Non ci avevo mai pensato a una intervista "fuori scena". Ma se ci penso posso cominciare dicendo l'inquietudine è un po' la mia compagna. Per esempio quando mi sembra di essere sereno, tranquillo, lei mi si avvicina. Mi coinvolge in situazioni assurde, mi prospetta scenari rischiosi, mi trascina nella ricerca di cose difficili, mi esorta a ricominciare sempre tutto da capo, a non possedere nulla, a dimenticare tutto. Mi mantiene in movimento, come se facessi regolartmente dello sport. Se ci penso, il fatto che io continui a lavorare nella polizia - mestiere che mi piace sempre di meno e che mi sembra di fare da un secolo - mi garantisce una certa dose quotidiana di inquietudine e di paura.

Se ci penso mi viene da credere che sia questo il motivo che mi spinge a raccontare di queste cose poliziesche. Se ci penso potrei anche dire che quando non mi muovo, lo faccio; che anche quando sono tranquillo non lo sono. Posso anche affermare che quando non scrivo lo faccio. Insomma, non ho pace, ma ripudio la guerra. Ecco, qui vorrei puntualizzare per non apparire un ipocrita. Non sono un pacifista - d'altronde, portando un'arma per lavoro... - ma tifo per la pace.

Mi sarebbe piaciuto appiccicare l'adesivo della bandiera multicolore a fianco allo stemma della pantera della squadra volante, così, per dire qualcosa di carino... ma mi avrebbero sgamato subito. Per altro sarebbe stato davvero impertinente. 

Comunque, se ci penso, sembrerebbe banale immaginare la mia scrittura come una forma di esorcismo per le mie inquietudini, ma credo sia così.

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