Nella valle di Elah sono lacrime e dolori e la storia va al contrario. Non è più Davide che sconfigge Golia ma è Golia che fa un sol boccone di tanti piccoli di nome Davide che la guerra (la seconda del Golfo…) per bene che vada, rende insensibili e assassini. Non è sufficiente nemmeno tornare sani e salvi dalla mission affidata e che fa “esporto la democrazia e torno”, visto che uscire sani e salvi dalla sand-box irachena può anche significare che si torna soltanto per morire ad un passo dalla casa-base. È ciò che succede al soldato Mike Deerfield, il cui corpo fatto a pezzi e carbonizzato è rinvenuto dalla polizia a poca distanza dalla base militare di Fort Rudd da dove era partito. Hank (Tommy Lee Jones), il padre di Mike, militare in pensione, inizia allora ad indagare per suo conto anche per dare un senso all’ennesimo lutto che l’ha colpito (anche il primogenito era morto sotto le armi) e che lo inebetisce. Ben presto si ritroverà con al fianco la detective Emily Sanders (Charlize Theron), una poliziotta compassionevole ma capacissima quando serve a tirare fuori le unghie con i colleghi beceri e con i militari stolti. Ecco a grandi linee la trama. Ora, in attesa di quella che si annuncia come opera ben più radicale sempre sulla guerra in Iraq (Redacted di De Palma…) non rimane che riportare le impressioni sul secondo lavoro come regista di Paul Haggis (dopo l’Oscar ottenuto con Crash), impressioni frutto di un avvicinamento un po’ guardingo (anche perché non è che Crash fosse ‘sto gran film…) ma anche pronto a catturare quanto di buono potrebbe esserci. Tra le cose buone annotiamo ciò che di fatto non si potrebbe mai passare sotto silenzio, vale a dire il ritratto dolente di un padre (e di una madre interpretata da Susan Sarandon…) di fronte alla scomparsa del figlio proprio quando oramai sembrava che il peggio era passato, ritratto cui contribuisce in modo esemplare la misuratissima interpretazione di Tommy Lee Jones impegnato dall’inizio alla fine in un massiccio lavoro a togliere tutto ciò che di esteriore c’è nel dolore, preferendo la misura alla dismisura, il sottotraccia al conclamato, l’implosione all’esplosione. La domanda a questo punto diventa: è sufficiente ciò per fare di Nella valle di Elah un grande film? La risposta è positiva ma a patto di riuscire a superare la sensazione che alla fine dei giochi, quando la verità verrà a galla e si scoprirà chi ha fatto cosa, la montagna, cioè la guerra come grande incubatrice dove gli uomini muoiono per rinascere peggio di quello che erano, finisca col partorire il topolino sotto forma di responsabilità della guerra stessa (e si presume di chi vi ha dato inizio…) ma in un modo così annacquato e schematico che ci si interroga a lungo sulle reali intenzioni di Haggis che pare rimasto a metà nel tentativo di fotografare lo stato d’animo di una nazione (la cui situazione “non è buona”) attraverso un singolo episodio non riuscendo tra l’altro a scansare alcune ingenuità (l’istituzione militare molto “permeabile” alle richieste di Hank e di Emily…). Stando così le cose anche le due scene clou che si rincorrono lungo il film, una all’inizio, dove la bandiera americana issata per sbaglio al contrario è ammainata da Hank e issata nuovamente stavolta nel verso giusto, e l’altra alla fine, dove la stessa bandiera viene ammainata ancora da Hank per essere nuovamente alzata ma capovolta come era all’inizio, rovesciamento che segnala una pressante richiesta di aiuto, sarà simbolica quanto si vuole, ma pure questa finisce col ricadere nel limbo delle buone intenzioni rimaste sulla carta.