Con il trascorrere dell’età i romanzi che Petros Markaris continua a scrivere a beneficio dei suoi tanti lettori acquistano sempre più una valenza sociale. Quello dello scorso anno “Il futuro è una truffa” riguardava il traffico di opere d’arte e i furti di reperti archeologici che generano loschi appetiti ad ogni livello; invece è di poche settimane fa l’uscita de “La ricchezza che uccide”, edito da La nave di Teseo” e tradotto come al solito da Andrea Di Gregorio, che affronta il problema del caro affitti ad Atene. Tutto inizia con la morte suicida di due coniugi separati, ex coniugi quindi, che si trovano però costretti a convivere proprio per l’impossibilità di pagarsi, da soli, l’affitto. Una situazione che ben presto sarà portata alle cronache con l’arrivo in massa dei migranti che generano problemi abitativi a scapito ovviamente dei ceti greci più deboli. E saranno questi ultimi, pronti a difendere con le unghie e con i denti il proprio territorio, a dare vita a manifestazioni, spesso e volentieri oggetto di attenzione da parte di gruppi di violenti pronti a strumentalizzare i bisogni reali della gente mettendo a ferro e fuoco la città. “Sono arrivati gli anarchici e hanno cominciato con il solito circo” viene avvertito dai suoi uomini il commissario Charitos, ormai diventato capo della polizia dell’Attica e protagonista assoluto di tutti i romanzi di Markaris. “Bombe molotov da una parte, bombe a mano accecanti e stordenti dall’altra. Caricano per rompere la barriera che protegge l’accesso ed entrare nell’edificio” da occupare ovviamente. Charitos vorrebbe andare sul posto, ma viene vivamente sconsigliato: “Se vedessero un’auto della polizia l’aggredirebbero all’istante. E non so se saremmo in grado di proteggerla. Resti in ufficio” la raccomandazione.  E il commissario non si muove, finché a essere ucciso non è un dirigente dell’impresa che aveva informato la polizia dell’occupazione del parco di fronte al centro di accoglienza in cui i senzatetto greci volevano andare a vivere al posto degli immigrati. Naturalmente, non mancano i buoni uffici di Zisis, il comunista, vecchio amico di Charitos, che si fa mediatore tra istituzioni e senzatetto, cercando anche di risolvere il problema dei migranti. Lo fa, ovviamente, per quel che la salute gli consente. Chi segue i romanzi di Markaris sa, sempre dal romanzo precedente, che Zisis, gravemente malato, è stato ricoverato finendo quasi in fin di vita e che ora, seppur dimesso dall’ospedale, non è ancora pienamente guarito. Ma non si tira indietro. Anzi, in questi ultimi romanzi a carattere sociale, Markaris lo rende ancor più protagonista. Intanto la polizia, o meglio la squadra omicidi, ora diretta dalla commissaria Antigone che ha preso il posto precedente di Charitos, si occupa dell’omicidio del dirigente. Naturalmente, Charitos sovrintende, ma come capo della polizia deve ormai seguire tutto, sia le manifestazioni di protesta con i disordini sia l’omicidio del dirigente, capendo che i fatti sono inestricabilmente intrecciati. La soluzione del caso sarebbe ormai a portata di mano se un attentato, generato appunto da quella situazione sociale, non rimettesse le indagini in discussione. Come si vede, i delitti, che nei primi romanzi di Markaris avvenivano quasi a catena, lasciando che questi si dipanassero lungo il percorso della detection, ora si riempiono d’altro. Il che è anche un segnale della situazione socioeconomica in Grecia che, uscita dal periodo di crisi seguito alla bancarotta del paese – che aveva portato a licenziamenti e a consistenti ribassi degli stipendi pubblici e delle pensioni – si sta lentamente risvegliando con un rilancio gravoso in particolare per i ceti più deboli. I quali non godono più di tutte quelle tutele sociali derivate dal devastante assistenzialismo arrivato, in particolare con il governo socialista di Andreas Papandreu, a un esoso sovraccarico da parte delle casse dello Stato, che alla lunga, come si è visto, non ha retto.