Fedele servitore dello Stato

Il dolore è atroce. L’uomo, seduto sulla poltrona, prova a spostare la gamba destra ma non riesce a farlo, perché è troppo rigida. Sembra pesare un macigno. Allora inserisce la mano destra nell’incavo sotto il ginocchio e con forza cerca di sollevarla. Lo fa, ma soltanto di pochi centimetri e con gravi fitte, lancinanti. Tali da dagli la tentazione di prendere una pillola per calmare il dolore ma dovrebbe alzarsi per raggiungere la scatola dei medicinali ed è sicuro di non farcela al momento.  Rimane immobile, per riprendere fiato. Dallo schermo acceso del televisore, sistemato di fronte alla poltrona, la musica rassicurante di una pubblicità. Poi il volto bello dell’annunciatrice che, con voce querula, presenta il programma a seguire. Quello che lui sta aspettando. Una musica grave per sigla, la voce pastosa del conduttore, famoso per le sue inchieste, che preannuncia le intenzioni del suo programma su un tema scottante: il terrorismo in Italia  negli anni settanta. Più di trenta anni fa. Con la presenza in studio di un ex terrorista che ha appena finito di scontare la condanna a venticinque anni. Le telecamere lo inquadrano: il volto di un cinquantenne con l’aria da professorino, gli occhialetti circolari, la voce melliflua di chi pensa di avere sempre ragione, anche quando chiede comprensione. Mai perdono.

L’uomo sulla poltrona ha un brivido nel fissare il volto del terrorista tornato alla ribalta perché da un suo libro stanno girando un film. Finanziato con i soldi dello Stato. Lo stesso Stato di cui lui, l’uomo dolorante sulla poltrona, era stato un fedele servitore. Fino ad un mattino di tanti anni prima, quasi trenta,  quando la sua vita era stata spezzata. Ricordi violenti e lancinanti, confusi e chiarissimi si accavallano mentre il professorino continua a parlare dallo schermo: uno stridio violento di freni, uomini armati con i volti coperti da passamontagna neri piombano sul loro gruppetto, schierato a misera testuggine per scortare il magistrato fino al cancello della sua villetta in una zona periferica e residenziale, rumore di colpi sparati a raffica, il dolore atroce di una pallottola che entra nella gamba e spezza l’osso in mille frammenti, l’impossibilità di rispondere al fuoco perché la sua rivoltella è caduta qualche metro troppo lontano da lui, che è crollato a terra e non può fare niente per raggiungerla, due uomini del commando afferrano il magistrato e lo trascinano via, il capo scorta risponde al fuoco ma viene colpito da un proiettile alla testa e precipita a terra ma non trova l’impatto con il suolo perché crolla proprio sul corpo del collega azzoppato facendolo urlare per il dolore, ancora spari sul loro mucchio per il colpo di grazia definitivo, l’allontanarsi veloce di un’automobile. Lui è sepolto sotto i corpi dei colleghi e non riesce a muoversi, da terra vede arrivare un ragazzo che guarda la scena paralizzato dal terrore, lui prova a chiedergli aiuto ma quello non si muove, continua a fissarlo restando immobile, poi di scatto fugge, mentre nell’aria si cominciano a sentire urla di lontane sirene. Di polizia, di ambulanze. Lui è sempre a terra, alla fine sviene per il dolore che gli procura la gamba spezzata in più punti.

Molti giornali scrissero che era stato fortunato: l’unico sopravvissuto nella strage di tre uomini della scorta del giudice Sposini, in un agguato mirato a sequestrarlo. A salvargli la vita è stato il capo scorta che gli ha fatto da scudo, prendendo nel suo corpo le pallottole destinate a lui. Sempre che possa essere considerato fortunato un uomo di venticinque anni azzoppato per tutta la vita.  Cinque anni di operazioni alla gamba, tentativi ragionati e forse anche folli di far ricrescere un osso inesorabilmente spezzato, alla fine il referto tragico per un uomo, che avrebbe dovuto smettere di fare l’unico mestiere che sapeva fare, quello di poliziotto. Per essere schedato come un fedele servitore dello stato, dichiarato a tutti gli effetti inabile per motivi servizio.  Diagnosi che ha consentito la concessione di una pensione, anche se modesta. Eccessivamente modesta, per uno che può a stento camminare, trascinando una gamba martoriata che miracolosamente non gli è stata amputata.

