MILANO, COLPO IN CANNA - SECONDA PARTE

Terza puntata

All’interno dell’auto fumo e tensione mozzavano il respiro. Sul parabrezza un improvviso scroscio di pioggia battente produceva vibrazioni inquietanti. Bruno Genovese tirò una boccata di sigaro e cercò di calmare il battito cardiaco. L’adrenalina era ancora in circolo. Linda, al suo fianco, si concesse un ultimo sorso di vodka dalla fiaschetta. Gliene offrì ma, di fronte al suo diniego, avvitò il tappo con un grugnito.

“ Bruckner non sarà contento. Cocchi non ci ha rivelato nulla.”

“ La sua morte dimostra solo che c’è stata una fuga di notizie, hai ragione.”

Troppe notti così, troppi agguati affrontati fianco a fianco e mai un attimo di tempo per un gesto di tenerezza. Bruno si chiese se non fosse una maledizione. Ma no.... lei era al suo fianco.

Linda gli posò la mano sulla sua. “Cos’hai intenzione di fare?”

Bruno socchiuse le palpebre. Solo per un attimo. Quando ritornò a fissare la strada spazzata da velami di pioggia, Milano era ancora là. Le luci stemperate dal riflesso della notte di tempesta. La città dov’era cresciuto.

“ Dobbiamo risalire la pista di Cocchi”, soggiunse. “Mi ha parlato di legami tra Dragan e la Sacra Corona, i malavitosi pugliesi che si occupano di vizio. Prostituzione, droga. Stava portandomi da qualche parte...”

Lo sguardo di Linda lo taglia come un colpo di stiletto. “Quindi c’erano dei documenti o qualcosa del genere?”

“Chi può dirlo?” Bruno tentava di scacciare la nebbia dalla mente. Sul palato il sapore del sigaro pareva cenere. Amaro come i brutti ricordi. Spense il mozzicone nel posacenere. Per qualche istante rimase in silenzio lasciando che Linda guardasse la città attraverso il parabrezza. Di colpo la pioggia era cessata lasciandosi dietro un arazzo di pozze e selciato lucido. “Questa è la mia città. Ci sono nato. Cocchi l’ho conosciuto molti anni fa. Era già nel giro delle donne. Sì, credo di conoscere una persona che può aiutarci.”

“Una puttana?” fece Linda con tono strafottente.

“No, il suo unico amico. Ora vedremo se certi vincoli contano ancora.”

Bruno mise in moto e s’incanalò verso piazzale Loreto.

Luci intermittenti blu e rosse. Ambulanze e auto dei carabinieri giunte sul luogo della sparatoria per prime. Gli agenti avevano già cordonato la zona, ma sarebbe stata una notte lunga e difficile. Lo stabile all’angolo con viale Lunigiana era noto alla Polizia. Ai primi spari dal vicino commissariato di via Schiapparelli era partita una volante. Non era la prima volta che i soldati della mala si affrontavano per il controllo del territorio. Dispute territoriali. Fermati a mazzi. Travestiti, prostitute, clienti, nullafacenti, qualche pregiudicato. Polizia e carabinieri si disputavano il terreno in attesa dell’arrivo di un magistrato tirato giù dal letto per stabilire di chi fosse la competenza.

I barellieri stavano caricando i cadaveri di Mercedes, di Cocchi e dei due killer eliminati da Linda. Il corpo di Serato, persa la parrucca, aveva un aspetto ancor più grottesco e feroce. Un agente della scientifica scattò un’ultima foto e chiuse il sacco di tela bianca.

“Possiamo rimuovere il cadavere, capitano Villani?”

Patrizio Villani, quarantotto anni portati male in un’uniforme tesa sulla pancia. Capelli grigi appena più lunghi del consentito sul colletto e abbronzatura artificiale veniva da Parma. Gli era costato caro l’avanzamento in una città sognata per anni. Fece un brusco cenno con il capo per assentire poi si spostò ai margini dell’area transennata. Voleva evitare una lite con l’ufficiale di polizia che stava prendendo di forza possesso del terreno. La retata era opera dei suoi.

Villani aveva altre preoccupazioni. Si accostò all’ombra. L’uomo se ne stava come rincantucciato nell’impermeabile di pelle con il bavero alzato, oltre la zona vietata. Il capitano dei carabinieri superò lo sbarramento e gli si avvicinò. L’altro accese una sigaretta liberando un alone di aromi esotici. Tabacchi balcanici mescolati con qualche foglia di marijuana. All’uomo non importava. Lo sfavillio dell’accendino mostrò un viso affilato, i favoriti come due virgole sotto gli zigomi. Era la persona con cui Serato aveva comunicato prima di entrare in azione.

