. La libertà è appunto una conseguenza dei limiti posti, è il nostro lavoro per rispettarli o trasgredirli.

E cosa ci troviamo invece del tuo bagaglio filosofico?

Molto, e forse non sempre le parti più riuscite, narrativamente parlando. Le idee, dico ai miei studenti, sono quanto di più concreto esiste.

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