Impossibile racchiudere in due parole la carriera professionale di Andrea Carlo Cappi: saggista, romanziere e molto altro ancora, ma soprattutto - per quel che concerne questa rubrica - traduttore.

Ancora più impossibile racchiudere in poche righe i molti libri tradotti: da Matilde Asensi (Iacobus, L’ultimo Catone) a Janet Evanovich (Tre e sei morto, Batti il cinque); da Jeffery Deaver (La dodicesima carta, La luna fredda) a Raymond Benson (Conto alla rovescia, Prima del buio); da Dashiell Hammett (Un matrimonio d’amore) a Pedro Casals (Il banchiere, Il primo potere). Ma l’elenco è davvero lungo...

Da poco è in libreria con un romanzo firmato in coppia con Paolo Brera, Il visconte (Sperling&Kupfer); inoltre partecipa con un racconto al recente Notturno Alieno (Bietti), antologia di fantascienza noir.

Quand’è che hai deciso di diventare un traduttore? E, se non l’hai deciso, come ti ci sei trovato in mezzo?

Era la fine degli anni ’80, quando ho deciso anche di diventare sul serio uno scrittore. Pensavo che fosse una buona mossa mettermi a tradurre per guadagnare qualcosa mentre cercavo di pubblicare le mie storie. In realtà poi sono riuscito a diventare l’uno e l’altro solo nei primi anni ’90. L’importante è che gli impegni come traduttore non soffochino quelli come autore.

Secondo te è più faticoso tradurre un romanzo o scriverlo?

Di solito tradurlo, perché presumibilmente del romanzo che scrivo mi piace tutto, altrimenti non lo scriverei; mentre non necessariamente mi piace tutto di un romanzo che traduco. Una cosa che, se possibile, evito (ma non sempre si riesce, spesso occorre preparare in anticipo una scheda sul libro perché l’editore decida se pubblicarlo o meno), è leggere prima il libro che devo tradurre: se, quando lo sto traducendo, mi ricordo che a un certo punto arriva una parte noiosa... so già cosa mi attende ma devo andare avanti lo stesso, ancorché controvoglia. E qui si scopre che i romanzi davvero belli sono quelli che, pur avendoli già letti, quando li si deve tradurre continuano a piacere o piacciono ancora di più.

Hai tradotto da più lingue: quale secondo te è più “confortevole” nel passaggio all’italiano?

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