Dialoghi che in certi momenti hanno il sapore di sentenze filosofiche, sicuramente una visione della vita e del sociale, degne di un Chandler, avvincente come un romanzo di uno dei padri del romanzo d’azione a tinte noir.  Parliamo di “Kumquat” di Enzo Verrengia, che ha fatto propria la lezione dei grandi scrittori di thriller che negli anni ha tradotto per i maggiori editori italiani e ai quali, con questo romanzo, si è appaiato.

Pubblicato da Luigi Pellegrini editore si presenta con una bella copertina: il volto di una giovane donna nell’ombra con dei grandi uccelli in volo sullo sfondo di un tramonto, probabilmente sul mare che s’immagina, più che vedere. Si potrebbe pensare all’Adriatico, viso il luogo in cui il romanzo è ambientato: San Severo, in Puglia, che ha dato i natali all’autore, ma anche al compianto Andrea Pazienza. In realtà, il paese non viene nominato, si parla, per trasposizione, di Tijuana, la città del Messico che ci riporta ai capolavori di Don Winslow o, addirittura, Bolaňo, fino al nostro Pino Cacucci.  La dimostrazione che ormai tutto il mondo è paese, quando si misura con la corruzione, la criminalità, gli affari sporchi. E i morti ammazzati. Fa impressione che a condurli ci siano nomi di banche che hanno gli sportelli nelle nostre città, e non negli States oppure, appunto, in Messico.

Qui abbiamo una Caricredito di mezzo, che “prima della guerra si chiamava Credito di sostegno Rurale, tenuta da tale Don Ciccio Frascone, cugino dei Laviati, arciprete di stretta osservanza fascista e strozzino”. Quanto ai Laviati sono una famiglia che, alla morte di Don Ciccio ha rilevato la banca facendone un presidio di potere nel paese e dintorni, il foggiano e limitrofi, Gargano e Cerignola. Troppo se ora qualcuno li vuole togliere di mezzo. Il patriarca della famiglia è Don Giosuè Laviati, feroce quanto basta per resistere ai nemici. Ha poi un paio di fratelli minori con un passato Sessantottino rivoluzionario, al limite del brigatismo, che è stato usato per fare carriera negli affari, sporchi naturalmente, e nella alta burocrazia che serve sempre per sistemare le cose nel presunto quadro della legge.

Abbiamo tralasciato però il protagonista, Giorgio Castaldo, che vediamo marito amoroso di Laura, moglie bellissima e padre di un bambino: una famigliola come tante se non fosse che l’uomo – un professore di ginnastica precario – ogni tanto sparisce per settimane quando non mesi, un mistero di cui non è al corrente neppure la donna. Uomo dei servizi o di qualcosa o qualcun altro? O tutto d’un pezzo? Lo scopriremo, leggendo.

Il romanzo comincia a Tijuana-San Severo con un incontro, nella principale piazza del paese, Piazza dell’Incoronata, tra Giorgio Castaldo e un vecchio amico, Elvio Montuoro, compagno di banco alle elementari dove l’atletico Giorgio difendeva Elvio dai bulli di classe, dando vita così, tra loro, a una sorta di piccola confraternita. Ma fino a che punto? Sta di fatto che Elvio, uomo dei Laviati, raggiunge il vecchio amico Giorgio per un’operazione che dovrà svolgersi nel giorno della tradizionale Festa della Salvazione in quella stessa piazza dell’Incoronata con la partecipazione dei Laviati e di altri notabili, tra cui un politico, l’onorevole Riccardi, proveniente da Roma e già erede di Aldo Moro. C’entra forse qualcosa quel lontano attentato di via Fani con Riccardi, i Laviati e compagnia? Lasciamo vivere al lettore questa avventurosa storia che, attraverso le pagine di questo romanzo ricco anche di suggestioni, ha le stimmate delle migliori spy-story.

Quanto a suggestioni contribuisce anche il titolo stesso del romanzo. Cos’è “Kumquat”? Il nome, apprendiamo già dalle prime pagine, è quello di un arbusto di origine e diffusione cinese. Conosciuto dai tempi dell’imperatore Ta Yu di oltre duemila anni prima di Cristo, significa “arancio dorato” e, al contrario dei nostri aranci, il frutto del kumquat si mangia anche con la buccia. Ebbene “Kumquat” è tutto questo: un frutto le cui 306 pagine di Enzo Verreggia si mangiano tutte, con gusto, e senza lasciare avanzi.