Ricordi, che sono una vita, scorrono davanti al televisore mentre il professorino continua a spiegare le sue ragioni. Lui era uno degli uomini incappucciati del commando. Forse è stato proprio lui a sparare le pallottole che hanno reso l’altro un povero invalido. Il giudice Sposini fu liberato dopo cinque mesi, forse fu pagato un riscatto, la verità non si è mai saputa, nonostante i vari processi, e forse non sarà mai rivelata. Ci fu un tentativo d’incontro, organizzato dal Ministero della Giustizia, fra i due sopravvissuti, il poliziotto ferito e il giudice, sano nel corpo ma spezzato nell’animo. Un uomo perso dietro a suoi fantasmi, a paure che lo hanno fatto sopravvivere ma lo hanno ucciso dentro. Fra di loro morte e dolore impedirono la possibilità di qualunque dialogo. Un incontro breve e deludente di pochi minuti, una stretta di mano, neanche un abbraccio. Fra loro due non c’era stato niente prima, non poteva esserci nulla adesso. Non avrebbero mai potuto essere uniti dall’unica cosa che avevano in comune: la  certezza  che la loro vita era stata rovinata. Il giudice aveva chiesto il prepensionamento  e si era ritirato in campagna.

Il poliziotto azzoppato era restato nella piccola casa, dove aveva sempre abitato da solo. Non aveva voluto avere accanto nessuno. Doveva farcela da solo a rimettere insieme i pezzi della sua vita. Quello che non gli era riuscito con la gamba. Ma neanche con la sua vita il risultato era stato positivo. Quelle pallottole avevano mandato in frantumi la sua vita. Ed ancora lui non aveva capito per quali motivi.

Proprio per questo, prova a prestare particolare attenzione alle risposte del professorino che sta parlando da un ora  e non ha mai pronunciato parole che possano sembrare di pentimento. O di richiesta di perdono. Nonostante le tante parole prudenti, il professorino non riesce a nascondere la convinzione di aver agito per inseguire nobili ideali. Che possono richiedere anche il sacrificio di altri esseri umani. Anche se fedeli servitori dello stato.

Il dolore alla gamba è così forte da impedire all’uomo sulla poltrona di prestare attenzione allo schermo. Afferra il bastone e prova ad alzarsi: deve assolutamente prendere le pillole, anche se non leniranno il dolore che lo divora e rovineranno solo il suo fegato. Con uno sforzo enorme, si solleva dalla poltrona, fa  pochi passi, inciampa, crolla a terra, sbatte contro un tavolino ma per fortuna con la gamba sana. Rimane immobile per il dolore. Non prova nemmeno ad alzarsi, resta lì, dove qualcuno ha voluto farlo finire. Ascolta le parole del professorino che continua a spiegare con razionale calma, con fredda mancanza di pietà le ragioni delle sue gesta di allora. Senza giustificarle ma anche senza  condannarle.

L’uomo a terra non prova rabbia: le parole gli passano sopra. Ormai niente può fargli ancora male. Di piangere si accorge con un momento di ritardo. E continua a farlo, quasi con piacere.

L'agguato

Non più di un ragazzo è quello appostato all’angolo fra il lungo viale alberato e la strada stretta e buia, neanche molto lunga, che porta ad un gruppo isolato di villini bianchi. In bocca, il ragazzo ha una sigaretta spenta ed in mano un accendino, che ancora non utilizza.  A qualche centinaio di metri dopo la curva, di là delle ville, una macchina chiara è ferma, con il motore spento. Dentro, quattro uomini. Solo il ragazzo, per com’è messo, può vedere sia il viale sia la strada dov’è appostata la macchina. Lancia sguardi allarmati verso l’inizio del viale, nell’attesa di vedere spuntare l’auto che stanno aspettando. Gli tremano le mani: è la prima azione alla quale partecipa. Tutto è stato studiato nei minimi particolari, il colpo non può andare a vuoto. Dopo giorni di appostamenti, non si prevedono possibili varianti. Il giudice Sposini, con la sua scorta, ritorna a casa sempre alla stessa ora, dopo la fine di una giornata di lavoro. Il giudice è un uomo metodico, preciso.

Sono quasi le venti e le luci della sera cominciano a prendere corpo, rendono tutto impenetrabile e misterioso. Pochi i passanti in quella zona residenziale, qualche macchina che riporta la gente a casa, il latrato di un cane al quale risponde un altro da lontano, un dialogo misterioso nel silenzio quasi assoluto. Rotto dal rumore di un’automobile lontana. Il ragazzo si gira e vede la macchina, scura e ministeriale, avanzare lungo il viale. Si accende la sigaretta, al primo tentativo fallisce, ma al secondo ha successo. In risposta al segnale, il rumore, lontano ma avvertibile, del motore che viene acceso sulla macchina in agguato. L’auto blu avanza rapidamente, il ragazzo si appoggia ad un albero, così scompare nel buio. Dopo qualche secondo la vettura lo sorpassa, prende la curva e imbocca la stradina, in direzione del villino al centro del gruppo di case tutte uguali. Si ferma davanti al cancello, il capo scorta scende con la rivoltella in mano, abbraccia con uno sguardo circolare tutta la zona, fa un cenno ai due colleghi seduti su sedile posteriore con il giudice Sposini in mezzo. I due poliziotti scendono, avendo sempre in mezzo il giudice, per proteggerlo con i loro stessi corpi. Per ultimo, scivola via dalla macchina anche l’autista, che si mette alle spalle dei colleghi, in coda alla processione, voltato in modo da avere la visuale della strada.

