Abbandonati gli eroi in calzamaglia Frank Miller, agli inizi degli anni novanta e più precisamente nel 1991, realizza la sua opera stilisticamente più matura e innovativa, Sin City.

La miniserie è originariamente pubblicata, divisa in 13 parti, su Dark Horse Present, la rivista contenitore edita dalla casa editrice Dark Horse che all’epoca era la terza potenza del mercato dei comics dopo Marvel e Dc.

La peculiarità di questa miniserie come tutte quelle che la seguiranno è il fatto di essere disegnata in un bianco e nero senza grigi e mezzi toni come se l’autore volesse suggerirci, anche graficamente, che nel contesto in cui è ambientata la vicenda, Sin City che in inglese significa città del peccato, abbreviazione di Basin City, non ci può essere nessuna sfumatura.

Il protagonista della vicenda della prima miniserie è Marv un tipo poco raccomandabile che è appena uscito di galera.

In un locale notturno incontra una bellissima donna, Goldie, una prostituta d’alto bordo.

I due passano la notte a fare l’amore ma il mattino seguente Marv la ritrova morta proprio accanto a lui.

Marv decide così di scoprire il colpevole di questo delitto e la sua caccia all’uomo lo porterà a scandagliare in lungo e in largo la città del peccato.

Il successo di quest’opera è immediato e per certi versi inaspettato, tanto che viene subito ristampata in volume.

Miller infatti ha sempre realizzato opere supereroistiche anche se di livello sopraffino, basti pensare al suo insuperato ciclo di Devil o al suo capolavoro Il ritorno del cavaliere oscuro, e il tipo di pubblico a cui si rivolge Sin City non è certo quello dei teen agers.

Qualche anno dopo Miller pubblica un altra miniserie dal titolo: A dame to kill for sempre ambientata nella città del peccato, per poi continuare, con cadenza praticamente annuale, a proporre nuovi cicli di storie.

La cosa più interessante dell’opera è sicuramente la rivoluzione grafica operata dall’autore.

Abbandonati i colori, affidati alla sua compagna Lynn Varley, Miller con il solo uso del pennello e del bianco e nero, realizza su carta quello che i registi del Noir hollywoodiano degli anni 30 e 40 hanno realizzato su pellicola, giocando con le luci e con le ombre.

Seguendo la lezione dell’argentino Munoz, del giapponese Otomo e del cinema espressionista tedesco, l’autore americano offre una magistrale prova di virtuosismo tecnico, creando tavole a prima vista perfino indecifrabili, almeno per chi è abituato alle rassicuranti pagine del fumetto mainstream.

Molti sono stati i tentativi di seguire la strada che Sin City ha aperto, dal sopravvalutato Armored and Dangerous di Bob Hall, vera e propria brutta copia della saga milleriana, a Stray Bullets di David Lapham, l’unico vero epigone delle miniserie del creatore di Elektra.

Nessuno però ha saputo riproporre quanto Miller aveva fatto, neanche lui stesso.

Miniserie dopo miniserie infatti si è ripetuto facendosi praticamente il verso da solo e scandendo spesso nei soliti cliché del genere.

Sin City è stata pubblicata in Italia per la prima volta a puntate sui primi sette numeri di una delle migliori testate edite dalla Star comics, la sfortunata Hyperion, rivista chiusa dopo soli nove numeri.

Le miniserie di Sin City, che sono state stamapte in Italia in volume da numerose case editrici tra cui: Star Comics, Play Press, Lexy e Magic Press, hanno ispirato anche un pregevole lungometraggio uscito in America nell’aprile del 2005.

La pellicola, diretta e sceneggiata da Robert Rodriguez e dallo stesso Frank Miller, è basata sulla miniserie originale Sin City e sulle due storie successive Sesso e sangue a Sin City e Quel bastardo Giallo.

A cavallo tra noir, hard boiled e gangster movie, il film riproduce fedelmente l’atmosfera, i dialoghi e le storie dei personaggi del fumetto di Miller, le cui esistenze disperate si intrecciano nella immaginaria metropoli infernale dove è estremamente facile morire ammazzati per strada e la polizia è più corrotta dei criminali, dove dominano sesso, violenza, amore, morte, sete di vendetta e desiderio di redenzione.