“Un fottuto casino, capitano”, disse l’uomo sputando le parole assieme al fumo.

“A me lo dici... mi avevate assicurato che sarebbe andato tutto liscio, invece...”

“Tu dovevi coprire la zona, sbirro...”

Villani fece per replicare ma lo sguardo dell’altro glielo sconsigliò. “Cocchi è morto, no? Non era questo che volevi, Ruslan?”

“E gli altri due... sono fuggiti e non sappiamo dove siano... o cosa possano fare nelle prossime ore. Non abbiamo chiuso il cerchio...”

Una perversa soddisfazione attraversò lo sguardo di Villani. “E io che c’entro? Ho fatto quello che mi avevi chiesto. Se il tuo killer ha fallito, non posso farci nulla...”

Ruslan gettò via il mozzicone prima ancora di aver consumato metà sigaretta. “E i conti di tua moglie chi li paga? I soldi che hai perso al gioco chi li copre? No, sbirro, tu mi aiuterai a trovare quei due e a insabbiare ogni traccia.”

Villani crollò le spalle. “L’ho pagata cara la mia ambizione”, disse quasi a se stesso.

“La pagherai con il sangue. Il tuo e quello dei tuoi. Perciò finiscila di frignare e fatti venire un’idea. Dobbiamo ritrovarli.”

Bettino Lingua era un animale notturno. Originario di Bisceglie, era venuto a Milano negli anni 80 a fare quello che facevano i malavitosi pugliesi nella grande città del nord. Sfruttare le donne. Nei tempi migliori aveva gestito un bel giro di ragazzotte venute dal paesello con pochi scrupoli e tanta voglia di farsi la dote in fretta. Piccolo, naturalmente dotato di un’aura viziosa, Bettino Lingua aveva gestito un locale di spogliarelli situato in una via traversa di corso Buenos Aires. Cocchi aveva cominciato come guardaspalle. Una notte dei primi anni ’90 aveva dovuto usare il ‘ferro’ per eliminare due calabresi che volevano il pizzo. Da quel momento Lingua e Cocchi erano diventati inseparabili. Avevano ampliato il giro d’affari. Cocchi faceva il duro, il ‘bello’ che reclutava le ragazze nei suoi viaggi nei paesini del Sud e le avviava alla professione, una volta arrivate nella grande città. Lingua provvedeva alla logistica. Qualche anno prima il locale era stato dato alle fiamme da una banda di slavi e le cose s’erano messe male. Bettino Lingua e Cocchi avevano dovuto abbozzare. Un ‘cugino’ di Bettino, venuto apposta da Lecce, gli aveva fatto capire chela Sacra Corona era generosa, poteva permettergli di continuare i suoi affarucci, purché non esagerasse e pagasse una tangente. Al momento, Bettino Lingua gestiva un’edicola che, di notte, ritirava tutte le riviste e vendeva videocassette dietro una tendina difesa dalla scritta “Vietato ai minori”.

Bruno fermò l’auto in un buco a pochi metri dal semaforo di piazza Oberdan. Dall’altra parte della grande arteria commerciale di Milano uno spiazzo era occupato da bancarelle dell’usato chiuse e da sfaccendati nordafricani. La kasbah, la chiamavano.

“Parlerà?” domandò Linda che aveva ascoltato la storia di Bettino Lingua durante il tragitto.

Bruno scese dalla vettura con un gesto deciso. “Sì che parlerà. Tu fai in modo di sgomberare il campo. Non ci metterò molto.”

Linda approdò sul marciapiede a sua a volta. Quando era di quell’umore Bruno non lasciava molta scelta. Negli anni era cambiato. Quando lo aveva conosciuto, dieci anni prima proprio lì, a Milano, era già un combattente, ma ora.... adesso c’era una durezza nei suoi modi che parlava di lezioni apprese con dolore. Lei lo sapeva...

Mentre Bruno si avviava all’edicola, Linda individuò subito una prostituta di colore che, agganciato un cliente, stava portandolo al chiosco. Rifornimento audiovisivo e magari qualche aiutino della chimica per una bella serata. Sbarrò lo ro il passo. “Circolate, oggi lo spaccio è chiuso.”

L’africana avrebbe voluto protestare. Sottola pelliccia di topo i seni burrosi tremolarono serrati nel bustino. Anche lei conosceva le regole della strada. Bisbigliò qualcosa al cliente e lo trascinò via. Era sufficiente superare un semaforo per trovare un’altra delle edicole pronte a soddisfare ogni necessità dei nottambuli.

