Ci sono esordi letterari che testimoniano una densità di esperienze, emozioni e sentimenti che hanno trovato in una storia e trama inventata – un romanzo – il loro magnifico contenitore. Ci riferiamo al libro “La guardiana”, scritto da Caterina Battilocchio, edito da Garzanti, che rivela una maturità narrativa insolita per un’esordiente, figlia anche di buone letture. Un libro denso, una scrittura che avvolge e fa riflettere sul valore della memoria, che non sempre si vuol conservare per il dolore o i segreti che si preferisce rimuovere quando non, piuttosto, volerli tenere sepolti nel profondo di noi, per evitare che, prendendo luce, palesino le nostre debolezze, le nostre vigliaccherie e tradimenti o, semplicemente, il rischio di far del male deludendo coloro che amiamo, chi resta dopo di noi. Ciò nonostante, avere la forza di raccontarle, di trasmetterle, di dare, appunto, valore alla memoria, ha – può avere – il potere catartico di un confronto con noi stessi, la nostra storia, i nostri errori, le nostre rimozioni.

In questo senso “La guardiana” del titolo è Mora, una giovane donna che per una serie di circostanze legate alla scomparsa della amata nonna Tita, a cui era molto legata fin dalla nascita – scomparsa che incide sulla sua vita personale, nel lavoro  e in una relazione sentimentale – la porta a lasciare Roma in cui vive per tornare a Rocca, un paesino dell’Etruria meridionale, verosimilmente Tolfa, paese d’origine dell’autrice, dove la protagonista ha trascorso le più belle estati della sua infanzia con nonna Tita.

Disoccupata, sola, Mora riesce però a trovare qui un impiego presso una casa di risposo circondata da uno splendido roseto, e le rose, nelle sue diverse specie e significati simbolici, ci guideranno per tutto il romanzo, costituendo un elemento di raccordo simbolico tra storie e personaggi.

Il romanzo inizia con il funerale di nonna Tita, che fa già capire, nei ricordi che la nipote richiama mentre segue il feretro, il tipo di donna, indipendente, libera, elegante, della cui vita il perno è un segreto dalla soluzione del quale Mora trarrà motivo di indagini che si dispiegheranno per tutto il romanzo a capitoli alternati: in prima persona, dal 1935 in poi, in pieno fascismo, con la nonna io narrante, negli altri con Mora, che allargherà la sua missione raccogliendo le storie di altri. Storie, perché, la donna, a contatto ormai con gli anziani della casa di riposo riesce a penetrare nella loro solitudine, dopo non poche resistenze in particolare di qualcuno, proprio per ciò di straziante, di perduto, di malinconico, finanche, appunto, di sconvolgente, che contengono i ricordi. Ma lei riesce nel suo intento di farli diseppellire, portarli alla luce, appunto, divenendone quella guardiana che, significativamente, dà il titolo al romanzo.

La forza delle pagine sta in questo intreccio a due voci di nonna e nipote tra la vita di nonna Tita con quella degli altri, in particolare di un’altra donna, Margherita, per dare così corpo a un contraltare di voci che guidano ammirevolmente una narrazione, ricca, per altro, di descrizioni – non mancano spaccati di vita paesana come, ad esempio, una straordinaria processione in celebrazione della Madonna  - di sensazioni, dialoghi, personaggi, tra cui due uomini in conflitto nei trascorsi esistenziali di nonna Tita riemersi dal profondo di una storia che ha il passo e la tensione di un mistery.