Il Giappone vanta una delle più antiche e raffinate cinematografie della storia. Documentarista, d’intrattenimento, sociale, il cinema nipponico ha raccolto lusinghieri successi, ormai i festival ci hanno abituato a nomi come Kurosawa, Ozu, Mizoguchi. Com’è accaduto a Hollywood e a Hong Kong la malavita ha da sempre proteso i suoi tentacoli nel mondo delle piccole e medie produzioni, per lucro ma anche per vanità.

Sonny Chiba all’apice del suo  successo
Sonny Chiba all’apice del suo successo
Insieme al Chambara-eiga (i film sui samurai chiamati così grazie a una riproduzione onomatopeica del clangore delle spade) tra gli anni 60’ e ’70 si diffuse una vasta produzione, lontana dai modelli di perfezione formale per cui il cinema nipponico va famoso nei cineclub, basata su sesso e violenza. Gli Yakuza-eiga sono una forma di racconto popolare, dei western urbani dove  immagini esplicite e violente erano al contempo un richiamo per il pubblico e lo specchio di una realtà, quella dei gangster, lontana dagli estetismi apprezzati dai critici occidentali. Eppure anche queste vicende di mafiosi tatuati, idealizzati nel loro codice d’onore ispirato a quello dei samurai, non mancavano di colpire l’immaginazione di molti spettatori e non solo orientali. In particolare c’è una serie di film nota come Showa-Zankyo-den interpretata da Takakura Ken, forse all’epoca uno dei più interessanti visi del cinema d’azione orientali che  dipingeva un mondo di rituali ancestrali inseriti in un Giappone destinato al cambiamento forzato dal contatto con l’Occidente.

Un flano originale di un film Yakuza di Kinji Fukusaku
Un flano originale di un film Yakuza di Kinji Fukusaku
È l’universo dei biscazzieri, dei debiti d’onore (il Giri di cui parlavamo  nella scorsa puntata) e soprattutto degli uomini che, per risolvere le proprie questioni si affrontano viso a viso con la spada in pugno. È il cinema della celebrazione romantica della malavita, dei tatuaggi e dei tagli del mignolo come atto di contrizione. Takakura Ken, ancora famosissimo in patria tanto da essere testimonial alla fine degli anni ’90 assieme a Steven Seagal e a Bruce Willis, di una nota campagna pubblicitaria di sigarette, è l’icona di questo cinema. Tanto da essere chiamato sia da Sindey Pollack in Yakuza (1970) che da Ridley Scott in Black Rain (1989) come spalla asiatica rispettivamente di Mitchum e di Douglas. I due film citati sono solo un esempio del gusto occidentale di riprodurre un oriente favoloso e immaginifico, poco realistico ma perfettamente coerente con la mitologia dello Yakuza-eiga degli anni ’60. Se vediamo i film di Seijun Suzuki di quell’epoca, in particolare Tokyo drifter (1966) ritroviamo l’atmosfera ma, com’è naturale, tutto ci appare meno colorito e folkloristico. È un po’ come l’Italia dei poliziotteschi di Di Leo, decisamente meno stereotipata delle immagini  patinate di Coppola debordanti di cannoli, ceste di frutta, coppole e tutta la parafernalia che serve a Hollywood per identificare il nostro paese e la sua malavita.

Tokyo Drifter di Suzuki
Tokyo Drifter di Suzuki
Eppure nei film di Suzuki si vede una Tokyo moderna molto in linea con i canoni estetici del cinema internazionale di quegli anni (nel film citato c’è una scena in un night interamente tappezzato di giallo, un arredamento monocromatico tipico da locale notturno anche nei polizieschi americani di quei tempi), nella quale si muovono idealizzate figure di gangster. In quella giapponese come in altre cinematografie il gangster idealizzato risponde a canoni piuttosto classici. È un solitario, ribelle ma fedele al suo “padrino”, di solito s’innamora di una cantante di night e si mette nei guai contro i nuovi e più arroganti banditi privi d’onore e che non accettano la sua volontà di vivere fuori dal branco. Sono queste caratteristiche “tragiche”, direi comuni, all’eroe di Suzuki quanto al Luca Canali di Fernando di Leo, al Frank Costello di Melville quanto allo Stone Killer interpretato da Charles Bronson nell’omonimo film di Michael Winner, che hanno  ispirato Paul Schrader nella realizzazione della sceneggiatura di Yakuza di Pollack, a tutt’oggi, forse il miglior film del genere realizzato in occidente.  Ma, all’inizio degli anni ’70, il cinema ferveva di  impulsi differenti.