È il primo a sentire il rombo del motore ed a vedere l’arrivo della macchina chiara, dall’altra parte della strada. È il primo a cadere sotto i colpi della raffica di mitra sparata dalla macchina in corsa. Con uno stridio di freni violento, la macchina si blocca vicino al gruppetto, tre uomini con il volto coperto da passamontagna scendono di corsa e mirano a colpire gli uomini della polizia, il capo scorta risponde al fuoco senza prendere la mira, poi, centrato in pieno da un proiettile, cade addosso all’autista che giace a terra, con la gamba spezzata, facendolo urlare ancora di più per il dolore. Due degli incappucciati afferrano il giudice e lo trascinano dentro l’auto, che ha ancora il motore acceso ed il pilota al volante. Il terzo spara un’ultima raffica sul gruppo dei quattro agenti ormai tutti a terra, pieni di sangue e d’immobilità, poi salta sull’auto che parte a razzo, con uno sportello ancora aperto. Velocemente gira alla curva, passa davanti al ragazzo e sparisce lungo il viale alberato.

Il ragazzo è rimasto fermo nel buio, ad assistere alla perfetta riuscita del piano da loro ideato. Un silenzio tragico dopo il rumore degli spari. Adesso lui dovrebbe prendere il suo motorino, nascosto dietro all’albero, ed allontanarsi. Invece rimane fermo a guardare, anche se da lontano, i corpi stesi a terra. È attirato da qualcosa: nel mucchio sanguinolento qualcosa si sta ancora muovendo. Allora lascia il suo posto alla curva, imbocca la stradina e si avvicina: così vede che, schiacciato dal pesante corpo di un collega, un agente è ancora vivo e sta urlando per il dolore provocato da una gamba spezzata in modo orrendo. La gamba è piegata in modo innaturale e si vede l’osso spezzato uscire dai pantaloni lacerati. Fra i due, un breve sguardo. L’uomo ferito chiede aiuto al nuovo arrivato. Voci dalle case e suoni di sirena cominciano a sentirsi nell’aria. Il ragazzo, che avrebbe dovuto già essere molto lontano, non riesce a staccare gli occhi da quello spettacolo terribile di morte e di sangue al quale ha dato un notevole contribuito. Anche senza tirare un colpo. Per la prima volta è stato coinvolto in un gruppo di fuoco ed ora può vedere i risultati della sua azione. Il suono di una sirena diventa così nitido e forte da farlo scuotere. Il ragazzo lancia un ultimo sguardo al ferito, si volta e comincia a correre verso il punto dov’era prima e dove ha lasciato il motorino. Ci salta sopra, lo mette in moto e parte ma non percorre tutto il viale alberato perché da quella direzione stanno per arrivare i soccorsi, gira alla prima stradina a destra, quasi un viottolo, e sbuca sulla grande strada asfaltata che scorre parallela al viale. Da questo momento diventa uno dei passanti capitati lì per caso. Si dirige in direzione opposta a quella presa dall’auto degli uomini che hanno portato a termine l’agguato. L’appuntamento è in un covo diverso da quello dove i quattro compagni stanno portando il giudice rapito.  Che lui nemmeno conosce.

Le sirene diventano sempre più vicine, hanno sonorità diverse, alcune appartengono alle ambulanze, altre alle macchine della polizia e dei carabinieri. Vengono da zone diverse, per concentrarsi verso il punto da dove è partito l’allarme. Il ragazzo accelera al fine di mettere maggiore distanza fra sé e il luogo dell’agguato, il traffico sta divenendo intenso per colpa delle sirene, sempre più numerose e violente, che mettono in allarme tutti quelli che sono al volante. Il ragazzo guizza fra le macchine che rallentano, non si accorge che un’auto proveniente in senso inverso sta facendo una brusca manovra per dare spazio ad una pantera, lanciata a grande velocità per sorpassarla. L’autista dell’auto perde il controllo del mezzo, sbanda, finisce al centro della corsia e taglia la strada al motorino che sta arrivando in senso opposto.

L’impatto è violento. Il ragazzo è sbalzato in aria, dopo un volo quasi acrobatico finisce a terra, sbatte sull’asfalto la testa che non ha la protezione del casco. Automobili si fermano, qualcuno tenta di aiutarlo, lui giace a terra immobile, con gli occhi aperti. Ma spenti.

Morto sul colpo. Vittima di un banale incidente stradale. Impossibile da collegare al drammatico agguato, avvenuto a qualche chilometro di distanza. Il collegamento non emergerà mai, neanche nei processi che seguiranno.

Nessuno saprà mai che nell’agguato c’è stata una quinta vittima. Giovane come le altre. E su lui nessuno saprà mai la verità.