Giovedì 9 maggio 1974: l’Italia è in piena campagna referendaria. Siamo ormai ad un passo dalla fatidica data di domenica 12 maggio, giorno in cui, scheda alla mano, l’intero corpo elettorale potrà scegliere tra un sì e un no su un tema scottante: la legge che disciplina il divorzio. Si tratta della prima consultazione referendaria del dopoguerra, dopo quella che sancì la nascita della nostra repubblica. Meglio ricordare a trentaquattro anni di distanza che il tutto si svolgeva in un clima d’attesa particolarmente rovente, vista anche la grande partecipazione popolare, ricca di tensioni politiche tra chi soffiava sul desiderio del cambiamento e chi pretendeva un rigido rispetto dell’esistente. La tanto discussa legge sul divorzio era fortemente sostenuta dalla sinistra laica, socialcomunista e radicale, e contrastata dalla Democrazia Cristiana di Amintore Fanfani, oltre che dalla destra di Almirante. A rendere ancora più incandescente il clima elettorale era stato anche l’avvio, a livello nazionale, della grande stagione del terrorismo, con brigatisti rossi e bombaroli neri in cerca di armi da usare e nemici da sconfiggere nel nome del lutto rivoluzionario.

Giovedì 9 maggio 1974, ore 10, per Alessandria, mite cittadina di provincia (seppure cuore del triangolo industriale Torino Milano Genova) sarà l’inizio di una giornata drammatica: all’interno delle aule del carcere Don Soria, dove si tengono i corsi per il conseguimento del diploma di geometra, si presentano a lezione tre detenuti, che, come si legge in alcune ricostruzioni documentali di allora, “hanno due borse, cosa forse normale in altre condizioni e non tale da richiedere dei controlli.” Dentro le borse però non ci sono né libri, ne penne, ne quaderni, bensì delle armi, tra cui due pistole, una Colt e una Smith and Wesson.

I detenuti Concu, Levrero, e Di Bona hanno deciso che la loro carcerazione è ormai conclusa alla faccia delle decisioni di un tribunale, e, per realizzare il loro progetto di evasione, non ci pensano due volte a farsi scudo degli ostaggi che incontrano sul loro cammino. Per riuscire nel loro intento sequestrano insegnanti della scuola penitenziaria, agenti di custodia, il medico, e si rinchiudono nell’infermeria. Le armi che impugnano sono vere e le intenzioni dei tre altrettanto serie. Un colpo a scopo dimostrativo sparato da uno di loro toglie ogni dubbio a tutti quanti. Sarà il preludio ai passi successivi.

Appena un’ora dopo, la piena travolge la città: lo Stato avanza al completo sotto forma di magistrati, e ufficiali dei carabinieri (il generale Carlo Alberto Della Chiesa e il Procuratore di Torino Reviglio della Venaria saranno i nomi dei protagonisti indiscussi della vicenda e della sua rapida conclusione). Prende il via una prima trattativa con le spalle coperte da cecchini appostati sui tetti delle case limitrofe e all’interno dello stesso istituto penitenziario. Nel frattempo giornalisti di ogni testata approdano in città occupando bar, locali commerciali, qualunque spazio provvisto di telefono per tenere aggiornata la redazione di appartenenza. La notizia entra in ogni casa e lascia tutti a bocca aperta. Per Alessandria crolla la convinzione di essere una provincia estranea alle contraddizioni dell’epoca.

La memoria ritorna alla protesta nel carcere all’inizio di quello stesso anno, il 1974, anno, quando, allora, i detenuti alessandrini come quelli di mezza Italia chiedevano una riforma carceraria radicale e trattamenti più umani all’interno delle strutture carcerarie. E le prime domande incominciano a farsi strada tra commentatori e osservatori. Primo, ci troviamo di fronte ad una rivolta dal sapore politico, con la prigionia intesa come scuola di rivoluzione? Secondo, come hanno fatto le armi a finire in mano ai tre?

Solo in serata il Procuratore Reviglio della Venaria avrà un fugace incontro con i detenuti, sufficiente a prendere atto delle condizioni dettate dai rivoltosi per il rilascio degli ostaggi. Come in una sceneggiatura di un film visto troppe volte con troppi attori diversi, i banditi chiedono garanzie e mezzi di trasporto per lasciarsi il carcere alle spalle. Nella confusione delle informazioni si parla anche di soldi in contanti e una aereo per Cuba. Quando la cronaca imbocca la strada della leggenda.