Menottes rouges, nella versione francese delle avventure della Donna Scorpione … ispiratrice
Menottes rouges, nella versione francese delle avventure della Donna Scorpione … ispiratrice
Da un lato esplodeva prima a Hong Kong poi nel resto del mondo (Giappone compreso) il filone Kung Fun di Bruce Lee. Nazionalisti com’erano i giapponesi  trovarono subito il loro eroe nazionale. Sonny Chiba, stunman, seguace del Karate di Mas Oyama (quello del contatto reale, degli show dove si spezzano le corna ai tori e, tra le altre cose, impiegato nelle sequenze  marziali di 007 Si vive solo due volte) si  presentava come un Bronson orientale e i suoi film, spesso legati al mondo della Yakuza non possono però essere considerati realmente  del filone. La sua serie più celebre The Streetfighter (vista e osannata da Tarantino ai tempi in cui faceva il commesso in un negozio di videonoleggio a Santa Monica) è oggi reperibile in un cofanetto di dieci DVD ristampati in Inghilterra. Sono film ingenui, proprio come erano quelli con Bronson o Burt Reynolds all’epoca, basati soprattutto sul Karate e con una rappresentazione della Yakuza che non si discosta molto dall’immagine della mafia nera dei film di Shaft. Siamo nella stessa epoca e sarebbe interessante vedere come, in culture diverse, il cinema popolare abbia sempre proposto semplici vicende d’azione dove accanto all’eroe difensore della legge e dell’onore si siano visti politicanti corrotti, gangster feroci e vecchi banditi, alla fine meritevoli di rispetto perché legati a un codice d’onore. Chiba ha avuto una carriera lunghissima e prolifica, passando dal gangster movie, alle storie di samurai, chiamato a Hong Kong non solo come maestro d’armi ma anche come interprete per finire in Kill Bill di Tarantino, consacrato a icona di tutto un cinema, proprio come Gordon Liu lo è del Kung Fu nel personaggio di Pei Mei. Ma Kill Bill, un film forse discutibile ma certamente un’operazione riuscita di ripescaggio di suggestioni culturali del regista, offre spunti di ricerca meno ovvi. La presenza di David Carradine, le coreografie delle arti marziali cinesi e la figura del vecchio maestro di kung fu hanno indotto la critica a citare tra le sue fonti tutto un genere conosciuto ormai anche in Occidente. Il cinema di Hong Kong, dopo John Woo sembra essere appannaggio di qualsiasi critico abbia visto due film e letto  un paio di saggi. Per la verità, soprattutto nella prima parte del film, Tarantino ripesca nella tradizione cinematografica giapponese anni ’70 quasi sconosciuta da noi.

