Da una delle mie numerose scorribande nelle librerie di Siena (per chi ancora non lo sapesse vivo in un piccolo paese vicino a questa splendida città) ho scoperto una nuova detective che voglio far conoscere ai miei lettori: Nastja Kamenskaja della polizia criminale di Mosca. Personaggio creato dalla scrittrice Alexandra Marinina nel libro (e in altri) La donna che uccide, pubblicato dalla Piemme editore 2006.

Il libro si apre con uno “scorcio” su Jurij Efimovich Tarasov, vicedirettore dell’ufficio protocollo del Sovincentr, fissato con l’ordine e la pulizia. Trovato morto asfissiato da una collega di lavoro. Nel frattempo un killer si diverte a far fuori giovani tra i diciannove e i venticinque anni di età con un colpo di arma fa fuoco alla testa “che non figurava tra quelle note alla polizia”. Poi c’è un altro morto ammazzato. Un certo Agaev che, insieme a Platonov, indaga sui misteriosi ( e poco chiari) affari di una ditta. Chi l’ha ucciso? Viene sospettato proprio Platonov che l’ha incontrato per ultimo (e sul suo conto corrente vengono trovati un bel po’ di soldi provenienti dalla ditta sospetta) che fugge per difendersi meglio e scoprire il “complotto” ordito contro di lui. Riesce a farsi aiutare da una bella ragazza, Kira, che lo ospita nel suo appartamento e lo aiuta a spedire messaggi telefonici ad alcuni personaggi della storia, fra cui la nostra Nastja (Anastasija) Pavlovna Kamenskaja. Ma chi è veramente questa Kira?…

Passiamo a Nastja Kamenskaja. Devo dire che la ricerca è stata abbastanza fruttuosa. Sparsi qua e là ci sono diversi indizi che ci aiutano a farci un’idea abbastanza precisa di questo personaggio. “Nastja Kamenskaja sentì un ginocchio duro in mezzo alla schiena”. Ecco come inizia la sua presentazione. Con un mal di schiena “trattato” dal fisioterapista che le consiglia di fare ginnastica. Parole al vento “In tutta la sua vita non solo non aveva praticato nessuno sport, ma non aveva fatto neppure un po’ di ginnastica casalinga. Era troppo pigra anche per quello”. Primo spunto, dunque, pigra. In seguito verremo a sapere che ha anche qualche problema circolatorio per cui le mani e i piedi le si gelano facilmente.

Secondo spunto rivelato dal fisioterapista quando capisce chi è la sua paziente “Quella di cui dicono che abbia un computer nella testa”. Bene, un cervellone. Continuiamo. Precisa, puntuale, non vuole mai saltare per nessun motivo le riunioni del mattino. Pigra nel fisico ma non nella mente. Per arrotondare lo stipendio statale si dà alla traduzione di un romanzo francese. Giallo, e ti pareva. Esperta, espertissima nel suo lavoro “Aveva una mentalità capace di superare l’ambito delimitato dalle magiche parole “di norma”, il che le consentiva di immaginare anche le versioni apparentemente più improbabili”. Lavora nel suo ufficio al numero 38 di via Petrovka. Si deve sposare con Aleksej Chistjakov “ allampanato, rosso, arruffato e bonario…un brillante accademico, docente universitario e autore di alcuni manuali pubblicati all’estero, oltre che vincitore di numerosi premi internazionali per le sue ricerche in ambito matematico”.  Bravo anche a metterle le corna. In seguito sapremo che inforca un bel paio di scarpe numero quarantacinque. Non male.

