Io so chi sono.

Un specie dogma applicato, una presa di coscienza personale e umana dell’individuo.

Sull’elaborazione di questa singola frase, Jean Christophe Grangè costruisce un libro impeccabile, caratterizzato da una trama che riesce a tenere il lettore incollato alle pagine e dentro alla storia senza cali di tensione nonostante la notevole mole del romanzo.

Provate ad immaginare un uomo, in questo caso, Mathias Freire, ma che potrebbe essere benissimo uno qualunque di noi, con una vita ben definita e oliata che ad un certo punto scopre che tutto quello che sta vivendo ed ha vissuto negli ultimi anni è soltanto apparenza.

Alla frase, si aggiunge un nuovo elemento.

Io NON so chi sono.

Sì, perché la persona non è in grado di ricordare niente.

Amnesia.

Uno stato di alterazione mentale che, in maniera alquanto bizzarra, risulta un mezzo per raggiungere una consapevolezza latente.

L’amnesia, in un ribaltamento di paradigma, diventa elemento fondante per destare i ricordi inconsci sopiti nei labirinti della mente.

I pensieri si accavallano, si perdono, si ritrovano, ma discordi da come si erano lasciati. Schegge di passato affiorano su quelle che erano state credute certezze e che si rivelano invece essere inganno.

Quanto di più terribile e destabilizzante per l’equilibrio psichico di un individuo.

Scoprire che gesti, pensieri di routine, in realtà non ti appartengono, ma sono semplici tasselli a componimento di un mosaico che si è sempre definito esistenza.

Inizia così per il protagonista, un viaggio alla ricerca del vero Io.

IO non so chi SONO…

Sono. Che deve essere letto non come prima persona singolare, ma terza plurale.

Ecco l’altro gioco messo in atto da Grangè.

Per un viaggiatore senza bagaglio, l’investigazione, l’indagine per il raggiungimento del vero Io, passa in mezzo ad aspetti differenti, vite diverse, condite di morti violente e omicidi.

Un percorso di ricostruzione di se stessi, attraverso un lungo e estenuante Calvario in maschera.

La commedia umana con la sola faccia della tragedia a rappresentarla.

Io so chi sono.

Ma c’è chi non vorrebbe saperlo e vorrebbe essere tanto qualcun’altra.

Altra.

Ecco affacciarsi l’altro personaggio forte e indimenticabile nell’ordito del romanzo.

Anaïs Châtelet, capitano di polizia, con un passato doloroso alle spalle che la mantiene viva. Un coacervo di sentimenti contrastanti, una donna che vorrebbe risvegliarsi da un sogno, piuttosto che continuare a sopravvivere nell’incubo di una realtà che le sta stretta, la soffoca, la umilia, la stordisce, l’anestetizza, la droga e la ferisce.

Due poli opposti che attraggono a sé l’intera storia sull’instabile filo del ricordo e che finiscono col collimare a distanza, uniti da un forte richiamo fisico e mentale.

La nuova opera di Jean Christophe Grangè si presenta dunque come psicologia pura al servizio del thriller di altissimo livello, un libro forse anche superiore ai lavori più apprezzati dello scrittore francese.

Un dubbio. Un dubbio che va oltre all’argomentazione scientifica e medica e che può essere un buon auspicio. Una rilettura del tema.

E se il viaggiatore senza bagaglio fosse anche il lettore stesso?

Ad ogni libro aperto, ai primi capitoli letti, una nuova identità, una nuova storia da vivere, da respirare, da vestire, dimenticandosi di chi si è.

Per fortuna, basta chiudere il romanzo per ritrovarsi.

Forse

Perché basta iniziare un altro libro per essere nuovamente qualcun altro. O altri.

 

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