Mauro Marcialis esordisce con La strada della violenza, pubblicato dalla Colorado Noir.

Un esordio che parla chiaro. Soprattutto sulla natura umana. Per farlo, usa il linguaggio di un noir teso, brutale, torbido…

Nel risvolto di copertina Marcialis dichiara il suo indirizzo e-mail. Non potevamo non approfittarne. Soprattutto dopo aver letto e apprezzato il suo romanzo.

Ciao Mauro, benvenuto tra noi. Mai stato da “queste parti”?

Ciao e grazie del benvenuto. Da “questi parti” sono stato ogni giorno, negli ultimi due anni. Da autore, ovvio, è la mia prima volta…

La strada della violenza: trama e personaggi principali.

Sfondo criminale: apparati istituzionali (forze di polizia e servizi deviati, magistratura al “soldo”) collusi con alta imprenditoria e potere politico. Zoom su: pedofilia, due bambine uccise. Attraverso: due prime voci narranti alternate, Lorenzo Rollei, maresciallo della G.d.F., la cui figlia risulterà in pericolo, e Maurizio Ferri, agente SISDE in incognito, stretto da un contorto senso del dovere che proverà ad esorcizzare rinnegando la sua stessa esistenza. Parentesi: narrazioni da altri punti di vista, diciamo soltanto “particolari” per non svelare troppo.

La ricerca di una scomoda verità costringerà i due protagonisti a visitare luoghi oscuri, nerissimi. Gli accadimenti si svolgono prevalentemente a Reggio Emilia che in questo senso viene “sfruttata” come location impersonale (sono volutamente omesse le caratterizzazioni identificative della città) poiché il mio scopo era illustrare eventi banditeschi verosimili, potenzialmente concretizzabili in un contesto provinciale e che, tuttavia, potessero essere estesi, con le dovute proporzioni, a scenari più ampi.

Quindi, un romanzo che affronta temi scottanti: la pedofilia, innanzi tutto, ma anche la corruzione, la politica, il potere…

Il romanzo, in estrema sintesi, è un grido disperato contro la pedofilia. A tale scopo, ho volutamente adottato un linguaggio crudo, spesso disturbante e dato “voce” sia al molestatore che alle vittime dei soprusi. Voglio infastidire, trasmettere al lettore una sorta di disagio, di tensione, di malessere, uno stato d’animo esasperato che, nelle intenzioni, dovrebbe essere condensato in una forte presa di posizione contro la pedofilia, un crimine brutale che marchia l’esistenza delle vittime, ne seppellisce l’innocenza. Spero che questo aspetto sia stato colto e che il linguaggio del romanzo, a tratti volgare, non sia stato ritenuto fine a se stesso. Per quanto riguarda gli altri aspetti criminali, si è trattato soltanto di osservare e ribaltare nel racconto mappe e percorrenze criminali, tra l’altro per analogia documentate dalla verità storica e processuale degli ultimi anni e pressoché “inquadrabili” nell’immaginario collettivo.

Il libro è uscito a novembre. Le prime reazioni dei lettori sono state molto positive, se non entusiastiche. Pubblico e critica si sono accorti velocemente del tuo romanzo.

Vero e devo dire, con grande orgoglio, che il libro è piaciuto anche a lettori non appassionati al genere.

“Queste pagine sono per i miei piccoli: Giulia, Alessia, Orlando, con la speranza che non le leggano mai.” Posso dirti (da lettore, da scrittore, ma soprattutto da padre) che è una bella dedica?

Ovviamente la dedica è per le mie due figlie e per il mio nipotino. L’augurio “allargato” per ogni piccolo, invece, è che si possa crescere senza la consapevolezza del male. Pura utopia, in questa società borderline, ma è obbligatorio provarci.

Sei un Maresciallo della Guardia di Finanza: vorremmo sentire da te i pro e i contro di essere… “del mestiere”, nella stesura e nella pubblicazione del tuo romanzo.

Essere un “addetto” è stato fondamentale per la costruzione dell’impalcatura tecnica, cioè quella legata alla procedura ed alla tempistica investigativa.

Il fatto di svolgere un tipo di servizio essenzialmente “cerebrale”, invece, non mi ha consentito di poter lavorare con continuità sul testo, tanto è vero che almeno un buon 80% della stesura del romanzo è stata effettuata durante i giorni di ferie.

La strada della violenza è la seconda bella sorpresa nello spazio di un mese che il noir italiano mi ha dato. A dicembre Il Giallo Mondadori ha infatti distribuito in edicola Metal Detector (Premio Tedeschi 2006), di Stefano Pigozzi, che spero tu abbia già letto. Per quanto gli stili narrativi siano differenti, così come le trame raccontate, ci sono alcuni importanti punti di contatto tra i vostri lavori. Sicuramente, la direzione di marcia: che è quella di un nero italiano molto duro.

Pura coincidenza? Oppure qualcosa da rimarcare con motivazione?

Centro: già letto, con enorme soddisfazione. A proposito di coincidenze, ho avuto il piacere di incontrare Stefano nel corso del festival di Courmayeur ed è stato molto simpatico constatare che uno dei nostri due protagonisti ha lo stesso cognome, Ferri. Tra l’altro lui dedica il romanzo (anche) a James Ellroy mentre io chiamo il personaggio principale Rollei, che è l’anagramma “italianizzato” di Ellroy. Per quanto riguarda la direzione di marcia, non credo sia casuale, ci sono molti altri esempi di autori emergenti che hanno imboccato questa strada. Potendo parlare solo per me, dico: il crimine è una cosa seria, c’è poco da scherzare.

Hai “sfidato” il giallo italiano (o meglio, una parte) sul suo campo: la provincia italiana. Ma privandolo da elementi… “rassicuranti”: il commissario integerrimo, il carabiniere idealista, il curato di campagna, la poliziotta tettona, e via dicendo…

Questo aspetto deriva dalla mia personale concezione di “noir” (da precisare che negli ultimi anni questo termine, a livello editoriale, è divenuto troppo generalizzante e rappresenta spesso un grosso calderone dove infilare spesso ogni sorta di romanzo di tensione e di crimine). Cerco di spiegarmi in poche righe, partendo dal fatto che ritengo il crimine l’indicatore sociale più rilevante. Quindi: “occhio” solo sul lato oscuro. Nessuna divagazione rispetto al “male”. Nessuna ilarità, niente leggerezza, solo feroce sarcasmo. L’identificazione del colpevole dovrebbe essere vista come un aspetto tangenziale alla vicenda narrata, quasi una divagazione. Parola d’ordine: ossessione. Il crimine è devastazione, non c’è posto per il conforto, il sollievo. La storia deve essere vera o verosimile rispetto a determinati contesti ambientali e temporali e l’autore di noir dovrebbe farsi carico di “sorvegliarli”. Se comprimiamo questi aspetti, di rassicurante rimane ben poco.

Sdoppiarsi in due personalità ben distinte che si alternano a raccontare la storia in presa diretta (prima persona singolare, tempo presente), non è facilissimo. Presenta delle trappole. E’ determinante riuscire a rendere vive e staccate le due personalità. Hai avuto difficoltà a gestire la cosa, oppure è stato un processo naturale?

Nessuna difficoltà. Dal mio punto di vista, partendo i due personaggi da condizioni totalmente antitetiche, ho semplicemente dovuto far percorrere a entrambi la stessa strada, ma in senso inverso.

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