Bruno scostò la tendina di paglia intrecciata. Bettino Lingua stava sistemando gli ultimi arrivi di una nota casa di distribuzione porno che un pornoshop vicino gli forniva duplicati con le cover fotocopiate. Merce in saldo per i vagabondi della notte. Lingua si drizzò. Impiegò qualche istante a riconoscere Bruno. Meno di quanto sarebbe stato logico per uno che non vedeva da anni. Sussultò. Bruno ebbe la certezza che lingua sapesse tutto del suo incontro con Cocchi. Be’, forse non tutto.

“Bruno Genovese...”balbettò l’ometto. “Mi venga un colpo.”

“È venuto a Cocchi...”

“Cosa? Cosa gli è...”

Bruno lo spinse violentemente contro l’espositore di cassette. Gli premette la Beretta sotto il naso. “Hai sentito bene e io non ho tempo per cui risparmiamoci le frasi fatte. Cocchi è morto. Io sono vivo. Gli affari prendono da te. Qualcosa in contrario?” Bettino Lingua esitò solo il tempo di un respiro. “No...No...”

All’esterno l’aria pizzicava la pelle. Le luci avevano assunto un alone arancione. Sulla strada le auto producevano un rumore inconfondibile sull’asfalto bagnato. Le mani in tasca Linda si era appoggiata a un lampione. Respirò a fondo. Gas di scarico e umidità oleosa. Odore di pericolo. Lo sentiva. Strinse gli occhi puntandoli verso il traffico in arrivo da Buenos Aires. Sobbalzò imprecando. Quasi non se ne era accorta. C’era un’auto che stava sopraggiungendo a velocità eccessiva nella loro direzione.

Quarta puntata

Lingua annaspava tra le videocassette porno. L’occhio sbarrato e la perla di sudore sul labbro confermarono che sapeva. Ma la notizia dell’accaduto non lo aveva lasciato indifferente. “Cocchi è morto?”

“Come un baccalà per usare un’espressione che dovresti conoscere. Steso da una squadra di ‘meccanici’” ringhiò Genovese, pistola in pugno. “Questo dovrebbe farti pensare che il vostro bel teatrino per spillar soldi alla DSE ha calato il sipario. Di che si tratta?”

Alzò il cane della beretta anche se era inutile. Quel genere di rumore faceva sempre il suo porco effetto. Ridotto a gelatina, Bettino Lingua esitò solo per un istante. “ Un video, registrazioni che legano il gruppo di Dragan con un politico di qui. Uno che già protegge la malavita pugliese...”

“ E dov’è questo video?”

“ Hai i soldi per pagarlo?”

Decidere in un istante. La vita di Linda espressa in una frase. Aveva già la mano sulla Glock quando vide l’auto puntare direttamente sull’edicola sgommando sul selciato. Il flusso delle altre vetture restò nella polvere. Sicari. Forse lo stesso gruppo con cui si erano scontrati nel palazzo delle puttane. Ma... Fu sufficiente un bagliore. Non era una normale vettura ma un’auto dei carabinieri. Forse qualcuno aveva realizzato i legami tra Cocchi e il pornografo pugliese e voleva saperne di più.

“Bruno, via di lì” urlò Linda estraendo l’arma. Non potevano mollare Lingua... ma neanche permettersi di far fuori dei carabinieri.

Accucciata dietro il blocco motore della sua auto Linda impugnò la semiautomatica a due mani puntellandosi sulla carrozzeria. Tuoni nella notte. Tre, quattro colpi. I fanali della vettura in corsa esplosero in cascate di scintille e cristalli. Una ruota si schiantò producendo un fragore di una bomba. Davanti agli occhi di Linda l’auto dei carabinieri eseguì una parziale testacoda sollevando nuvole di fumo per l’attrito. Perso il controllo l’autista non fu in grado di evitare prima un urto violento con un furgone parcheggiato sulle strisce blu poi il ribaltamento della vettura. Una portiera schizzò via come un proiettile. La macchina dei carabinieri attraversò in trasversale l’intera carreggiata infilandosi nella vetrina di un negozio di moda. La saracinesca si piegò all’interno con un lamento di metallo sfondato.

Fragore metallico come l’urlo di un meccanismo alieno intrappolato tra ganasce. Per istinto, all’interno dell’edicola, Bruno spostò lo sguardo.

Mai sottovalutare un avversario. Bettino Lingua era un sopravvissuto della strada, conosceva il valore delle opportunità e la paura era un’ottimostimolo a coglierle.

