Agli inizi dell’Ottocento lo storico e compositore svedese Erik Gustaf Geijer volle raccogliere in una ballata le varie versioni di un’antica leggenda popolare locale: “Pehr Tyrssons döttrar i Vänge” (scritta in varie grafie a seconda delle fonti), le figlie di Tyrssons in Vänge. Questa località si trova nella Svezia meridionale e viene chiamata oggi Malmskogen (nell’Östergötland): qui arriva dal Medioevo l’eco del racconto dei tragici eventi che accaddero alle figlie di Tyrssons.

Le ragazze si svegliarono presto, una mattina, e si diressero verso la chiesa del paese. Attraversando i pascoli di Vänge, però, incontrarono tre pastori malintenzionati. «Decidete - dissero alle giovani donne - o divenite nostre spose, o perderete la vostra vita.» La risposta fu immediata: «Preferiamo perdere le nostre giovani vite che divenire spose di pastori»: gli uomini tagliarono loro la testa e le seppellirono nel fango. Portarono però via i vesiti per venderli al villaggio. Arrivati alla tenuta dei Töre, cercarono di vendere i vestiti a Lady Karin, ignorando che fosse la madre delle ragazze uccise. La donna risconobbe subito i vestiti delle figlie e corse dal marito. «Ci sono tre pastori nella nostra tenuta - gli disse. - Hanno ucciso le nostre figlie.» Tyrssons sguainò la spada ed uccise subito i due uomini più vecchi. Al terzo più giovane chiese quali fossero i nomi di suo padre e sua madre. Alla fine, per espiare i peccati l’uomo si impose di erigere una chiesa che avrebbe chiamato Kerma.

Questa è la Ballata delle figlie di Pehr Tyrssons come l’ha codificata Geijer.

 

La fontana della vergine
La fontana della vergine
Nel 1959 la scrittrice e drammaturga svedese Ulla Isaksson trasforma la ballata in sceneggiatura per il film di Ingmar BergmanJungfrukällan”, la primavera della vergine (distribuito in Italia come “La fontana della vergine”), titolo che fece conquistare al regista un Premio Oscar per il miglior film straniero e una menzione speciale al Festival di Cannes.

Vero e proprio vengeance movie, il film narra la triste storia della figlia di Töre (una delle varianti del Tyrssons della ballata), che viene inviata a portare un cero alla Madonna della chiesa oltre il bosco: usanza riservata alle vergini. Karin (nome della figlia nel film, della madre nella ballata!) è accompagnata nel viaggio dall’amica Inger, vistosamente incinta e con sentimenti di forte contrasto con l’amica vergine. Durante il viaggio incontrano tre pastori, due adulti e un ragazzo, i quali prima invitano le donne a rifocillarsi e poi invece si avventano su Karin: la violentano e la uccidono a bastonate senza che l’amica Inger abbia la forza di fare null’altro che fuggire. I tre pastori lasciano il corpo della donna in strada ma le rubano i vestiti, che cercheranno di vendere alle signore del posto, una delle quali è proprio la madre di Karin che, riconosciuto il vestito della figlia (sporco di sangue!), avverte il marito del destino della ragazza. Töre, avvertito nel frattempo anche da Inger che è tornata a casa, si lancia in un rito pagano di preparazione: al sorgere dell’alba, con un coltello massacra i

tre pastori, senza provare pietà neanche per il ragazzo. Dopo un moto di ribellione contro un Dio silenziso che ha permesso ad una vergine innocente di subire tal destino (ribellione testimoniata anche dall’essersi vendicato secondo un rito pagano), Töre raggiunge il corpo della figlia e, sollevatolo, sotto di questo sgorga spontanea una fontana: si decide che lì verrà costruita una chiesa.

Uno dei punti cruciali del film è l’uso di una violenza cruda, sia da parte dei pastori che da parte di Töre. Quest’ultimo è interpretato da un eccellente Max von Sydow, dall’espressione di muto dolore e cieco furore, che dopo essersi mortificato il corpo con verghe di betulla, attende l’alba seduto in mezzo ai propri nemici: non è un’esplosione di violenza, la sua, è un calcolato e calibrato gesto di vendetta furiosa. Anche il giovane pastore, che non ha preso parte allo stupro, verrà trucidato senza un attimo d’esitazione: «Mia sarà la vendetta e il castigo» dice il Signore (Deut. 32:35), ma in quella stanza chiusa è Töre l’unico dio, ed è lui a decidere il prezzo della vendetta.

