Una figlia, Bianca, ritorna a casa, al suo paesello sulle Alpi Apuane, da Firenze, dove studia per prepararsi al dottorato con una tesi sulla poetessa Amelia Rosselli, ha una discussione con il padre, di nome Argo, che la rimprovera per non farsi mai vedere, neppure a Natale, dopo di che l’uomo esce di casa sbattendo la porta e non fa più ritorno.
Prende avvio così, il nuovo romanzo di Silvia Dai Pra “Brillare”, edito, come già il precedente “I giudizi sospesi” da Mondadori. Nata a Pontremoli, ma cresciuta a Massa, l’autrice vive ora a Roma dove insegna.
“Brillare” conferma le doti dell’autrice, già mostrate ne “I giudizi sospesi” di saper raccontare la vita di tutti i giorni dietro le apparenze famigliari che spesso nascondono il malessere che le agitano al suo interno. Se ne “I giudizi sospesi” questo malessere giunge al diapason per la manipolazione di cui è vittima una figlia da parte di un uomo di cui è ciecamente innamorata, conducendo a una tragica fine i suoi genitori e il fratello, qui abbiamo un esplodere più sottile acuitosi dopo la morte prematura della madre cinquantenne. Ci troviamo, infatti, con il padre in balia di alcuni fallimenti anche economici, una sorella perduta in una sua dimensione sostanzialmente autistica, non uscendo più da casa e coltivando amicizie che hanno preso possesso dell’abitazione, favorite anche da un padre assente prima ancora di scomparire e mai stato all’altezza del suo ruolo. È anche nel rifiuto di questo contesto famigliare che Bianca esprime, con la sua assenza dal paese, a cui ha dato il nome fittizio di Greto: paese con le sue rivalità, invidie, gelosie, pettegolezzi, antipatie, rancori, amori passati o interpretati falsamente come tali, come capita anche nei confronti di Bianca, tutti elementi che emergono nel corso della narrazione.
Insomma, Bianca pensava a una breve visita, ma la sparizione improvvisa del padre la costringe a restare, così immergendo il lettore in segreti pericolosi, minacce e quant’altro emerge seguendo le più diverse piste nella ricerca dello scomparso: indagini dei carabinieri, relazioni che suscitano dubbi, come quella del padre per una moldava, che viene contattata, sparizione di somme di denaro che il padre teneva in un armadio, accuse, bugie, fino ai sospetti di omicidio. Sta di fatto che dopo essere uscito di casa il padre non è stato più visto, apparentemente, da nessuno, non è passato neppure dall’osteria di Marietto dove andava a farsi i suoi cicchetti.
In questo quadro sono presenti altri aspetti locali, come la cosiddetta Casa del Popolo, residuo, insieme alla scritta W IL COMPAGNO STALIN, di un’epoca passata, distratta anche dalla mancanza di lavoro per il fermo delle cave di marmo, attratta invece da qualsiasi attività, anche illecita, che serva a far soldi. Tutte cose che convincono ancor più Bianca di tornare a Firenze prima possibile, opponendo un netto rifiuto a chi le consiglia di sistemarsi lì per sempre.
Tutto questo intrecciarsi di eventi grandi e minimi fanno esplodere una situazione che fino allora era rimasta sottotraccia, favorendo una lettura, aiutata da una scrittura veloce e profonda insieme, capace di coinvolgere il lettore nella storia, nei rapporti tra i personaggi, nei diversi caratteri, spingendolo a riflettere sulla propria vita attraverso quella degli altri, come fa la stessa Bianca.
Sta di fatto, per restare al giallo, che, al di là dei sospetti sul procurato omicidio che si accompagnano a quelli del suicidio, ne sorgono altri sulla incapacità dei locali carabinieri di risolvere il caso, così come il sospetto di uno procurato sviamento, tanto da chiudersi in un nulla di fatto da spingere Bianca a tornare a Firenze.
Potrebbe essere finita qui, ma non lo è, perché lei ritornerà al paese per imbattersi, stavolta, in una cruda verità.