Le cose vere invece non filtrano, e sono quelle che si dimostreranno essenziali per l’esito finale: i tre rivoltosi non hanno improvvisato nulla, e sembrano quasi votati al suicidio pur di riuscire nella loro impresa, invece per il procuratore Reviglio della Venaria, e per il Generale Carlo Alberto Della Chiesa, lo Stato (da loro rappresentato) non può e non deve accettare condizioni e trattative con dei criminali. Sarebbe l’umiliazione e lo sgretolamento dello Stato stesso. L’assalto alla diligenza appare come la scelta obbligata anche per dare una lezione a chi, detenuto, crede che sia sufficiente prendere un ostaggio per riavere la sua libertà.

Alle 19.30 parte un primo assalto dei carabinieri, un fronte di gas lacrimogeno per stanare i banditi e un fuoco continuo per abbatterli senza mettere in pericolo la vita degli ostaggi. Risultato: le prime vittime, il dottor Gandolfi e il dottor Campi, ferito mortalmente e che spirerà alcuni giorni dopo. Nel frattempo rivoltosi e ostaggi si rintanano in un rifugio diverso. L’azione è stata inefficace, la linea dura sembra avere fallito, e una nuova inquietante domanda è in cerca di risposta: chi, nella confusione, ha sparato i colpi fatali? Nei giorni a venire si accavalleranno versioni diverse e testimonianze controverse, ma alla fine le responsabilità verranno addossate ai rivoltosi.

Ne seguono le inevitabile ore d’angoscia notturna, e i primi atti concreti per dare soluzione alla vicenda già la mattina successiva. La logica dell’atto di forza sembra finire in un angolo. Alcuni mediatori tentano di far ripartire le trattative offrendosi anche come scorta per permettere ai detenuti di allontanarsi senza gli ostaggi. Tra questi figure illustri come quella di don Maurilio Guasco e l’allora consigliere regionale del PCI Luciano Raschio. Sul campo sono presenti anche il sindaco Felice Borgoglio, il suo vice Alfio Brina, l’onorevole Fracchia e il senatore Vignolo, oltre a vari assessori e consiglieri comunali e regionali. La presenza in prima fila delle rappresentanze politiche della città sembrano fare ben sperare in un esito di natura più diplomatica che militare. Al punto che, all’interno del Don Soria, gli ostaggi sono già legati con bende e coperti da lenzuoli pronti a essere confusi con i banditi in attesa di una immediata uscita dal carcere.

Ma zitto zitto lo Stato ha accantonato la logica della diplomazia, e si fa strada la fretta di chiudere la partita in tempi sempre più brevi. Chiuse le trattative, nessuno spazio alla linea morbida. Non si cede al ricatto e alle 17 di venerdì 10 maggio parte l’assalto finale, un attacco improvviso e inaspettato, condotto in simultanea dall’interno e dall’esterno del carcere, con candelotti lacrimogeni e solito fronte di fuoco. Le armi parleranno per un tempo che nessuno saprà conteggiare in maniera precisa.

Questa volta le vittime sono tre: l’assistente sociale Graziella Vassallo Giarola, il brigadiere Gennaro Cantiello e l’appuntato Sebastiano Gaeta. Oltre ai due detenuti Concu e Di Bona.

Sette morti e quindici feriti per garantire il senso dello Stato. Cinque vittime innocenti di una guerra non voluta da loro, e una verità sfumata insieme ai gas lacrimogeni e alla rabbia e alle lacrime di una folla infinita che rese loro un doveroso omaggio, dimostrando che quella strage aveva lacerato il cuore di una città intera. Alcune strade della città a loro intitolate (anche se in pochi ancora li collegano ai giorni di maggio del 74) restano come ricordo di queste figure stroncate nel nome di una violenza senza senso, apparsa come la sola strada d’uscita, da un lato, per conquistare una illegittima libertà individuale, dall’altra per non permettere che questo loro progetto si avverasse.

Sono trascorsi trenta e passa anni, quasi tutti nel silenzio, come una sorta di velo pudico per non tormentare ulteriormente i cuori e i cervelli. Ma resta aperta (tra i mille altri misteri d’Italia) una vicenda dai contorni ancora oscuri, scivolata fuori dalla memoria di una città che non ha voluto renderne partecipe le generazioni successive. Perdendo forse un’occasione preziosa per insegnare loro che, se è vero che a volte dobbiamo fare i conti con la follia criminale, è altrettanto vero che esiste una differenza ben precisa tra autorità e autorevolezza. E che la forza è saggezza, come sostenevano i filosofi dell’antichità, buon senso, lucidità intellettuale e morale, e non solo un fronte di fuoco dietro il quale trovare riparo.