 

L'ultima casa a sinistra
L'ultima casa a sinistra
Nel 1972 il trentatreenne Wes Craven decide di abbandonare spot pubblicitari e film porno e di dedicarsi al cinema “in grande”: ispirandosi al dramma bergmaniano (senza attestarlo nei credits) decide di scrivere, dirigere e montare il suo primo film, “L’ultima casa a sinistra” (The Last House on the Left). In Italia il film è preceduto da una scritta deliziosa: «Questo film è dedicato a tutti i giovani perché sappiano a quali pericoli possono andare incontro: il crimine! la droga! violenza!»

Craven decide di alterare rigorosamente i personaggi bergmaniani adattandoli alla realtà contemporanea. La vergine e pia Karin diventa Mari Collingwood, disinibita diciassettene emancipata che parla di “tette” coi genitori e con la sua amica decide di andare al concerto de “I Sanguinari”. I pascoli del Vänge diventano i bassifondi cittadini, e i tre pastori diventano tre pregiudicati che racchiudono i peggiori vizi della società contemporanea: violenza, droga, alcol, pedofilia, e chi più ne ha più ne metta. Ai due adulti e un ragazzo di Bergman si aggiunge una donna «dall’aspetto animalesco» (giudizio che rimanda ad idee fisiognomiche secondo cui una persona crudele porti scritta in faccia la propria natura: non si spiega però l’utilizzo di una attrice bella!) La gang di criminali si presenta come una serie di cattivi da operetta, con accompagnamento musicale ai limiti della parodia (eseguito da David Hess, che interpreta anche il capobanda): la ferocia dei quattro si mostrerà solo quando, rapite Mari e la sua amica, le portano in un bosco e abusano di loro con inaudita violenza. Costringono le due donne a copulare fra di loro per poi massacrare (nel vero senso della parola) l’amica e stuprare ed uccidere Mari, in una rappresentazione della violenza che atterrisce lo spettatore proprio perché semplice, senza alcun velo, e quindi inquietantemente “naturale”. «Prima la violenza cinematografica era gentile e pulita - avrà a dire Craven in seguito - io l’ho resa dolorosa, prolungata, scioccante e molto umana. E sono io che ho reso umani gli assassini.» Da notare come la toccante scena del dopo-stupro sembri tagliata di netto dalla versione bergmaniana.

La violenza scellerata dei malvagi sarà equiparata dalla vendetta dei genitori di Mari. Questi si vedono arrivare in casa i quattro malviventi che millantano un incidente automobilistico; visto al collo di uno di questi la collanina di Mari, la madre capisce tutto ed avverte il marito. Trovato nel bosco il cadavere della figlia, i due - con incredibile sangue freddo - mettono in scena un raccapricciante teatro della vendetta. La moglie seduce uno della gang, invitandolo ad un atto di sesso orale nel bosco che finirà con un’evirazione; il padre riempirà di trappole la propria casa per poi affrontare, motosega alla mano, il capobanda. Mentre nel film di Bergman ci si interroga sul silenzio di Dio rispetto alle disgrazie umane, nel film di Craven è completamente assente ogni divinità: è mostrata semplicemente la crudele natura umana.

Il regista in seguito non manterrà un buon rapporto con questo film (che sembra non abbia mai più voluto rivedere), ma è innegabile che gli diede un’improvvisa quanto esplosiva notorietà. La violenza tanto esplicita quanto “normale” del film supera di gran lungo qualsiasi pellicola mostrata fino ad allora, aprendo le porte ad un tipo diverso di cinema horror.

Il film ha avuto problemi di distribuzione in tutto il mondo, ma il caso più eclatante rimane la Gran Bretagna, dove ancor’oggi la pellicola non può essere trasmessa in una sala cinematografica!

 

Chaos
Chaos
Nel 2005 David DeFalco scrive e dirige una specie di remake del film di Craven: “Chaos” (da non confondersi con il film dello stesso anno e con lo stesso titolo interpretato da Jason Statham). Emily e l’amica Angelica decidono di partecipare ad un rave fra i boschi, ma quando arrivano lì un giovane (interpretato da Sage Stallone, figlio del più famoso Sylvester) offre loro dell’ecstasy: è solo una scusa per far cadere le donne fra le grinfie di una sadica band capeggiata da Chaos. Le povere ragazze verranno torturate tutta la notte, ma non c’è traccia della vendetta paterna. Gli autori stessi rifiutano qualsiasi legame con il film di Craven, malgrado la trama sia identica alla prima parte de “L’ultima casa a sinistra”.

