Un divertente rebus da “Settimana enigmistica” il giallo del greco Yiannis Karvelis “Il detenuto zero”, edito in Italia da Voland per la traduzione della lucana Giuseppina Dilillo e che da tanti anni ormai vive in Grecia, nell’isola di Kos, già traduttrice per Voland del romanzo “Scatole cinesi” di Soti Trintafillou.

Karvelis, settantreenne, ha un curriculum di studi prettamente scientifico, essendosi laureato in Ingegneria elettrotecnica e aver sempre lavorato nel campo ingegneristico. Come scrittore ha all’attivo quattro libri, tutti incentrati su argomenti matematici, e con l’uso di un linguaggio particolarmente semplice in grado di rendere chiaro i postulati degli stessi rebus da permettere, anche a quanti non sono molto avvezzi alla matematica, di seguire i ragionamenti necessari per capire sia lo svolgimento che la soluzione del “giallo”.

Ma veniamo a “Il detenuto zero”, ambientato negli Stati Uniti, a Washington. Qui abbiamo tre giovani geni della matematica, validi allievi del professor John Blackhead, che ama sfidarli spesso a quesiti matematici così da stimolare la loro intelligenza e amor proprio. I tre sono il greco George Manthos e gli indiani Ravi Zatramaran e Chandra Guipure, tutti reduci dalla base aeronautica di Langley, in Virginia, dove hanno partecipato alla formulazione degli algoritmi di sicurezza di un carcere sperimentale di nuova concezione chiamato “Isolamento”, il cui nome già dà idea della condizione estrema e, è il caso di dire, asettica in cui vivrebbero i detenuti, ai quali, in virtù dell’impronta tecnologica del carcere stesso, non sarebbe data neppure l’opportunità di vedere e parlare con essere umano, neppure i secondini. Un carcere, come si può capire, di grande disumanità, tant’è che si è rinviata l’inaugurazione proprio per non scatenare le critiche dei media e quant’altro, al punto che i tre giovani provano addirittura sensi di colpa per aver dato il loro contributo alla sua realizzazione. Ma tra una birra e l’altra, mentre si sfogano per quella partecipazione Chandra cerca di assolversi: “E qual è il nostro crimine? Abbiamo accettato l’unico posto di lavoro che siamo riusciti a trovare per poterci pagare gli studi!”

Manthos da parte sua medita invece di fare una soffiata a un suo compatriota, corrispondente dagli Stati Uniti di un canale televisivo greco, ma non prima di averne parlato con il sergente Gary, con il quale i tre sono diventati amici nella base, e che sospettano essere “unito a qualche gruppo di cui non riesco a immaginare gli scopi, visto che lui non ne accenna mai. Diritti umani, movimenti per la pace, forse anche qualcosa di più estremo”.

Misteriosamente, però la notizia trapela e i tre vengono subito presi di mira dal capitano John Gardner, responsabile della sicurezza del carcere che non esita ad arrestarli l’uno all’oscuro dell’altro, per poi, ciascuno di essi, essere assegnato a una cella in totale isolamento. Anche il cibo arriva alle ore canoniche tramite un nastro trasportatore e a disposizione per pochi secondi su un pertugio della cella, dove la luce è sempre accesa, eccetto un abbassamento durante le ore notturne. Una condizione a dir poco angosciante.

Accade però a un certo momento che tre giorni dopo, a dispetto delle misure di sicurezza, i tre misteriosamente evadono. La fuga crea grossi sospetti nei confronti di qualche addetto, tra cui il sergente Gary, il quale però, tranne una volta, per pochissimi secondi, è sempre stato sotto controllo del capitano Gardner. Ciononostante si arriva al processo militare, che vede imputati in contumacia i tre evasi. A difenderli una donna, il capitano Dora Campbell, che avrebbe voluto dedicarsi agli studi scientifici, ma che per amore del padre, esimio giurista, che la spingeva verso gli studi di legge, ha proseguito la sua stessa carriera. Il processo sembra inevitabilmente avviarsi verso l’accusa dei tre giovani matematici e del loro amico Gary, che si sospetterà essere loro complice per alcune foto che li mostrano insieme.

La questione sembra chiusa, ma il professor John Blackhead, che ben conosce i suoi allievi, crede di avere la soluzione dell’evasione da imputare unicamente alle doti matematiche dei tre detenuti. Si mette così in contatto con la bella avvocatessa Campbell, alla quale spiegherà l’algoritmo che, secondo lui, può aver portato alla contemporanea fuga dei tre. Il dubbio è grosso, perché ciascuno di essi non sapeva chi, dove, se e quanti si trovavano rinchiusi con lui in quello stesso carcere. Motivi sufficienti per confutare la tesi del professore, contro la quale l’accusa chiama a sostegno un altro matematico di grido, che a quel punto si confronterà con la difesa, nell’affascinante svolgimento e sorprendente soluzione del rebus.