Penultimo romanzo poliziesco di Piergiorgio Pulixi, autore sardo molto prolifico che ha in parte variato un genere letterario molto fortunato. “L’uomo dagli occhi tristi” può vantare un buon dosaggio degli ingredienti che fanno la qualità di un romanzo poliziesco. Vi si trova la descrizione geo-antropologica di una Sardegna interna e pertanto poco conosciuta, location che non è uno sfondo ma parte integrante del romanzo e che varia a seconda degli stati d’animo dei singoli personaggi. Un delitto complesso fin dalle prime righe e a più livelli di approfondimento, a seconda del punto di vista di chi lo subisce oppure indaga. Terzo, ma non per importanza, il racconto delle vicende umane e personali delle due poliziotte che indagano: Mara Rais e Eva Croce.

La storia non è soltanto un’adrenalinica caccia all’assassino di un giovanissimo studente, con il carico di dolore inenarrabile che la morte violenta di un figlio porta con sé per i genitori e per gli amici. E’ anche lo sconcerto e la paura nascosta di un intero paese che sa ma non vuol dire per timore. L’elemento secondo me avvincente sono le dinamiche interiori delle due ispettrici, i loro drammi personali che esplodono durante l’indagine, in parte condizionandola.

Eva Croce ha un terribile segreto che non ha confessato a nessuno, neanche alla sua partner di lavoro e che è all’origine del suo trasferimento in Sardegna. All’inizio dell’indagine un episodio la metterà di fronte a una scelta difficilissima. Mara Rais ha una figlia adolescente traumatizzata dalle minacce rivolte alla madre a seguito di una precedente indagine. L’ex marito ne approfitta per chiedere al magistrato l’affidamento esclusivo della figlia, sottraendola totalmente alla madre. Come se non bastasse, una persona lavora nell’ombra per mettere le due colleghe una contro l’altra, distruggerle professionalmente e allontanarle dal criminologo Vito Strega, altro personaggio seriale. Dopo freddezze e incomprensioni, entrambe riusciranno a fare chiarezza fra loro e in loro stesse, aiutandosi reciprocamente. Senza rivelare niente della trama, potrei definirlo un romanzo sul dolore per i figli persi: descrive benissimo l’abisso di dolore che si spalanca davanti ai genitori “orfani” dei figli.