Da settimane in testa nelle classifiche dei best seller sul New Yorker, I lanciafiamme, edito in Italia da Ponte alle Grazie, della quarantacinquenne Rachel Kushner non è affatto un libro facile, di consumo o commerciale che dir si voglia. E’ una sorta di noir che si muove su piani diversi ed ha al centro gli anni Settanta in Italia, gli anni del terrorismo, raccontati con il piglio di chi prova interesse per ciò che ha a che fare con la rivoluzione (a questo interesse risponde anche il romanzo precedente Telex da Cuba, edito da Mondadori). Se le si chiede qual è il segreto di questo successo Rachel Kushner risponde: “Non lo so. Evidentemente non è proprio vero che l’attenzione oggi si sia accorciata, come si dice”.

Da dove nasce l suo interesse per l’Italia, che è molto presente nel suo libro, a cominciare dalla motocicletta di marca della protagonista?

Anche a questa domanda non saprei risponderle. Sta di fatto che l’Italia mi ha sempre interessato moltissimo. Il libro comincia addirittura con la Prima Guerra mondiale, il movimento futurista che è cruciale per le avanguardie artistiche del ventesimo secolo. E poi non solo io, ma anche altri americani hanno conoscenza dei movimenti giovanili in Italia, in particolare degli anni Settanta. Quanto alla motocicletta, io ci sono salita sopra da sempre ed è come una parte di me, ma quello che più m’interessava mettere a fuoco in questo romanzo è l’industria, perché le grandi marche in questo campo un tempo erano italiane. Oggi le cose sono cambiate, ma, ripeto, quello che m’interessava era la storia industriale italiana e la moto mi è servita per tenere insieme questi diversi punti di vista.

Alla moto ha dato la marca inventata di Valera. Aveva un prototipo in testa?

Non volevo che la mia moto Valera fosse riconoscibile, così come non volevo che lo fossero le diverse compagnie industriali delle quali mi sono interessata, ovvero Pirelli, Guzzi, Ducati, marche che sono state importanti prima e dopo la seconda guerra mondiale.

Gli anni Settanta sui quali maggiormente si concentra li reputa importanti solo per l’Italia?

Non solo. Negli Stati Uniti segnano la fine dell’era industriale, e sono stati anche importanti per l’arte. Io avevo una zia che era un’artista e, bambina, mi trovavo in mezzo a quella cerchia di gente. Gli artisti di quegli anni sono importanti ancora oggi. Non è un periodo che sprofonda nel passato remoto, e direi che non si è ancora concluso, ha molti legami con il presente. Perché è in quegli anni che l’industria si trasforma da manifatturiera in quella dei servizi, del terziario avanzato.

Riunioni segrete di terroristi, attentati, morti nell’Italia che lei racconta. Quali sono state le fonti delle sue ricerche, visto che per il suo anno di nascita, il 68, non poteva essere testimone diretta?

Il mio incontro con l’Italia degli anni Settanta non è avvenuto come quello di una ricercatrice che va sul campo per documentarsi. Viene dai miei interessi personali. Io sono sempre venuta in Italia e ho conosciuto sia persone che hanno partecipato a quegli anni che persone che su quegli anni sapevano parecchio. Io ho metabolizzato tutto e poi sono tornata in Italia per fare delle vere e proprie ricerche. Però ho imparato molto di più dalle testimonianze di coloro che hanno partecipato a quei movimenti e momenti che dai libri e documenti.