Insieme a Lady Snowblood…
Insieme a Lady Snowblood…
Lo fa da vero appassionato, prova ne sono i festival e le riedizioni di opere di registi semisconosciuti come Kinji Fukasaku. Questi (che per la cronaca diresse le sequenze giapponesi di Tota, Tora, Tora!) fu - è morto nel 2003- un innovatore, un regista prolifico e coraggioso sin dagli anni ’70 in cui stravolse il genere Yakuza decidendo di raccontarne il lato più crudo e realistico. Fight without Jingi, The Graveyard of the Morality  e Gangwar in Okinawa - tutti reperibili in edizioni restaurate francesi con commento di Tarantino ma anche proposti sul mercato anglosassone – raccontano la Yakuza con il piglio di De Palma in Scarface. Sono storie di piccoli gangster che al codice d’onore si sentono legati solo nominalmente, troppo occupati a sopravvivere a guadagnarsi la loro fetta di territorio con la violenza, a costo del tradimento dei loro stessi amici è capi. Sono dei noir cupi, realistici dove ogni romanticismo tra uomini e donne è solo abbozzato, schiacciato dalle “reali” brutalità che dominano il mondo dei gangster e delle loro compagne, di solito prostitute. Di tutto ciò nel film di Tarantino, a dir la verità c’è poco, più che altro la brutalità, il senso della vendetta che si va a mescolare con un altro genere riconducibile allo Yakuza-eiga molto caro a Tarantino. É nel personaggio di Oren I-Sihii (interpretato da Luci Liu) che ritroviamo con maggior rilievo le citazioni di  un filone di storie molto popolare nel Giappone anni ‘70/’80. Sono film che potremmo definire di “exploitation”, di sfruttamento del sesso e della violenza in cui assistiamo alle vicissitudini di angeliche giovinette stuprate e malmenate da gangster psicopatici sino a diventare loro stesse delle iene sanguinarie. Se il personaggio di Oren è ispirato a Lady Snowblood, spadaccina medioevale protagonista di un lungo serial richiamato nel duello sotto la neve tra Lucy Liu e Uma Thurman, la sua guardia del corpo Go Go Yubari (interpretata da Chiyaku Kuriyama, presa dal set di Battle Royale ultimo, discusso film di Fukasaku) si rifà direttamente a una serie di film che avevano per protagonista Lady Scorpion, poliziotta specializzata nella “distruzione” fisica di maniaci e stupratori.

…del personaggio di Oren in Kill Bill
…del personaggio di Oren in Kill Bill
Girati all’inizio degli anni ’70 i due film di Shuyna Ito sono reperibili oggi in una bella compilation curata dalla francese HKVideo (Femmes fatales: La femme scorpion e Menottes rouges) e fanno parte di un filone all’epoca molto popolare. Figlio sia dei film Yakuza che dei  Pinku-eiga (dei soft-core a basso costo prodotti ancora oggi) questi racconti erano poco più che un pretesto per mostrare una serie di efferatezze sessuali cui veniva sottoposta la protagonista prima dell’inevitabile e sanguinosissima vendetta. Un meccanismo molto fortunato anche nel catch femminile che proprio in Giappone ebbe il suo massimo splendore, quanto al cinema. In Kill Bill è l’elemento caratterizzante sia nelle sequenze realizzate come un anime (un cartone animato) che si riferiscono  all’infanzia di Oren, quanto nella psicopatologia del comportamento di Go Go e, alla fine, anche nella smania di vendetta della Sposa prima martirizzata e poi vendicatrice. Il film di Tarantino nel suo gioco di citazioni, però si ferma qui, ignorando o quantomeno sorvolando sulle ultime mode del cinema legato alla malavita nipponica. Su Takeshi Kitano sarebbe opportuno trattare in sede separata, la sua poetica si distacca da ogni modello. I film che ha dedicato alla Yakuza(Sonatine, Boiling Heat, Hana-bi, Fiori di fuoco premiato a Venezia, e il tutto sommato poco convincente Brother prodotto in  America) seguono la sua idea di cinema che alterna momenti comici, tristi, scoppi di violenza cuciti da una narrazione sopra le righe. Contributo al genere ripreso in varie occasioni anche da altri registi è la figura del gangster omosessuale, figura brutale che nulla ha di politicamente corretto. L’Oyabun che stupra i suoi sottoposti in  Boiling heat torna in Gonin, (opera in cui Kitano è solo interprete e che riflette tutta la disperazione di un Giappone in piena crisi economica in cui quattro persone “normali” si alleano per un colpo ai danni della Yakuza con prevedibili ritorsioni) come figura tragica, il sesso omosessuale viene consumato come forma di spregio, di punizione umiliante verso il sottoposto, la vittima. È un’immagine forte, assolutamente lontana dal romanticismo degli Yakuza-eiga di Suzuki e anche da quelli di Fukusaku. Siamo in un’era nuova perfettamente