Sferrò un calcione diretto al basso ventre di Bruno. Questi intuì il movimento. Cercò di schivare il colpo ruotando sulle anche ma la pedata lo raggiunse dolorosamente alla coscia causandogli una fiammata dolente. Per un istante lo sguardo si velò mentre le ginocchia si piegavano.

Fu sufficiente. Lingua balzò di lato, gli scaraventò addosso una scaffale provocando una pioggia di video cassette contro Bruno, e allungò le mani verso la maniglia della porticina posteriore dell’edicola.

Bruno imprecò. Puntò l’arma ed esplose un colpo che, nelle pareti anguste del chiosco rimbombò mentre l’aria si riempiva di fumo.

Bettino Lingua si era dileguato nella folla.

Linda trascinò via Bruno,strappandolo dall’edicola. Intorno alla zona dell’incidente si strava raccogliendo una folla di curiosi e già sopraggiungevano auto della polizia e ambulanze. La macchina dei Carabinieri prese fuoco ed esplose senza che nessuno potesse impedirlo. Lo spostamento d’aria mandò in pezzi le vetrine di tutta la via.

Linda e Bruno quasi caddero a terra.

“Cosa è successo?” domandò lei. “Dov’è Lingua?”

“sgusciato via come un’anguilla..ma quelli?” replicò lui sollevando il mento verso la pira rovente nella notte.

Linda neanche rispose, salì al volante. Bruno sapeva valutare le situazioni, salì sul sedile del passeggero. Lei sgommò verso viale Maino con l’intenzione di portarsi più lontano possibile da quella trincea di metallo fumigante.

A un angolo di strada, tra viale Tunisia e corso Buenos Aires, Ruslan era fermo come una statua fusa contro la parete di un palazzo. Era arrivato di corsa, seguendo gli uomini che Villani aveva mandato a prelevare l’unico amico noto di Cocchi. Ruslan aveva visto la donna sparare, l’incidente e le fiamme che bloccavano la strada. Imprecò in serbo. Se gli agenti della DSS mettevano le mani sul complice di Cocchi forse avrebbero potuto arrivare a qualcosa. La fonte di cui Caspar Dragan disponeva nel Distaccamento Speciale Sicurezza aveva semplicemente lasciato trapelare la notizia di una possibile fuga di notizie in grado di mettere in pericolo gli accordi tra i malavitosi balcanici e la corrotta amministrazione milanese. A lui toccava, facendo pressione su gente come Villani, rimettere le cose a posto. Ma, al momento era bloccato in posizione di stallo.

Si fermarono al margine di un giardino pubblico. La notte luccicava di fioche luci di lampioni. Sopra una panchina poco distante un barbone dormiva avvolto in due strati di luride coperte.

“Un video? Questo voleva venderci Cocchi?”

Bruno rispose a Linga accendendosi un sigaro. “E se Bettino Lingua è avido la metà di quello che sembra adesso sarà lui a trattare l’affare. Prepariamoci a tirar fuori i soldi... e le pistole.”

Lo sguardo di Linda lo trapassò. “Cosa vuol dire?”

“Che, analizzando la meccanica di quello che è successo stanotte, dalla sparatoria in viale Brianza sino alla vettura dei Carabinieri che hai spedito dentro un negozio, direi che i nostri avversari dispongono di una copertura da parte delle autorità.”

“Ne sei certo? Se Lingua è un noto complice di Cocchi...”

“Se c’è di mezzo un politico di qui,è probabile che ci siano connivenze anche tra le forze dell’ordine. Nessuno vuol ammetterlo ma anche qui, come in ogni parte del mond,o esistono poliziotti corrotti.”

“Il Palcoscenico” era stato, nei tempi della gestione di Bettino Lingua, un locale rinomato. Di classe, pensava lui. Un lupanare per manici e puttane, scrivevano i giornali. Ormai era solo un caseggiato grigio che nessuno aveva più riadattato. Lingua, però, ne aveva ancora la chiave dei sotterranei. Dopo essere fuggito aveva immediatamente preso la scorciatoia più breve per raggiungerlo. Gli stavano alle costole. Anche gli sbirri. E questo, pensò mentre recuperava il video da un nascondiglio sotto una mattonella in un sottoscala che puzzava di piscio, gli suggeriva una strategia. Visto che rischiava la vita per quel video, Bettino Lingua era deciso a giocare la partita più pericolosa. Conosceva i contatti di Cocchi, sapeva della trattativa con il DSS ma voleva garantirsi un più ampio spettro di possibilità. Recuperato il video estrasse il cellulare e compose un numero che consoceva a memoria. Risposero al terzo squillo.

“Villani, sono io... stammi bene a sentire...”

- continua...