 Ritornando alla Nostra. Si dimostra onesta nel suo lavoro anche quando deve interrogare una vecchia amica “Un’altra cosa è se pensi che, io, conoscendoti dall’università, dovrei essere sicura della tua innocenza e ti sei offesa perché, sulla base di questo unico motivo, non ti ho cancellato dalla lista dei sospetti. Mi dispiace se questo ti offende. Ma è qualcosa a cui ci dobbiamo rassegnare. La situazione è questa e io non la posso cambiare”. E diretta. Vedi l’incontro con Igor Sergeevich “E a proposito, siccome non voglio tirarle un colpo alle spalle, la avviso subito che domani il mio superiore colonnello Gordeev le chiederà certamente per prima cosa come mai la sua deposizione non è stata messa a verbale. E lei cosa risponderà?”. Vuole vedere in faccia le cose, parlare con i sospetti e poi farsene un’idea.

Qualche spunto anche sui genitori. La madre praticamente viveva davanti al computer e suo padre, nella polizia criminale, “se riusciva a dormire cinque ore in una settimana per lui era già il massimo”. Ovviamente divorziati se no non c’è gusto (ormai una tradizione nei romanzi polizieschi). Con sacrosanta sofferenza per la figlia. Rivolgendosi al futuro marito “Ti ricordi quanto ho sofferto quando ho saputo che mia madre aveva un amico, e mio padre un’amica? Non sapevo darmi pace e non riuscivo nemmeno più a dormire la notte”.

Ha un fratello di nome Aleksandr che non è proprio di grande avvenenza “Il bambino bruttino e poco amato che era stato Sasha era diventato un uomo bruttino e poco amato, e aveva sposato una donna che mirava solo ai suoi soldi. Poi aveva avuto la fortuna di incontrare una ragazza straordinaria che lo amava teneramente e disinteressatamente”. Anche lui sta per divorziare dalla moglie per sposare Dasha che aspetta un bambino. Dall’incontro di Dasha con Nastja si ottengono altre informazioni sulla protagonista. Che ha una faccia inespressiva, gli occhi scialbi, le sopracciglia sbiadite, la pelle pallida (secondo lei stessa), dita lunghe e sottili e un bel paio di gambe “favolose” (secondo Dasha). Particolare messo in evidenza anche nel libro L’amica di famiglia “Il vestito nero le fasciava perfettamente la figura snella, e metteva in risalto il suo bel seno e la vita sottile.

"E allora?" Nastja improvvisò una complicata piroetta, e nello spacco profondo fino all'anca s'intravide una gamba seducente, velata da una calza chiara”.

Comunque sia non le interessa il suo aspetto e nemmeno di piacere agli uomini. Lei pensa continuamente ai “suoi” omicidi. Vero solo in parte. Quando si trova di fronte al “capo” Zatochnyi “si accorse all’improvviso, quasi con terrore, che quell’uomo le piaceva”. E quando questo Zatochnyi le dichiara apertamente la sua “simpatia” sente “di nuovo un brivido percorrerla tutta, e arrossì violentemente”. Questa attrazione la prova anche in seguito. In modo viscerale e prepotente “Adesso, invece, sbirciando di sottecchi il generale cinquantenne, pensò che le piaceva da morire. Nonostante l’incipiente calvizie. Nonostante che fosse un pochino più basso di lei. E, soprattutto, nonostante che tra poco più di un mese si celebrasse il suo matrimonio. Nonostante tutto…Il generale Zatochnyi le piaceva e basta. Sia come investigatore. Sia come capo. Sia come uomo”. Non ama le “beghe” economiche perché le trova terribilmente noiose. E poi “I soldi non sono mai la causa principale di un delitto. Possono essere un’occasione, una causa secondaria. Mai la causa principale”. A lei interessa capire il perché delle cose. Quando prevede che deve succedere qualcosa di brutto è combattuta “In quei minuti le capitava di desiderare con la stessa forza che i fatti le dessero ragione e che invece smentissero le sue previsioni”.