 

Arriviamo nel 2009 e non sembra esserci pace per la povera figlia di Töre.

Convinto forse che la leggenda popolare svedese abbia ancora bisogno d’essere raccontata (ma più probabilmente preso dal gorgo dei remake da cui Hollywood non sembra avere forze per risalire), Dennis Iliadis dirige “L’ultima casa a sinistra”, dove Adam Alleca e Carl Ellsworth ricalcano passo per passo il film di Craven, modernizzandolo. Attenzione, però: non quel tipo di “modernizzazione” che Craven ha applicato a Bergman, bensì la modernizzazione modaiola del teenage horror movie dove tutto si promette ma niente si fa, dove tutto si dice ma niente si fa vedere.

L'ultima casa sulla sinistra
L'ultima casa sulla sinistra
Il film è costretto a lunghissime sequenze inutili ai fini della storia per un semplice motivo: nel 2009 è assolutamente impensabile mostrare ciò che si poteva mostrare nel 1972, quindi si devono coprire gli ovvi spazi vuoti con qualche tappabuco. Ecco che così il giovane della band ci mette venti minuti per “rimorchiare” le ragazze, quando bastavano venti secondi nel film di Craven; abbiamo i membri della banda decisamente logorroici per essere degli sbandati in fuga; abbiamo la scena di violenza meno violenta della storia, se paragonata all’originale di cui si fa remake. Bergman parla di una disgrazia (due pie donne vengono assalite da dei bruti), Craven critica un’esagerata emancipazione che porta due donne “ribelli” nella tana del lupo; Iliadis non sa di cosa parlare e pensa solo a riempire i tempi morti del film con inquadrature comunque azzeccate. Il silenzio di Dio di Bergman e il silenzio dell’uomo di Craven (il suo padre non commenterà mai l’omicidio della figlia) vengono sostituiti dal silenzio dei nuovi autori hollywoodiani, troppo impegnati con tabelle e statistiche di cosa si può far vedere e cosa no per ricordarsi di avere un film fra le mani.

Finita la blanda violenza sulle due giovani, la scena si sposta a casa del padre di Mari Collingwood, dove si sfiora il ridicolo. Una scena eternamente lunga mostra allo spettatore come John Collingwood, che è

dottore, medica il naso rotto di uno dei malviventi: ce n’era veramente bisogno? Lunghi sguardi vuoti (d’altronde i poveri attori stavano interpretando personaggi piatti fino all’eccesso!) riempiono i lunghi tempi della scena, finché non esplode la ridicola violenza che chiude il film. Niente trappole, niente motosega, al povero padre non resta che applicare la propria vendetta (priva di qualsiasi trasporto, come se stesse vendicando il furto di un accendino) a forza di spintoni e di cadute. Il cattivo di turno riceve una bottiglia di vino in testa, una martellata in faccia ed una pugnalata al cuore, alzandosi come se niente fosse successo; al povero padre viene lanciata addosso una camicia sporca... e questi cade in terra gridando! Va bene che il padre è il “buono” e quindi (regola ferrea hollywoodiana) dev’essere assolutamente privo di animosità e agire senza violenza, ma questo fa affossare il film di Iliadis in una ridicola pantomima che sbeffeggia il cinema horror più che farne parte: ne è prova la gratuita e fuori luogo scena finale del film, in totale controtendenza con quanto visto fino a quel momento e più adatta ad un film paradossale che ad un film che denunci la brutalità della violenza umana.

Essendo un remake pedissequo e senz’anima, il film di Iliadis è vittima del peggior commento che un’opera possa subire: le parti originali non sono belle, le parti belle non sono originali!

In conclusione, i tre film di cui si è parlato mostrano tre modi molto diversi di raccontare la stessa storia, una storia di violenza che attraversa il nostro mondo senza scorgere all’orizzonte alcuna speranza di redenzione. Tre autori molto diversi tra loro, immersi in culture molto differenti, hanno parlato di violenza e di vendetta in un mondo e in un modo umano, facendosi interpreti muti della realtà. Bergman, finita l’esplosione di violenza, fa cercare rifugio ai suoi personaggi nella religiosità; Craven abbandona i propri muti personaggi al loro destino; Iliadis... sta bene attento che non si inquadri mai il pube dell’attrice per non perdere il pubblico giovanile!