Ormai Manrico Spinori, il Pm melomane, inquieto amante, di nobile progenie, con una madre ludopatica che si è giocata tutto il patrimonio famigliare, creato dalla penna di Giancarlo De Cataldo è uno di casa per quanti, come il sottoscritto, lo seguono fin dai suoi esordi, sei anni fa, con il romanzo “Io sono il castigo”, tutti editi da Einaudi Stile Libero. Lo è anche, naturalmente l’ultimo “Delitto in cornice”, che possiamo annoverare il migliore, se possibile, dell’intera serie. Naturalmente, oltre alla suspense, propria del genere, a dare verve, divertimento, sono i vari personaggi che fanno da contorno alla vita e famigliare e professionale del magistrato. Della madre, abbiamo detto, figura in qualche modo indistinguibile dal fedele maggiordomo Camillo che sempre, complice, l’accompagna, ma vogliamo soprattutto indicare l’ispettrice Deborah Cianchetti, donna di borgata nella sua espressione migliore, il cui modo verace, alla Anna Magnani per intenderci, col fisico di una Marisa Allasio, per restare nell’ambiente, fa da contraltare alla educazione e ai gusti raffinati nel “contino” come viene chiamato, per le sue discendenze, il magistrato. Così come, non privo di interesse, ai fini della comprensione dei delicati e, talvolta, controversi rapporti tra magistrati, è la figura del capo della Procura, qui impersonata da un personaggio, Gaspare Melchiorre, la cui carriera e gli inevitabili rapporti con la politica che innervano l’istituzione della magistratura, ben rappresenta.

In questi sette romanzi che finora raccontano la saga dei casi affidati a Manrico Spinori, abbiamo visto che, fermo restando il codice lirico operistico quale chiave dei singoli casi, ad ogni romanzo gli ambienti in cui gli omicidi – perché sempre a questi si ricorre – avvengono, sono ogni volta diversi.

In “Delitto in cornice”, lo rivela già il titolo, siamo nel mondo dell’arte, delle gallerie, anzi dei grandi mercanti d’arte, particolarmente esclusivi e milionari e dei relativi clienti e artisti, dove la vittima è una certa Verena Rex, artefice di un’arte particolarmente esclusiva se non assoluta come la scarificazione. Parola sorta nel mondo dell’arte per indicare l’artista che si incide l’opera sul proprio corpo, creando questa su di esso, sulla propria carne con strumenti affilatissimi, come se pelle e carne fosse una tela, se non addirittura un marmo, ma, in questo caso, sanguinolento, apparendo così un’arte addirittura granguignolesca, la cui riproduzione tecnologica, digitale, dell’esecuzione è inseguita dai collezionisti, pronti a pagarla a peso d’oro.

Qui accade però che una performance dell’artista, richiestissima sul mercato, vada oltre, incidendo la giugulare che la porterà alla morte. Suicidio o omicidio? Una sfida al mercato di un’artista ambiziosa per alzare le proprie quotazioni o la richiesta assurda di una collezionista quando non, piuttosto, di un artista concorrente geloso del successo di Verena? Oppure, semplicemente, una tragica casualità, una assurda provocazione, o la banale ricerca di una gloria immortale? Ai lettori scoprirlo.