L’esplosione del consumo di polizieschi, ma si potrebbe dire più in generale di tanta letteratura straniera, coincise con la necessità di fare i conti con un regime che, soprattutto dopo la metà degli anni Trenta, impose regole ferree all’editoria. Fin dall’inizio il fascismo aveva guardato con attenzione ai mezzi di comunicazione di massa, prima operando nella direzione del controllo e della censura, poi in quella dell’asservimento alla propaganda, in modo da assicurarsi una base di consenso più ampia possibile. Fu un processo lento, che si venne chiarendo gradualmente, dopo che furono eliminate le opposizioni. Una nuova Italia avrebbe dovuto sovrapporsi e cancellare quella vecchia; il mondo e gli italiani stessi avrebbero dovuto avere l’illusione che il nostro fosse un paese ordinato e tranquillo, privo di occasioni di disordine e liberato anche dalla delinquenza comune.

Per la carta stampata la linea adottata fu quella di una progressiva fascistizzazione delle testate. Una volta eliminata la stampa d’opposizione, quello che restava, e non era poco, avrebbe dovuto semplicemente adeguarsi alle direttive e alle parole d’ordine che venivano dall’alto. Non fu un’operazione indolore: qualche direttore fu defenestrato e una censura sempre incombente fece il resto. I giornalisti, come sempre accade, ebbero atteggiamenti differenti: una parte si rifiutò di collaborare, alcuni per cultura e convinzioni si adeguarono facilmente, altri si adattarono, altri ancora accettarono in modo contraddittorio questa situazione. I risultati furono diversi e da valutare caso per caso, anche perché non fu semplice controllare tutta la carta stampata in circolazione: di certo ebbero maggiore libertà d’azione i “magazines”, i periodici cioè a larga diffusione come la “Domenica del Corriere”. Qui il processo di adeguamento alle direttive, l’abbiamo detto, è rintracciabile, almeno nei suoi aspetti più immediatamente visibili e identificabili: linguaggio, immagini, argomenti. Se poi ci si addentra nei meandri di una lettura meno superficiale, di quella che poteva essere effettuata dagli organi preposti al controllo, ci si accorge che il vecchio s’intreccia con il nuovo, che la modernità e qualche voce dissonante s’insinuano in tante pagine, soprattutto in quelle che molto probabilmente più interessavano il pubblico e meno le autorità, inclini a sfogliare quanto passava nei loro uffici con occhio attento all’aspetto propriamente giornalistico e meno a quello più leggero delle rubriche di consigli pratici o a quello letterario. Non che il regime non si fosse impegnato nel campo della letteratura, anzi. Solo che questo avvenne dopo il 1930 e gli interventi furono episodici e privi del sostegno di una vera e propria politica culturale, perciò non era difficile trovare in circolazione libri sovversivi o ritenuti pericolosi. Come ricorda Maurizio Cesari, nelle biblioteche (controllate da commissioni dipendenti dal Ministero dell’Educazione Nazionale) era addirittura possibile leggere libri antifascisti (La censura nel periodo fascista, Napoli, Liguori, 1978). A maggior ragione non era difficile per una rivista pubblicare testi che, anche se non erano il frutto del lavoro di qualche oppositore, erano però malvisti, avversati per una serie di motivi. In particolare per quanto riguarda la “Domenica del Corriere” era il poliziesco d’importazione a creare qualche difficoltà. Li abbiamo visti quei romanzi, quegli autori, quelle storie così diverse sia da quelle che gli scrittori italiani offrivano e che trovavano spazio in altre riviste, sia da quelle che il regime aveva tentato di promuovere.