«Tutto finisce in un libro» diceva Mallarmé: la controversa e chiacchierata operazione che ha portato alla morte sbrigativa di Osama bin Laden non fa eccezione.

Sta per uscire nelle librerie statunitensi un libro scottante, la cui uscita - prevista per un impegnativo 11 settembre - pare sia stata anticipata a domani, 4 settembre. Ma No Easy Day, l’esplosivo racconto di Marc Owen, è veramente un testo affidabile, la testimonianza diretta di come si sono veramente svolti i fatti - che inoltre contrasta con la sommaria storia raccontata dai media - o è l’ennesimo caso letterario che punta sulla naturale tendenza cospirazionista a vedere dietro ogni avvenimento “qualcos’altro che non ci raccontano”?

          

Il 2 maggio 2011 un manipolo di addestratissimi Navy Seals - seguendo il copione di ogni action movie che si rispetti - penetra nel quartiere residenziale di Abbottabad, in Pakistan, sbaraglia la resistenza armata ed uccide il nemico numero uno degli Stati Uniti. Fa una veloce e confusa foto al cadavere e in fretta e furia si sbarazza del corpo in mare. Dopo dieci anni di terrore, forse è comprensibile che al pubblico non basti quella che sembra la trama di un pessimo film!

Ora uno degli uomini che ha partecipato all’azione, un trentaseienne che si nasconde dietro lo pseudonimo di Marc Owen, ha deciso di scrivere in un libro la “vera” versione dei fatti, come lui l’ha vista in prima persona, per informare il mondo di come siano andate “realmente” le cose. Come facciamo però ad essere sicuri che non sia una trovata per raccontare un’altra versione dei fatti (non necessariamente la “vera”) e guadagnare un bel po’ di soldi? Dobbiamo fidarci, proprio come ci siamo fidati dei filmatini animati che l’informazione ufficiale ci ha spacciato come ricostruzione veritiera dei fatti...

        

«Eravamo a meno di cinque passi dal bersaglio quando ho sentito degli spari - recita un brano in anteprima del testo di Owen, - bop bop. Dalla mia posizione non potrei dire se i colpi hanno raggiunto il bersaglio. L’uomo è scomparso nella stanza scura.»

I Seals seguono l’uomo nella stanza scura e trovano bin Laden sdraiato a terra, agonizzante in una pozza di sangue con un buco ben visibile sulla tempia destra. Due donne erano chine su di lui. Allontanate le donne, i Seals aprono quindi il fuoco sull’uomo inerte, finendolo.

«Abbiamo puntato i nostri mirini laser sul suo petto e fatto fuoco diverse volte. I proiettili lo hanno attraversato facendo ballare il suo corpo sul pavimento, finché ha smesso di muoversi.»

Nella stanza c’erano un paio di pistole, un AK-47 e una Makarov: nessuna di queste armi era pronta per sparare. «Non era pronto a difendersi - continua Owen, - non aveva intenzione di combattere. Per decenni ha spinto i suoi fedeli a suicidarsi o guidare aerei nei palazzi, ma non ha neanche impugnato una pistola.»

          

La Casa Bianca ovviamente non ha voluto commentare le rivelazioni di questo misterioso Owen, visto che la versione ufficiale vuole che Osama bin Laden sia entrato nella “stanza scura” per imbracciare le armi e rispondere al fuoco, cosa che - stando alle dichiarazioni del libro - non è assolutamente avvenuta.

I media statunitensi allora si chiedono: ma era una missione di cattura o di assassinio? Forse noi europei siamo più cinici, ma sembra ovvio che catturare vivo bin Laden non era proprio nelle intenzioni del Governo: cosa ci avrebbe fatto poi? Giustiziato pubblicamente attirandosi le ire dei Paesi civili e delle associazioni umanitarie? Tenuto in galera così che potesse organizzare mille altri attentati? No, si sa che personaggi del genere vanno “trovati morti”.

Quanto c’è di vero nel racconto di Marc Owen? Forse la stessa dose di verità della versione ufficiale della Casa Bianca...