Con questo suo nuovo romanzo, Urbi et orbi, Giosuè Calaciura si conferma maestro assoluto del monologo ad accumulazione, cifra stilistica essenziale del suo corpus narrativo, fin dal folgorante esordio del 1998, Malacarne. Un monologo, caratterizzato da una paratassi ossessiva e furibonda: il discorso diretto è del tutto assente, inglobato, senza l’uso di virgolette, due punti, lineette e altri segni paragrafematici, in una struttura sintattica molto articolata, dove due o più subordinate si legano alla principale con il risultato di periodi particolarmente lunghi. Il tutto facendo ricorso a un linguaggio letterarissimo, visionario e sperimentale. L’effetto ottenuto è quello di provocare nel lettore un vero e proprio senso di vertigine, risucchiandolo in una trance realistica, in uno smottamento fantastico, in un vero e proprio caleidoscopio barocco.

A cambiare rispetto ai lavori precedenti, è l’ambientazione, non più costituita dalla infernale Palermo senza nome dei precedenti romanzi, ma da una Santa Sede, divenuta una corporation volta a soddisfare per fini di lucro bisogni religiosi di una comunità di fedeli. In questa “azienda” – così viene chiamata nel romanzo – un papa nell’ora del suo declino fisico, consumato dalla malattia e dalla vecchiaia – un papa che fu giovane e bello e che affascinò il mondo con la sua energia, “prototipo dell’eletto che sembrava sceso dagli affreschi dove i fiorentini immaginavano il paradiso” – è tenuto in ostaggio, data la sua incapacità di intendere e volere, da una "banda" di prelati, "noi narrante" del romanzo, “portati per affari temporali privi di trascendenza”, dirottati nelle stanze vaticane proprio per la loro congenita incapacità alla “redenzione sul campo” (interessante notare come la loro ferocia e i loro istinti brutali sono analoghi a quelli dei carcerati del racconto La gabbia dei coccodrilli, compreso nell’antologia einaudiana Disertori. Sud: racconti dalla frontiera, anch’esso caratterizzato da un "noi narrante" e da un’ambientazione claustrofobica).

Quella che si muove nelle stanze vaticane è un’umanità ectoplasmica, formata com’è da corpi vivi-morti, segnati da una doppia esistenza fuori-dentro, da un doppio movimento implosione-esplosione, che li ha trasformati in fantasmi e visioni. Un’umanità consapevole di trovarsi al capolinea della storia e perciò capace di minare fin nelle radici con il virus del controsenso l’attività religiosa, fondata, come è noto, da un delicato rapporto tra segno e senso, lasciando per bieche ragioni materiali, campo aperto alla superstizione e alla conseguente produzione di segni ambigui, distorti e falsificati. “Chiedeva – si legge a un certo punto nel libro – chi è quel prete da baraccone col bastone da Charlot agitato a mulinello nella comica finale? Ma è lei sua Santità, guardi come sta bene, e volevamo che ingurgitasse sino in fondo il calice drogato degli osanna televisivi affinché ritrovasse i gesti e gli umori dei suoi tempi migliori, quando facevamo affari senza fatiche di teatrino e spese impossibili per gli allestimenti scenici delle rappresentazioni”.

Quello descritto da Calaciura in Urbi et orbi è un mondo in cui tutto è repressione e sopraffazione. Un territorio (non si sa reale o mentale) in cui la religione presente con i suoi segni, resi cupi e sinistri da un uso distorto, non reca speranza di riscatto, ma sigilla il trionfo della morte sotto il cielo chiuso del fatalismo più nero. Eppure la sacralità violata (non solo quella delle immagini religiose ma anche e soprattutto, quella dell’umanità oppressa e vilipesa), di cui lo scrittore palermitano scrive con spietata eloquenza, ci dice che il fondo è già stato toccato. Partendo da questo punto, non si può che cominciare a risalire.