Come piante tra i sassi di Mariolina Venezia, Einaudi 2009.

La trama interessa fino ad un certo punto. Voglio dire interessa, sì,  scoprire l’assassino e tutto l’ambaradan connesso all’evento funesto, che altrimenti non sarei un lettore (anche) di gialli. Ma al centro della scena si piazza lei, Imma (Immacolata) Tataranni, sostituto procuratore di Matera, quarantatre anni, alta uno sputo, un po’ miope (mi pare), faccia di “luna piena”, tacchi a spillo, capelli rosso mogano o fiamma o carota, o addirittura di “un infido color melanzana”, secondo lo schiribizzo giornaliero. Per la suocera, poi, “la donna peggio vestita di tutta la provincia”, anche se sui giudizi delle suocere c’è sempre da stare cauti.

Ci si piazza, dicevo, ed è difficile staccarle gli occhi di dosso. Non ha fantasia, né una particolare intelligenza, né un certo intuito comune a tanti/e piedipiatti/e dei nostri romanzi, ma una bella memoria che l’ha aiutata anche durante gli studi scolastici. Ligia al dovere, “implacabile come un orologio a cucù, insensibile alle sfumature e concentrata sul risultato”, tiene sotto torchio i suoi sottoposti (spia soprattutto la Moliterni che esce spesso per gli affari suoi) e li fa tremare quando ha la luna storta. Per non esplodere troppo spesso trattiene il respiro (guance gonfie) o tira fuori qualche piacevole ricordo. Ostinata e dura come le piante che crescono fra i sassi, i suoi pensieri vanno di pari passo con le azioni di tutti i giorni e con i suoi istinti primordiali, mentre sbuccia i piselli o, se presa da un dubbio, subito distratta da un babà o da una pizza rustica.

Sposata felicemente con Pietro e portata altrettanto felicemente al sesso come cosa naturale e spontanea, è attratta dal giovane appuntato Caligiuri che le dà una scossa dentro. Ha una figlia Valentina in età adolescenziale, studia al liceo e le procura qualche grattacapo (i soliti vestiti firmati e via dicendo) condito da qualche pulsione omicida a stento repressa (tipo soffocamento). Non manca la vecchia madre con badante, anzi badanti straniere che non ne possono più, insieme ad uno strisciante senso di colpa.

Soliti personaggi di contorno: Diana, la sua assistente, “un’accanita spettatrice di fiction televisive”, il giovane e bell’appuntato Calogiuri (già citato), il maresciallo tuttofare Domenico La Macchia. Sulla trama è presto detto. Trovato morto ammazzato il giovane Nunzio (taglio alla gola) con mutande Dolce e Gabbana e sull’erba un santino di La Madonna della Sula. Di mezzo traffici illeciti e, come al solito, l’amore.

Attraverso le indagini vengono fuori in maniera naturale alcuni aspetti della società della sua terra senza il facile e roboante sdegno di tanti autori impegnati: maschilismo e dura vita delle donne, smaltimento dei rifiuti tossici radioattivi, sfruttamento degli aiuti della Comunità Europea, abusi edilizi, sottrazione di reperti archeologici.

Ma, soprattutto, è lei, Imma (Immacolata) Tataranni, che si piazza risoluta in mezzo alla scena su impossibili tacchi a spillo e si muove di qua e di là attraverso paesaggi ricchi di storia antica, incespicando, osservando, pensando, rimuginando, ricordando, sognando. E, nei momenti critici, mangiando. Che, con lo stomaco pieno, si ragiona meglio.