Samuel Fuller, uno dei registi più controversi della storia del cinema. Strillone, giornalista di cronaca, combattente nella seconda guerra mondiale, produttore, attore per altri registi (da Jean Luc Godard che gli fece recitare la parte di se stesso in Pierrot le fou - Il bandito delle undici a Wim Wenders che lo scelse come interprete di un gangster in L'amico americano, dell'operatore in Lo stato delle cose e del capo dell'agenzia Pinkerton in Hammett), autore di almeno un capolavoro indiscutibile, vale a dire Il grande Uno Rosso presentato a Cannes 2005 in edizione integrale, opera bellica che ha influenzato tutti i cineasti americani che hanno portato la guerra sullo schermo, da Coppola a Spielberg (che come Fuller filmerà lo sbarco degli alleati Omaha Beach il 6 giugno 1944) senza dimenticare Kubrick (l’episodio del cecchino in Full Metal Jacket ricorda molto da vicino una scena del film di Fuller).

 

Il corridoio della paura va inserito tra quella schiera di film definibili come thriller manicomiali che solitamente vedono un personaggio, nelle vesti di paziente, rinchiuso in un ospedale psichiatrico dove viene di solito curato fino alla guarigione (ma non sempre…).

Tale genere vanta come capostipite più celebre La fossa dei serpenti di Litvak, senza dimenticare altri titoli oramai divenuti classici come Improvvisamente l'estate scorsa di J. L. Mankiewicz e Qualcuno volò sul nido del cuculo di Forman.

Ultimamente, forse perché è tutt’altro che semplice inventare storie capaci di reggere dentro quattro mura dove l’unica licenza concessa al regista di turno è quella di rappresentare in modo più o meno fantasioso il funzionamento di una mente sconvolta dalla follia, sono venuti a mancare esempi paragonabili anche alla lontana a quelli fin qui citati, a meno che non si voglia tirare in ballo Ragazze interrotte che se sarà ricordato (se mai lo sarà) lo dovrà esclusivamente all’Oscar andato alla Jolie o l’altrettanto dimenticabile Gothika.

 

Passando allo specifico del film si intuisce subito che Fuller non ha nessuna intenzione di ripercorrere strade già battute. Tanto per cominciare sceglie di porre al centro della storia non le vicissitudini di un classico paziente, bensì un giornalista di nome Johnny Bennet che spacciandosi per un maniaco sessuale con fantasie incestuose dirette verso la sorella, interpretata dalla sua fidanzata, si fa internare in un manicomio per scoprire l’autore di un delitto che ha avuto luogo al suo interno, non prima di essersi scrupolosamente preparato a interpretare la parte del folle aiutato dal direttore del giornale presso il quale lavora e da uno psichiatra.

Il tutto, ed è questa la motivazione che spinge Bennet a tale passo, è il desiderio di conquistare il premio Pulitzer.

 

A un primo livello si è di fronte a una classica indagine di stampo investigativo, ma basta attendere gli sviluppi della vicenda per rendersi conto che le intenzioni di Fuller sono ben altre (e ben alte…). È infatti grazie alla meticolosa descrizione dei tre pazienti testimoni del delitto che Fuller riesce ad aggiungere al tipico film manicomiale qualcosa d’altro poiché ognuno dei pazienti che Bennet interroga per ottenere le informazioni necessarie all’individuazione del colpevole, il primo un reduce della Guerra di Corea accusato di aver fraternizzato con i nemici una volta caduto loro prigioniero e ora convinto di vivere ai tempi della guerra di secessione americana dove milita tra le fila dell’esercito del Sud, il secondo un paziente di colore convinto di essere il fondatore del Ku Klux Klan, il terzo un ex scienziato nucleare vittima di un crollo nervoso che lo ha ridotto a uno stato infantile, finisce col diventare lo spaccato di una società che incapace di venire a patti con i propri demoni interiori preferisce di gran lunga che questi ultimi si materializzino all’esterno sotto forma di nemici da combattere, salvo poi, ammesso e non concesso che si riescano a sconfiggere, rendersi conto che se ne ha bisogno subito di altri altrettanto numerosi.

Fuller gioca le carte del suo mazzo senza barare, dipingendo il ritratto inquietante di una società in preda all’odio e al panico dove è sufficiente un nonnulla per scatenare la caccia all’untore (il paziente di colore con il lugubre cappuccio del Klu Klux Klan calato sulla testa arringa gli altri ricoverati fino a scatenarli sulle tracce di un altro ricoverato di colore), il tutto raccontato attraverso lo stile proprio di Fuller, aspro e senza un briciolo di retorica.

 

Fuller, da reporter quale è stato, non dimentica anche di riflettere su come la verità sia non soltanto una condizione niente affatto semplice da raggiungere, ma che spesso il suo ottenimento richiede in cambio un prezzo altissimo, in questo caso quello della salute psichica visto che Bennet otterrà sì il premio Pulitzer, ma per ritrovarsi alla fine lui stesso nei panni di un paziente di un ospedale psichiatrico.

Recentemente è stato chiesto a Park Chan-wook quale film gli sarebbe piaciuto girare (alla stessa domanda Tarantino aveva risposto Old boy…).

La sua risposta? Il corridoio della paura.