Che la storia gialla, mystery, thriller o comunque la si voglia chiamare, sia uno dei frutti della modernità è opinione ormai consolidata. Tanto da far arrivare alcuni critici entusiasti, spinti dal lodevole desiderio di nobilitare in qualche modo la materia, a dichiarare che proprio questo genere sia anzi “il” genere per eccellenza dei tempi nostri, lo scandaglio esatto con cui penetrare nelle viscere della nostra società ammalata e contraddittoria.

Una società ormai completamente laicizzata, in cui il male ha perduto ogni suo aspetto metafisico o componente religiosa per ridursi a puro epifenomeno patologico di un grande conflitto di classe, scatenato intorno al possesso o al controllo di beni materiali. Oppure al dominio dei sentimenti e del corpo dell’essere amato, altra forma di “merce” che può essere scambiata, sottratta, rapinata. Di quanti omicidi (e che siano sempre omicidi e nulla di meno, secondo le auree regole di S.S. van Dine) abbiamo letto intorno ad un’eredità contesa, quante ville nella brughiera sono state funestate da un tradimento subdolo, foriero poi di violenza. Un figlio segreto da occultare, un diamante nefasto da nascondere, una moralità corrotta dal vizio del gioco da salvare dal pubblico ludibrio: tutte violazioni di un codice moderno che difficilmente troverebbero posto nel manuale delle penitenze di un confessore secentesco.

             

Una società, la nostra, disertata ormai dagli dei, in cui il sulfureo peccato è stato sostituito dal più modesto e borghese delitto. E se questa è la nostra condizione, allora è ovvio come allo ierofante, al filosofo o all’esorcista, medici della corruzione delle anime, si sia sostituito il poliziotto o l’investigatore, terapeuti di un male molto più banale e accessibile.

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