Le dà fastidio scegliere il vestito da sposa. Troppa fatica. Dasha “A te piacerebbe anche andare in giro nuda, pur di non doverti preoccupare del tuo look. Sei di una pigrizia tremenda!”. Uso abbondante di caffè “Non riusciva assolutamente a lavorare in modo decente senza una tazza di caffè forte”. Adegua, più o meno consapevolmente il suo metodo di lavoro all’umore. Se è in preda alla rabbia “Avanzava a testa bassa, senza più guardare l’orologio né considerare le convenienze, come se la fame e la stanchezza per lei non esistessero più”. Veste sportiva in jeans e maglione. Durante la normale esistenza quotidiana, lo ripeto, non può fare a meno di pensare al suo lavoro. Cellule grigie in continuo fermento. Soprattutto sulla figura di Tarasov. Il tema della pigrizia, già accennato, ritorna spesso “Nastja Kamenskaja gironzolava malinconicamente per il suo appartamento, cercando inutilmente di vincere la pigrizia”. E dorme parecchio. Come una marmotta. Da un giro al supermercato veniamo a sapere che è golosa delle palline al formaggio “Ma cosa ci posso fare se posso mangiarmi un’intera scatola di palline al formaggio senza muovermi dal computer e poi non mangiare più nient’altro per tutto il resto della giornata? Non è colpa mia se non mi piace cucinare”.

Personaggio interessante.

 

Ewa Johnsén

Un solo viaggio in quasi tredici lunghi anni, a dir la verità anche piuttosto vuoti, nient’altro che una lieve ma inarrestabile discesa verso la separazione… E ti pareva (parole mie)…

 

“Stoccolma, estate 2003. Una serie di furti sconvolge i nuovi ricchi dell’alta finanza. Unico indizio: i ladri si portano sempre via, oltre a gioielli e quadri, una costosissima bottiglia di vino pregiato. E’ la Banda delle Cantine. L’inchiesta è affidata all’ispettore capo Ewa Johnsén, 39 anni, da poco divorziata, fisico statuario e folta chioma bionda, tutta intuito, volontà e sex appeal. Ma in realtà la lunga serie di furti non è che la punta dell’iceberg di uno scandalo ben più ampio che coinvolge l’alta borghesia, stimati professionisti, poteri forti, tutti criminosamente legati tra loro. A Ewa il compito di venirne a capo…”. Così viene presentato Il mercato dei ladri di Jean Guillou, Editore Corbaccio 2007.

Vediamo questa Ewa Johnsén.

Già sin dall’inizio si sa, lo avete già appreso dalla presentazione (ma già ve lo immaginavate), che è divorziata. Più precisamente con il poliziotto Hasse Järneklov. Per via di una serie ininterrotta di anni praticamente vuoti. Separazione quasi naturale. Lui prende la sua roba e parte, mentre lei socchiude la porta. Lei tiene l’appartamento e lui la casa al mare. Tutto a posto. Niente litigi o risse furibonde. Meglio così. Capelli biondi, uniforme da convegno Armani (i nostri stilisti si trovano dappertutto). Vino preferito Chardonnay. Da 14 anni fa questo lavoro, ha lavorato alla omicidi, alla narcotici, alla investigativa ed ora nella polizia tributaria. E’ sovrintendente, un grado sopra commissario. Subito cottarella per Pierre che dice di essere un ladro (e se fosse stato un pluriomicida sarebbe svenuta ai suoi piedi?). “Ewa soffocò l’impulso improvviso di invitarlo a salire”. Ma poi si pente. Svolge con molta cura il suo lavoro. Vuole conoscere più informazioni sul vino dal giornalista Erik Ponti e da Pierre che sono esperti. Non riesce ad inquadrare il collega Muhr con il quale lavora. A volte le sembra “carne a volte pesce”. Brava con il computer. Per scaricare la tensione va in palestra. Ancora non abituata a vivere la nuova vita da separata. Colazione con corn-flakes, passeggiata con jeans e felpa. Di nuovo attratta da Pierre “Al rapido contatto tra la mano di lui e il suo seno sinistro provò quasi una fitta”. Qualche ricordo del passato quando arriva la prima notte di mezza estate. Si butta sul lavoro. Bevicchia. Arriva al terzo bicchiere e alla seconda bottiglia con l’amica Anna Holt, commissario anche lei (naturalmente separata, ci mancherebbe…) con corpo e movimenti da ballerina. Difende suo marito dall’accusa di razzismo. Discussione con Anna sull’uomo ideale per le poliziotte. Indecisa sulle vacanze accetta con sollievo una chiamata di aiuto di un collega.
Rigida etica professionale. La sera prima della partenza per la Corsica lavora fino alle due e mezzo. Rimugina su se stessa. Una donna di mezza età, di buona cultura che si prende una sbandata per uno straniero. “Forse era folle, ma le emozioni erano proprio così, un po’ folli”. A pagina 277 ci dà, finalmente, di brutto. Borsetta francese, completo Armani (ancora), tacchi alti. Non vuole fare la casalinga.