Storie come quelle di Marv, pronto a tutto pur di vendicare la morte di Goldie, l’unica donna che nella sua vita è riuscita a fargli provare un po’ d’amore e che è stata uccisa mentre dormiva accanto a lui, di John Hartigan, un poliziotto in procinto di andare in pensione accusato di un crimine che non ha commesso e che ha promesso di proteggere la giovane Nancy dalle grinfie di un criminale pedofilo, di Dwight, un ex-fotografo e killer alle prese con Jackie Boy, un poliziotto violento che minaccia Shellei, la cameriera di cui è innamorato, della bella prostituta Gail e di tutte le altre ragazze della Città Vecchia.

Anche il cast, di tutto rispetto, è composto da attori che in america vanno per la maggiore.

Il redivivo Mickey Rourke presta il suo volto tumefatto e dolente a Marv, il killer dal cuore d’oro.

Bruce Willis è John Hartigan, sbirro, a poche ore dalla pensione, con il pallino per le cause perse.

Elijah Wood, il Frodo Baggins della trilogia di Il Signore degli Anelli è Kevin, un serial killer antropofago da fare invidia al leggendario Hannibal Lecter, e Jessica Alba, la Dark Angel della serie Tv, indossa i panni succinti e ha le curve mozzafiato di Nancy Callahan, una delle tante donne perdute della città del peccato.

Ma non finisce qui: in cartellone ci sono anche Christopher Walken, Carla Gugino, Josh Hartnett e Michael Clarke Duncan.

Quello di portare al cinema Sin City è sempre stato un sogno di Rodriguez che ha realizzato il lungometraggio nella maniera più completa che si potesse pensare grazie alle tecnologie digitali.

Ha girato infatti tutto il film con attori in carne e ossa su un set fatto interamente di green screen e poi ha ricreato la città e i suoi luoghi grazie al computer.

Il regista texano ha convinto Miller, piuttosto avverso al mondo di Hollywood, a cedere i diritti del suo fumetto, realizzando a proprie spese nel più assoluto riserbo una breve preview di sei minuti interpretata da Josh Harnett e Marley Shelton che trova spazio nei titoli di testa.

Il trailer, girato all’inizio del 2004 e consegnato nelle mani del cartoonist con la promessa di interrompere immediatamente il progetto se il risultato non fosse stato di suo gradimento, ha sortito invece l’effetto sperato permettendo a Rodriguez di dare il via alla lavorazione del film.

Lo stesso regista ha insistito perché Frank Miller cofirmasse la regia del film, dando addirittura le dimissione dal Directors’ Guild of America, il sindacato dei registi americani, che si opponeva a questa iniziativa.

Non risulta invece accreditato Quentin Tarantino, che ha ricambiato il favore che l’amico fraterno Robert Rodriguez gli ha fatto per Kill Bill: Volume 2, dirigendo, per il simbolico compenso di un dollaro, alcune scene dell’episodio che vede protagonista Clive Owen ispirato alla miniserie Sesso e sangue a Sin City.

La sua presenza come special guest director risulta poi particolarmente significativa considerata l’avversione di Tarantino per l’uso eccessivo del digitale.

Sin City è un film affascinante, avvincente e convincente per la sua forma e per il suo contenuto; ma è anche una delle migliori opere che dimostrano e svelavano le nuove ed enormi potenzialità offerte dall’ibridazione cinema-fumetto e alle loro reciproche influenze.

Un’opera che nel suo forte ma mai eccessivo utilizzo delle tecnologie digitali è un ottimo esempio, quasi sperimentale, delle prospettive e delle possibilità del cinema del futuro.

Sin City pertanto è un film caldamente consigliato sia agli amanti del cinema noir che a quelli del cinema tratto da fumetti.

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Vorrei ringraziare caldamente il mio caro amico S. Galaurchi per avermi messo a disposizione in tempi rapidissimi una copia del film di Miller e Rodriguez.