Maurizio De Giovanni è venuto da poco a Pistoia e Firenze, dove ha ricevuto la calorosa accoglienza di un pubblico di lettori appassionati. Anzi, lettrici, per lo più, con le quali ha saputo creare una grande empatia. Ho approfittato dell'occasione per rivolgergli alcune domande sul romanzo appena uscito, Buio, ma non solo.

Buio è un romanzo corale nel quale la storia principale, il rapimento di un bambino, è costellata da molte altre storie. Alcune riguardano i componenti del gruppo di poliziotti denominati “I bastardi di Pizzofalcone”, altre raccontano la storia di Napoli. Inserire così tante non rischia di far perdere di vista quella principale?

Non credo, tutto ruota intorno a quella vicenda. Le piccole storie qua e là mi servono per raccontare la città, con le sue passioni, le sue situazioni peculiari, i colori e gli odori. Sono sempre stato dell'idea che i romanzi neri raccontano l'Italia meglio della narrativa mainstream che solitamente ha per oggetto conflitti familiari o individuali.

Una tua tecnica di scrittura è di prendere una parola o una breve frase e di ripeterla adeguandola e declinandola a seconda del carattere e delle esperienze dei vari personaggi. A quale esigenze risponde?

In questo modo riesco a dare un ritmo alla narrazione, come il ritornello per una canzone. Anche la scrittura è una partitura. E poi una parola ripetuta è come una goccia che cade, non puoi ignorarla, alla lunga da la sensazione dell'ansia e trattandosi di noir è lo scopo che voglio raggiungere con il lettore.

Perché “Buio”? E' una metafora?

Buio per vari motivi. La mancanza di luce genera ansia, i mostri si manifestano nell'oscurità, dove si può nascondere l'ignoto e l'inquietante. E poi c'è il buio dell'anima, l'orrore che ci portiamo dentro. In questo romanzo il buio dell'anima è dettato dalla brama di denaro. Del resto, negli ultimi venticinque anni ci siamo abituati a essere valutati per quanto abbiamo, non per chi siamo. Il denaro come unico parametro.

 

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