City of Lost Souls, uno dei più originali e accessibili film di Takeshi Miike sulla Yakuza
City of Lost Souls, uno dei più originali e accessibili film di Takeshi Miike sulla Yakuza
riassunta nel delirante prologo della trilogia Dead or Alive di Takashi Miike regista prolificissimo, visionario e sgradevole in molte occasioni, ma che ha saputo creare un nuovo  trend nel filone. Ogni romanticismo è perso, e anche la visione statica, tragica di Kitano lasca spazio a iperboli iperrealistiche, o persino surrealistiche dove si fondono tutte le icone  Yakuza con il film di tortura (molto apprezzato in Giappone) e una visione certamente non gradita ai vecchi Oyabun. Nelle immagini iniziali del film citato la macchina da presa si muove impazzita tra locali notturni, case da gioco, vicoli di Shinjuku, quartiere simbolo del vizio di Tokyo. Assistiamo anche qui a un feroce stupro omosessuale con tanto di droga e mattanza finale ma è solo l’inizio di una vicenda  a tinte fortissime dove un vecchio capo della mala si procura godimento nell’affogare una giovane prostituta nei propri escrementi. È quel genere di perversione perfettamente realistica nel mondo della Yakuza moderna, riportata anche nella serie Black Angel  di Takashi Ishii (un curioso serial con un’eroina vendicatrice vestita di nero che, pur portando  abiti e nomi identici muore alla fine di ogni film come se fosse un’anima vendicatrice che passa da una donna a un’altra) che inizia con un gangster che s’informa presso i suoi uomini se le prostitute procurate per la serata possono essere fatte a pezzi e scaricate senza problemi. Ma non è finita, nel capolavoro di Miike, Ichi The Killer, un sicario psicopatico e autolesionista della Yakuza dà la caccia all’assassino del suo capo non per vendetta o per onore ma solo per punire l’uomo che l’ha privato dell’unico essere in grado di farlo godere, sempre nell’ambito di un rapporto omosessuale sadomasochistico. Questa vena brutale dello Yakuza-eiga è chiaramente riservata a un pubblico ristretto e, malgrado, Miike abbia girato diverse saghe  con le medesime caratteristiche, forse il suo film più esportabile rimane City of Lost Souls, opera relativamente meno cruda con una curiosa e originale ambientazione nei quartieri brasiliani di Tokyo. Ma nella produzione nipponica esistono anche molti prodotti d’intrattenimento sulla Yakuza meno duri e adatti a tutti i palati.

Takeshi Kitano in Boiling heat
Takeshi Kitano in Boiling heat
Val  la pena di citare Tokyo gang (con Chiba ma anche Yukio Harada, interprete anche  di La preda, film occidentale con Lambert, Joan Chen e John Lone), i due episodi di Score, Tokyo mafia e il folle Junk con uno scontro tra due bande  Yakuza in una fabbrica di prodotti chimici contaminata popolata da orde di zombie… In Occidente al di là del film di  Tarantino e ad alcuni divertenti B-movie (American Yakuza 1 e 2 con  Michael Rooker e Viggo Mortesen e Blue Tiger con una sensualissima Virginia Madsen) il film più significativo viene dalla  Francia, firmato da Chistophe Gans, regista, editore, appassionato del cinema orientale che iniziò la sua carriera giovanissimo dirigendo la rivista di cinema Starfix e ha finito per dirigere Il  patto dei lupi, un’interessante rilettura di tradizioni avventuroso-popolari francesi in salsa Hong Kong.  Gans che si è rivelato uno dei massimi artefici della riscoperta del cinema orientale prima con una rivista HKvideo, poi con collane in videocassette e DVD dei capolavori del genere, ha ripreso un fumetto Yakuza di grande successo non solo in oriente, Crying Freeman, realizzandone una versione cinematografica patinata, dove ogni sequenza è un piccolo capolavoro. La storia del killer delle triadi Cinesi (la gang dei  Figli dei Draghi o dei 108 Dragoni nella versione a fumetti) che combatte contro la Yakuza ma piange dopo ogni omicidio, ha in sé tutti quegli elementi formali e sostanziali del filone. Merito anche degli interpreti dove troviamo Mark Dacascos, vero artista marziale, forse acerbo nella recitazione ma capace di bucare letteralmente lo schermo e soprattutto Joko Shimada, indimenticata interprete dello Shogun televisivo ma soprattutto idolatrata diva del cinema giapponese di oggi. Di fatto lo Yakuza-eiga si presenta con due volti, quello brutale, iperrealisstico, surreale a volte dell’ultima produzione nipponica e quello patinato, romantico, violento ma non schivo dalle suggestioni dei classici degli anni ’70.

2-continua...