In attesa che esca “Dura Lex”, l’ultima indagine del personaggio seriale di Danila Comastri Montanari (http://www.diciemme.eu, Publio Aurelio Stazio, la scrittrice ha risposto alle nostre domande. Abbiamo così scoperto alcuni ferri del mestiere, alcuni segreti del passato e un’adesione filosofica dell’autrice che molto ha in comune col suo personaggio...

Con il suo ultimo romanzo, “Terrore”, (Mondadori, 2008), vi è un salto diacronico rispetto alla produzione “classica” di Publio Aurelio Stazio.  Già precedentemente aveva collocato alcuni racconti in altre epoche ma “Terrore” è un poliziesco ambientato in una giovane repubblica francese passata a un’autocrazia feroce in cui regna, appunto, quel truce periodo di Terrore inaugurato dai giacobini del Comitato di Salute Pubblica. Perché la scelta di questo momento storico?

Non ho nessuna intenzione di abbandonare l’antica Roma: infatti “Dura lex”, l’ultima indagine di Aurelio, esce proprio in questi giorni.  Tuttavia la rivoluzione francese, e in particolare il governo giacobino, è un periodo della storia che mi appassiona moltissimo. Personalmente non lo giudico più truce di ciò che esisteva prima e di ciò che venne dopo. É un momento fondamentale della storia di Europa, quello in cui nacque il mondo come oggi lo conosciamo: agli uomini che si trovarono allora nell’occhio del ciclone dobbiamo molto, moltissimo.

Qualcuno potrebbe chiedersi come mai mi interesso a fasi tanto diverse del cammino umano. E’ presto detto: sia l’impero di Claudio, sia la Grande Rivoluzione sono passioni antiche, che risalgono alla mia prima adolescenza. La responsabilità è da attribuirsi totalmente alla fiction: furono la lettura di “Io Claudio” di Robert Graves e la visione de “I giacobini di Federico Zardi a suscitarmele. Altro infatti è imparare a memoria un arido elenco di consoli, altro è sentire uno dei Cesari narrare in prima persona i retroscena della famiglia imperiale, le tresche, le congiure, i veleni, i pugnali. E altro è studiare la rivoluzione francese sui manuali, altro è ascoltare Robespierre, interpretato da Serge Reggiani, mentre declama alla Convenzione il discorso dei 40 scudi. La fiction serve appunto a questo, a trasmettere emozioni che, pur con tutto il suo rigore, difficilmente la saggistica può dare. 

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