Nel contesto del Salone del Libro di Torino 2026, che quest’anno ha visto come Paese ospite d’onore la Grecia, la presentazione di “Anni di Pietra. Una storia greca”, edito da Voland, dello scrittore Diego Zandel, ha riportato al centro una domanda che attraversa il Novecento e giunge inquieta fino a noi: come nasce un totalitarismo? E soprattutto, come riesce ad insinuarsi nella vita quotidiana delle persone comuni, fino a stravolgerne completamente le esistenze?
La Grecia che fa da sfondo all’ultimo romanzo di Diego Zandel, infatti, non è soltanto un luogo storico né tantomeno una meta turistica, è uno spazio morale che trascende i confini geografici. Gli “anni di pietra” non sono solo quelli successivi alla guerra civile greca, conseguenti alla dottrina Truman, cosiddetti per l’immobilità che generarono, sono soprattutto quelli in cui, non solo in Grecia appunto, il potere irrigidisce le coscienze, trasforma il silenzio in sopravvivenza e la paura, spesso il terrore, in abitudine.
La Storia con la “S” maiuscola non agisce mai in astratto, ma precipita inevitabilmente dentro le vite private, deformandole, spezzandole o condannandole a una memoria dolorosa che attraversa generazioni. E nella narrativa di Diego Zandel questo elemento è costante. Anche quando il tema esplicito non è l’esodo giuliano-dalmata e la tragedia del confine orientale, quell’orizzonte storico e umano, quell’interazione indissolubile dei grandi fatti con le semplici vite individuali, riaffiora come matrice emotiva, culturale e morale della sua scrittura. Perché il confine orientale, nella sua opera, non è soltanto un tema storico, è soprattutto una categoria dell’anima. È il luogo simbolico della perdita, dello spaesamento, dell’identità negata. È la dimostrazione concreta di come le ideologie totalitarie del Novecento abbiano reso milioni di individui vittime della storia. Così, anche quando racconta altre vicende, altri contesti, altri personaggi, quello sguardo rimane e trasmette la sensibilità verso gli sconfitti, gli esuli, i perseguitati, tutti coloro che vengono cancellati dalla narrazione storica ufficiale. Perché la Storia, nei suoi romanzi non è mai trionfale, è quasi sempre dolore, separazione, perdita di radici.
Diego Zandel, scrittore dalle origini fiumane e istriane, ha assorbito profondamente anche la Grecia fin dal lontano 1969, grazie al rapporto con Anna, la prima moglie nonché madre dei suoi figli. Una Grecia non certo da cartolina, ma autentica e umana, quasi ancestrale, non ancora inevitabilmente inquinata dal turismo di massa e dalla globalizzazione.
Quest’ultimo romanzo, incentrato sulla storia della persecuzione politica subita dal poeta Manolis Fortounis, da lui conosciuto personalmente, è un sapiente intreccio costruito tra finzione e realtà, il racconto di semplici esistenze, travolte dagli eventi della Storia: persecuzioni politiche, inaudite violenze, ma anche storie d’amore e belle poesie inedite, su un palcoscenico dal mare luccicante e dal cielo terso. In un continuo cambio temporale dal ritmo cinematografico, il lettore viene letteralmente travolto dalle vicende narrate, sulle quali emerge, su tutto, un grido di passione per la Libertà.
Al numeroso pubblico intervenuto alla presentazione torinese di “Anni di Pietra”, anche raccontando la sua ultima opera, Diego Zandel non ha potuto evitare di fare riferimenti dovuti alla sua memoria permanente: i fatti del confine orientale, che tanto profondamente hanno inciso le sue radici.
Così, emerge uno degli aspetti più dolorosi della sua narrativa: l’impotenza degli individui davanti ai grandi movimenti della Storia. Si può nascere nel luogo sbagliato, al momento sbagliato, con un nome sbagliato, una lingua sbagliata o dalla parte sbagliata di un confine che muta improvvisamente. E da quel momento la vita può essere travolta e stravolta. Il Novecento europeo è disseminato di esistenze spezzate da decisioni prese altrove, spesso a tavolino, da uomini lontani, ma potenti.
La letteratura ha la possibilità e, per scrittori come Diego Zandel, il compito di restituire volto e voce a questi individui, ricordandoci che dietro categorie storiche apparentemente astratte – esuli, nemici del popolo, traditori, minoranze, ecc.- esistono esseri umani, famiglie separate, infanzie mutilate, memorie perdute. Non a caso uno dei suoi libri più significativi s’intitola “I testimoni muti”.
Romanzi come Anni di Pietra custodiscono una memoria storica spesso marginalizzata e obbligano il lettore ad interrogarsi sul valore e la fragilità della Libertà e sulla vulnerabilità dell’individuo davanti al potere.
La Storia non è fatta solo dai vincitori, dai leader o dalle ideologie, ma soprattutto dalla somma delle ferite invisibili lasciate nelle vite di chi ha subito gli eventi senza poterli governare. La narrativa di Diego Zandel continua ad essere di monito, opponendo alla brutalità della Storia la forza fragile ma fondamentale della memoria.