Qualche scenetta sfiziosa tra cui “Si abbassò i jeans, si infilò una bottiglia di vodka nel sedere e la agitò ben bene in modo da farne entrare almeno due cicchetti, poi si portò la bottiglia alla bocca e bevve tra le grida di giubilo misto a disgusto dei presenti” (naturalmente non si tratta di Ewa). Da inserire nel libro BloodyArt di Pablo Echaurren, Edizioni Fernandel 2006. Ci farebbe la sua bella figura.

Anche un’idea sfiziosa. Un’isola dei famosi in cui gli ultimi due classificati devono sfidarsi all’ultimo sangue. Nel sultanato di Muscat e Oman dove tutto è permesso. Tra poco lo sarà anche da qualche altra parte.

Come? Volete un giudizio sul libro? Ve lo do alla staggese.

A me u m’è garbato!

Spazio libero

Il “fenomeno” giallo in evoluzione

Contenuti e linguaggio

Ho già ironizzato più volte sul “fenomeno” giallo che sta scompaginando il mondo dell’editoria. Questa volta riprendo il discorso in forma “normale”, pacata e serena (finché posso…) per capire cosa sta succedendo intorno a noi appassionati di romanzi più o meno polizieschi. Che ci sia una superproduzione è sotto gli occhi di tutti. Basta entrare in qualsiasi libreria per rendercene conto. Gli scaffali ne sono stracolmi. Tanto stracolmi che si trovano perfino per terra appoggiati (i libri, non gli scaffali!) l’uno sull’altro a formare  pile minacciose. Chi la fa da padrone è il Malloppone (e ci va anche di rima). Ormai sapete che cos’è e non voglio farvela lunga. Comunque per sintetizzare al massimo, per quei pochi che ancora non lo sapessero, è quel librone massiccio dove c’è di tutto e di più. Il parto mostruoso del Tuttologo già dal sottoscritto preso in giro in una mia satiretta. Satiretta iperbolica scritta con l’intento di far sorridere, ma non del tutto banale e priva di verità. In effetti oggi  si trovano libri  in cui l’intento psico-socio-filosofico è così pressante, fastidioso e appicicaticcio (difficile assai amalgamare bene il tutto. A chi ci riesce tanto di cappello) da diventare ostacolo invalicabile alla validità della narrazione pura e semplice. Insomma un peso morto che l’autore si trascina dietro a gran fatica. E comunque il continuo e assillante scavare da ogni parte e da ogni lato toglie spesso la bellezza dell’accennato e del non detto. Perché, come si sa, la forza dell’allusione e del silenzio vale più di mille parole.  Ma vallo a dire al Tuttologo…

Lo stesso dicasi per i gialli storici nei quali succede ogni tanto che l’intento di ricostruzione storica soffochi o appesantisca la vicenda (più o meno criminosa) in se stessa. Dosare oculatamente i due aspetti non riesce sempre bene per cui si assiste ad un parto di un ibrido che non è né carne né pesce.

Altro punto su cui riflettere. Poiché ormai gli ingredienti delle trame sono sempre gli stessi, per creare delle novità si tende a sfornare delle macchinazioni così complesse e ingarbugliate da diventare incomprensibili. Lo è stato, certo, anche nel passato, ma lo è ancora di più oggi. I colpi di scena si susseguono l’uno dietro l’altro fino all’ultimo rigo dell’ultima pagina quando finalmente il lettore sta per tirare un sospiro di sollievo. Il classico tu uccidi un uomo morto.

