Chi era Stefano Terra? Ai giovani questo nome dirà poco o niente, ma i più vecchi lo ricorderanno come inviato de La Stampa di Torino, quindi della Rai e dell’Ansa, per la quale ha diretto gli uffici di Parigi e poi di Atene. Ma lo ricorderanno in particolare per i suoi romanzi non proprio clandestini, visto che si aggiudicò il premio Campiello del 1974 con “Alessandra”, vendendo migliaia di copie, e il premio Viareggio nel 1980 con “Le porte di ferro”. Prima e dopo ha scritto alcuni romanzi, non troppi ma sufficienti a dargli una meritata fama, da “La fortezza del Kalimegdan” all’ultimo “Un viaggio, una vita”, uscito due anni prima della sua morte, avvenuta nell’ottobre del 1986. Romanzi editi quasi tutti da Valentino Bompiani che fu sempre il suo editore di riferimento, tranne gli anni in cui il suo agente letterario, Erich Linder, lo convinse a passare con Rizzoli, con il quale si limitò a pubblicare due romanzi: “Le Porte di ferro” e “Albergo Minerva”. I romanzi di Stefano Terra, intessuti di memoria, investigavano la coscienza inquieta di personaggi solitari, sullo sfondo di storie che si dipanavano tra avventure che avevano il portato esistenziale dello stesso Stefano Terra: da giovane si sarebbe ben presto ritrovato a frequentare un gruppo di giovani antifascisti torinesi; mandato sul fronte in Albania, nel 1941 disertò riparando al Cairo e ad Alessandria d’Egitto, prendendo a frequentare gli esuli di Giustizia e libertà, Aldo Garosci, Umberto Calosso, Paolo Vittorelli, la scrittrice Fausta Cialente. Una storia, questa, che Terra racconterà in “La generazione che non perdona”, che avrebbe pubblicato al Cairo nel 1942 “quando Rommel arrivava a El Alamein e si bruciavano gli archivi nel cortile dell’ambasciata britannica”. Un libro che poi, nel 1945, Einaudi avrebbe ripubblicato con il titolo “Rancore”, per scelta di Franco Fortini, ma che poi tornò ad essere “La generazione che non perdona”, molti anni dopo, nel 1979, riproposto da Bompiani con in apertura un dialogo tra Terra e Franco Calamandrei, senatore della Repubblica, figlio del grande Piero Calamandrei, dialogo che io redassi per il quotidiano romano Paese Sera. Oggi, il libro e lo stesso dialogo tra Terra e Calamandrei sono stati ripubblicati in questi giorni dall’editore Cliquot, con prefazione di Massimo Novelli. Ma non è l’unica riedizione. Nel 2023 un’altra piccola casa editrice, la Gammarò di Sestri Levante intese far arrivare in libreria, con mia prefazione, i suoi romanzi maggiori. Il primo titolo fu “Alessandra”, il secondo “La fortezza del Kalimegdan”, ed ora, appena uscito, è la volta di “Le porte di ferro”, il suo romanzo migliore.  Su di esso Claudio Magris, dopo aver letto tardivamente il romanzo, ha scritto nel 2018 un ampio articolo sul “Corriere della Sera”, mostrando sorpresa della sua attualità, della sua forza narrativa, e lamentando, per questo “l’Alzheimer generalizzato di cui soffrono, senza distinzione di età, la nostra epoca e la nostra cultura” colpendo autori di prima grandezza qual è appunto Stefano Terra, partendo proprio da questo romanzo. “Ai tempi in cui Terra scriveva il suo romanzo Le porte di ferro erano un teatro più o meno dissimulato di trame fra le piccole potenze locali e le grandi potenze che, giocando cinicamente con esse, si contendevano il dominio del mondo diviso in due dagli infami accordi di Yalta, l’emisfero sovietico staliniano e quello occidentale all’ombra degli Stati Uniti.” Mi sembra che d’allora non siano molto cambiate le cose per quanto vediamo accadere nel mondo. Un romanzo, dunque, anche con grandi appigli nell’attualità, ma che merita di essere letto anche per il suo valore letterario, le sue pagine ricche della personalità narrativa dell’autore, che sa come condurre il lettore in un’altra dimensione: oltre a quella della Storia, quelle dell’avventura, del viaggio e tanto altro.