Un grande ritorno, il prossimo 14 marzo, per un autore pluripremiato: il polacco Marek Halter. La Newton Compton, dopo il successo del suo Il cabalista di Praga, porta in libreria un’altra grande sua opera: Protocollo Cremlino (L’inconnue de Birobidjan, 2012).

     

Dalla quarta di copertina:

Giugno 1950, la commissione McCarthy, che in piena caccia alle streghe sta falciando carriere e vite innocenti con il pretesto di sgominare “attività antiamericane”, porta in tribunale una donna di nome Maria Apron, accusata di essere entrata negli Stati Uniti con un passaporto falso e di aver assassinato un agente segreto americano in missione in Unione Sovietica. Per difendersi, Maria non ha altro che i propri ricordi, e li userà, nei cinque giorni del suo interrogatorio, per imporre la sua verità e salvarsi la vita. Marina Andreieva Gusseiev, questo è il suo vero nome, inizia la confessione con una rivelazione sconvolgente: sì, ha conosciuto Stalin, è stata anche la sua amante... e quella storia ha distrutto tutti i suoi sogni. Perché proprio per sfuggire al dittatore, nel 1932, la donna, all’epoca una giovane promessa del teatro moscovita, era stata costretta ad abbandonare per sempre la sua carriera e la sua città. E si era ritrovata nel Birobidjan, la regione autonoma ebraica creata in Siberia da Stalin, dove aveva scoperto la grande vitalità della cultura yiddish e trovato l’amore. Era un dottore americano, si chiamava Michael Apron. Ma la fine della seconda guerra mondiale modifica gli equilibri: gli americani, vecchi alleati, diventano nuovi nemici. Accusato di spionaggio, Michael viene rinchiuso in uno dei gulag più terribili e, per salvarlo, Marina decide di sfidare l’inferno...

Dalle stanze segrete del Cremlino alla repubblica ebraica creata da Stalin in Siberia, dal gulag alle prigioni dell’FBI: un’appassionante e commovente epopea.

    

Dall’incipit:

Il mio nome è Allen G. Koenigsman. In quella primavera del 1950 ero cronista del «New York Post». Da tre o quattro anni imperversava la caccia ai comunisti. Grazie a McCarthy e alla sua cricca, il Paese cominciava a convincersi che le spie di Stalin infestavano Hollywood e i teatri dell’East Coast. Per un attore, un regista o uno sceneggiatore una convocazione davanti alla HUAC, la Commissione per le attività antiamericane, voleva dire perdere il sonno. Avevo già visto sfilare davanti ai microfoni buona parte dell’élite degli Studios. Personaggi di primo piano come Humphrey Bogart, Cary Grant, Lauren Bacall, Jules Dassin, Elia Kazan, Brecht, Chaplin. Tutti avevano fatto del loro meglio per dimostrare di essere buoni americani e veri anticomunisti. Tuttavia la lista di quelli che non erano riusciti a convincere la Commissione continuava ad allungarsi. La chiamavano la black list, la “lista nera” di Hollywood... Vale a dire nera come la morte. Tutte le persone schedate dovevano rassegnarsi a lasciare gli Studios, mettere una croce sulle proprie ambizioni e cambiare mestiere. Molti erano costretti anche a mettere una croce sulla famiglia. Alcuni sceglievano di prendere commiato dal mondo in modo definitivo. In altre paro e, un periodo di merda.

     

Per saperne di più e per un’anteprima gratuita, ecco il link: http://www.newtoncompton.com/libro/978-88-541-4753-9/protocollo-cremlino

     

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