Ho incontrato Cristiana Astori a Torino, capelli di fiamma e fascino da attrice, in occasione della presentazione del suo libro Tutto quel nero, romanzo ambientato nella capitale piemontese, che l'autrice definisce "una città di ombre", ovvero di fantasmi. Di notte, dice Cristiana, alcuni angoli di Torino sembrano le quinte di un teatro. Ma la notte non è il luogo del buio, perché il buio dissolve le ombre, non le crea. È piuttosto la luce a creare le ombre, come mostra soprattutto la magia del cinema, le cui immagini in movimento sono veri fantasmi, prodotti dal continuo rincorrersi di luce e ombra. Nell'attimo in cui il gioco s'interrompe, i fantasmi si dissolvono, appunto, nel buio e nel nero, tutto quel nero.

E proprio di cinema parla il romanzo, di certo non a caso. Di cinema come punto di fuga dello sguardo, di cinema come memoria delle immagini. Nel cinema il passato è ancora presente, e i fantasmi sono reali. Talmente reali che la figura femminile di Soledad Miranda, la vera protagonista del romanzo, continua a vivere anche dopo la sua morte, immortalata per sempre nelle pellicole girate da Jess Franco.

Il principale personaggio contemporaneo del giallo di Cristiana Astori, la giovane Susanna Marino, va alla ricerca di una vecchia pellicola, con protagonista Soledad, come se andasse alla ricerca di se stessa. Come accadeva all'altra ragazza, anche lei è inconsapevole del suo fascino, fino a che non si trova a rappresentarlo di fronte a qualcuno che la guarda.

Nel cinema rappresentare ed essere diventano un'unica cosa, ed è questa la vera magia. Sul set la giovane Soledad, una donna graziosa come tante altre, si trasforma nell'oggetto del desiderio, il più erotico e irresistibile. "Suscitare desideri impuri era una parte del suo lavoro. La più eccitante", come scrive Cristiana nella prima pagina del romanzo.

Accade così che l'immagine cinematografica, che a uno sguardo ottuso potrebbe sembrare mera riproduzione, assume una realtà tutta sua, più intensa e vera del reale di tutti i giorni, perché è una realtà ri-creata dallo sguardo voyeuristico degli spettatori, il cui capofila è lo stesso regista. Jess Franco, nel caso di Soledad (che nel romanzo viene chiamato, emblematicamente, il Regista).

Allo stesso modo, Tutto quel nero è insieme immaginario e reale, più reale della realtà, proprio perché l'immaginario vi si insinua e ne dilata la percezione. Anche nella cosiddetta realtà la percezione non dipende dalla luce, tanto meno dal buio, ma dalla commistione di entrambi. Le immagini, come le ombre, sorgono dall'incontro tra la luce e il buio. Il nero le inghiotte, ma la luce le acceca.

Il fascino di Soledad è il fascino del cinema, ed è anche il fascino di questo romanzo, che è una sorta di pellicola scritta. Non nel senso banale della sceneggiatura, ma nel senso che leggerlo è come assistere a un film. Un film con più piani di lettura, come si conviene al cinema d'autore. Le scene non sono semplicemente visive (del resto in un film c'è anche il sonoro) ma sono scritte in modo da suscitare emozioni, che è il vero motivo d'essere del cinema.

Le emozioni che si possono incontrare leggendo il romanzo sono appunto le stesse emozioni di cui andiamo in cerca quando guardiamo una pellicola che ci interessa.

Tutto quel blu

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