Sembra evidente (almeno a me) che il noir predisponga a un tipo di narrazione orientata all’oggettività, alla “cosalità” delle azioni, alla concretezza di moventi estremi e reali (soldi, vendetta, amori autodistruttivi, rimorso, tanto per citare i primi che vengono in mente). Sarà perché il Genere nasce negli Stati Uniti come hard boiled prima di ricodificarsi in Europa, e quindi risente (o gode, a seconda della prospettiva) del pragmatismo e della fissazione yankee per la “verità” del raccontato.

Da Hemingway in giù (ma si potrebbe risalire al naturalismo di Dreiser o addirittura a Emerson e Thoreau) il realismo letterario e l’autenticità della materia narrata sono sempre stati un punto fermo, assunto indiscutibile, di molti e diversi autori americani.

Il noir, essendo genere che mette in scena elementi di grande concretezza, si porta ancora oggi appresso questo postulato, che non viene in nessun modo intaccato dall’abitudine molto diffusa di scrivere in prima persona. L’oggettività del noir non risente di questa tendenza-preferenza al soggettivismo narrativo per la semplice ragione che quasi sempre la soggettività narrante è (allo stesso modo dell’autore che la pone in marcia) essenzialmente pragmatica e neutrale.

Per pragmatismo intendo qui il considerare ogni dato (emozioni, pensieri, parole, atti, ecc.) dal punto di vista del suo effetto.

In tal senso, il noir è un genere molto pragmatico. Al centro c’è l’efficacia dell’esteriorità, degli atti violenti, dei fatti, della realtà e dell’autenticità dell’invenzione narrativa.

Tanguy Viel scrive in prima persona e quindi si mette in linea con gran parte degli scrittori di genere. Solo che lui non è uno scrittore di genere. Sta a mezza via fra il Genere e la letterartura (empricamente: in certe librerie lo trovate nel reparto “giallo e thriller”, in altre nel reparto “narrativa – letteratura”). Crea un universo romanzesco che va ben oltre lo psicologismo e il determinismo (di marca quasi sempre, e banalmente, freudiana) di quasi tutti gli autori di genere.

Viel non lavora con “tipi” psicologici. Non gl’interessa raccontare la “verità” della mente criminale. In L’assoluta perfezione del crimine crea un soggetto narrante che fa esplodere qualsiasi sforzo di oggettività e neutralità, dando del mondo circostante e della storia che è chiamato a raccontare (un grande colpo a un casinò e i conseguenti tradimenti) un resoconto (o rappresentazione) che non ha niente di pragmatico o di neutrale.

È invece la storia di un soggetto che fa scomparire il mondo non già ritirandosi in se stesso (à la Proust, per intenderci) bensì uscendo dai limiti dell’individualità e della singolarità per farsi mondo esplodendo al di fuori di sé, riversandosi sull’esterno.

La scrittura di Tanguy Viel lascia a bocca aperta. Non m’interessa, in questo spazio, fare recensioni e quindi non starò a dilungarmi su pregi e difetti del romanzo in questione. È però impossibile non parlare, almeno brevemente, della consistenza e della complessità (sia sintattica che lessicale) del linguaggio. È per mezzo di questa scrittura, della prosa densa ed evocativa, che l’autore mette in movimento un universo noir che non ha in sé nulla di stereotipato o di superficiale, che non mira a un’estetica della violenza ma alla sorprendente vividezza dei personaggi e del loro modo di essere (più che delle loro azioni o del loro aspetto o atteggiamento).

Da questa vividezza nasce un mondo, un universo narrativo di grande originalità e incisività. Impossibile dimenticare quei personaggi o restare impassibili di fronte allo svolgersi della vicenda. Una vicenda al termine della quale risulta difficile capire chi ha vinto e chi ha perso, chi ce l’ha fatta e chi l’ha preso in saccoccia, e questo non per mancanza di chiarezza nella narrazione ma per la capacità della stessa di rendere le sfumature e l’indeterminatezza del reale (in tal senso, Viel è molto più “realistico” delle legioni di imitatori di Ellroy).

L’unione di uno stile altamente letterario (purissimo e apparentemente distaccato dagli oggetti e incollato ai personaggi) e di una prospettiva di racconto che non punta alle meccaniche della “trama” ma all’evoluzione di uno spazio narrativo ulteriore, genera un noir radicalmente soggettivo e distantissimo dall’abitudine (o dal pregiudizio, a scelta) che comanda “concretezza”, “realismo” e “pragmatismo”.

Ecco, questo è l’elemento nuovo che L’assoluta perfezione del crimine porta all’idea di noir che si va formando col procedere di questa rubrica. Dopo le fondamenta dello Straniero camusiano, la soggettività esplosiva (intendendo il verbo, se possibile, in senso transitivo) di Tanguy Viel, che polverizza il mondo “esterno” riversando in esso l’incontenibile erompere dell’io narrante e così facendo crea (o ri-crea) il mondo.