E’ aumentato a dismisura il peso del sesso (perfino di quello estremo) che si infila dappertutto anche quando non ce n’è bisogno. Qualcuno potrà facilmente obiettare che proprio il sesso è stato uno dei motori propulsivi, se non l’unico, dei più grandi capolavori della letteratura mondiale. E’ vero. Ma solo, ribatto, quando si è ritrovato in mani esperte e capaci. Oggi mi pare che sia nelle mani di tutti. E non tutte le mani (anzi, assai poche) riescono a maneggiarlo con il dovuto riguardo e la dovuta oculatezza (mi scuso per il doppio senso).

Poiché nel romanzo poliziesco incominciano anche ad infiltrarsi letteratoni più o meno di grido (nihil novi sub sole, lo so), il linguaggio tende (sempre in linea generale, per carità) ad assumere forme un po’, come dire, snobistiche, leccate, un tantinello ampollosette e che, comunque, non riescono a scrollarsi di dosso quel pizzico di cattedratico proprio del loro artefice.

Oppure si cercano nuove forme e formule espressive, magari dopo avere scritto soltanto uno o due libri, come se tale ricerca non richiedesse, invece, un lungo lavoro di studio e preparazione. Per cui si assiste a tentativi, senza voler offendere nessuno, quasi del tutto ingenui e risibili. Talvolta ci si butta sul triviale pensando di compiere un gesto di eclatante rottura, quando invece trattasi di pura e semplice omologazione, ovvero adeguamento ad una realtà spesso più triviale del triviale dei libri.

Sta prendendo corpo anche un fenomeno del tutto particolare in cui la trama del giallo viene spostata ai margini, ed acquista un rilievo sempre più debole e circoscritto rispetto al corpus (caspiterina!) dell’opera. Costituisce, insomma, solo la griglia, una specie di cornice che raccoglie ben altro del poliziesco puro e semplice. Porto l’esempio di Giallo su Giallo di Gianni Mura il cui obiettivo principale non è certo lo scoprire il colpevole dei morti ammazzati ma i suoi splendidi (anche se un po’ pallosi) articoli sportivi sul giro di Francia, i suoi ricordi conditi di gustosi aneddoti,  la sua insaziabile golosità culinaria.

Certe volte, addirittura, il centro dell’interesse si sposta quasi esclusivamente sul personaggio principale che emerge dalla cintola in su (questa è bellina) da una storia poliziesca piuttosto grigia ed anonima. Altre volte, invece, il punto di vista dello scrittore è tutto concentrato sulle analisi deduttive, sui rimuginamenti cerebrali alla Poe per cui sparisce quasi completamente ogni traccia di personalità e di umanità. Infine ci sono gli pseudolibri (non saprei come catalogarli) nei quali lo scopo principale è solo quello di far scivolare il lettore su una specie di pavimento di sangue, sperma e vomito. Con qualche rigagnolino di cacca.

Insomma tutto il mondo del giallo è in continuo fermento ed agitazione. Aumentano le case editrici, aumentano le riviste specializzate, aumentano i critici ed i lettori. Aumenta tutto. Speriamo che non diminuisca troppo la qualità.

Perché ho un dubbio. Quanti di questi romanzi polizieschi che si stanno sfornando a getto continuo verranno ricordati fra cento o duecento anni? Due? Tre? Quattro?

Facciamo cinque e sono anche troppi.

P.S.

Non vi fate impressionare da un giovincello incanutito come il sottoscritto che diventa sempre più stizzito ed esoso con il passare degli anni. I miei giudizi, i miei istinti libreschi risentono delle tante, troppe letture che rendono greve e obnubilato il cervello. Di romanzi polizieschi fra cento o duecento anni se ne salveranno molti di più. Almeno una decina.

Sito dell’autore www.libridiscacchi.135.it