In occasione dell’uscita in libreria - grazie a Newton Compton - del thriller 333. La formula segreta di Dante (The Medusa Amulet, 2011) di Robert Masello, abbiamo chiesto a tre apprezzati autori contemporanei di “thriller cum Dante” di parlarci di cosa ha significato per loro il grande poeta fiorentino, e di quanto ancora oggi possa regalare a lettori e romanzieri.

             

Iniziamo il nostro viaggio con Francesco Fioretti, che ha esordito l’anno scorso con il thriller Il libro segreto di Dante (Newton Compton) e che a breve ci regalerà altre emozioni forti in libreria.

                  

Cosa vuol dire Dante Alighieri e la sua opera per te?

Tutto: il gesto su cui si fonda la letteratura europea e occidentale moderna. Che oggi si scriva e si legga letteratura, questo è ciò che semplicemente gli dobbiamo. Bisogna sapere cos’era la letteratura prima di lui per rendersene conto. Dante è il primo a scrivere per coloro «che questo tempo chiameranno antico», e non solo per i suoi dieci lettori fiorentini e quindici ravennati o bolognesi. Già con la Vita nova s’è creato un pubblico più ampio dei cinque stilnovisti cui l’opera è apparentemente destinata. Con la Commedia va oltre, si mette a competere in eternità con Virgilio e Ovidio, e fonda la letteratura moderna.

                 

Come avrebbe giudicato il grande fiorentino il fatto di finire spesso in romanzi thriller?

Probabilmente non sarebbe un gran cultore del thriller, troverebbe banale l’abbassamento d’ogni problema alla giustizia umana, la riduzione del tema morale alla ricerca di un colpevole, come se questo bastasse di per sé a risarcire il male che è avvenuto.

Il libro segreto di Dante
Il libro segreto di Dante
Però apprezzerebbe i grandi gialli, quelli che hanno qualcosa da dire sul tema dell’unde malum. Insomma si arrabbierebbe probabilmente nel vedersi nel ruolo dell’investigatore: per questo, per non farlo arrabbiare, nel mio romanzo su di lui sono altri ad indagare sulla sua morte, e, fedele alla regola della selva oscura, ho fatto sì che nessuno dei personaggi (né gli assassini, né gli investigatori) abbia la situazione perfettamente sotto controllo, e tutta la verità in tasca. Dante nel Libro segreto appare solo nella memoria degli altri, della moglie, dei figli, del marito di Beatrice. Questo forse lo accetterebbe. E, con questa limitazione, se tornasse a vivere, accetterebbe persino la sfida di cimentarsi lui stesso nel genere, a patto di stravolgerne completamente le regole. In fondo quello che lui fece con la Commedia fu esattamente questo: prese il genere letterario e figurativo più popolare al suo tempo, quello delle rappresentazioni dell’aldilà, e ne fece tutt’altro, un’opera di poesia e filosofia morale che resiste nei secoli anche quando il genere delle visioni è morto e sepolto da tempo.

                 

Un autore specializzato in thriller frizzanti (e fantasy “mascherati”) è Giulio Leoni, che a Dante ha dedicato un’imperdibile tetralogia di romanzi particolarmente densi. Dal 2000, con Dante Alighieri e i delitti della Medusa (apparso ne Il Giallo Mondadori n. 2707 poi ristampato in libreria), fino al 2007 con La crociata delle tenebre (Mondadori), l’autore ha creato un personaggio complesso e sfaccettato, circondato da una Firenze viva e terribile.

                  

Dopo quattro corposi romanzi a lui dedicati, cosa vuol dire Dante per un autore come Giulio Leoni?

Dante è un personaggio straordinario, non sono stato certo io il primo ad accorgermi delle sue doti “narrative”.

Già nell’Ottocento, dopo la sua riscoperta in età romantica al termine di una lunga eclissi di fortuna nei secoli precedenti, cominciarono ad apparire in Italia e all’estero racconti che lo vedevano in qualche maniera trasformato in “personaggio”. C’è da dire però che in quei casi era sempre il Dante poeta e innamorato ad essere messo in luce, secondo un’immagine molto tradizionale. A parte il filone “eretico” dei Luigi Valli e dei Gabriele Rossetti (che cercarono nella sua opera elementi occulti e proto-massonici), che io sappia fu soltanto Giovanni Papini a tentare, nel suo Dante vivo [1933], di darne un ritratto meno oleografico e più umano.

Il fatto di esserci vissuto insieme per quattro romanzi (magari “vissuto insieme” è esagerato, diciamo dopo averlo spiato di nascosto per qualche anno) non ha fatto che confermarmi nell’idea che era alla base già del primo libro: Dante è stato un intellettuale singolarissimo, insieme un perfetto testimone del suo tempo e contemporaneamente in anticipo di almeno un paio di secoli sulle epoche future. Antico e moderno allo stesso tempo, e comunque il più grande poeta di tutti i tempi. Una grandezza, quella dell’artista, conosciuta in tutto il mondo e che non ha certo bisogno di ulteriori celebrazioni. Ma che ha finito per oscurare quella dell’uomo: combattente coraggioso, politico lungimirante, complottatore  e consigliere di imperatori, e potrei continuare a lungo.

Era questo suo altro aspetto che io volevo invece mettere in luce, e mi è sembrato che il modo migliore fosse quello di coinvolgerlo in vicende che in apparenza non avessero nulla a che fare con la sua opera. Dico in apparenza perché, come ipotizzo in uno dei racconti, se il Poeta non fosse stato costretto all’esilio probabilmente avrebbe percorso una rapida e felice carriera come magistrato, magari scrivendo una Summa Criminalis invece della Commedia. E chissà, forse sarebbe stato lui il primo signore di Firenze, anticipando i Medici di un paio di secoli.

Dimenticavo: era anche un bel caratterino, ma a conoscerlo bene doveva anche essere straordinariamente simpatico. 

                     

Il tuo Dante è un personaggio frizzante: cos’avrebbe detto di finire protagonista di così tanti thriller?

Non solo di questi, ma anche di videogiochi e film di fantascienza come Dante 01 [di Marc Caro, Francia 2008]. Dante era un uomo intelligente, e da buon fiorentino dotato anche di uno spiccato senso umoristico, seppure tendente al nero come è spesso dei toscani. Se la sua anima immortale sopravvive come meriterebbe da qualche parte sarà il primo a farsi una bella risata, e magari se ne leggerà anche qualcuno per passare un po’ di tempo. Certo rimarrà un po’ sorpreso, lui fabbro della nostra lingua e autore di un’opera talmente cristallina da potersi leggere ancor oggi senza alcuna difficoltà, a vedersi trasformato in qualche caso in una sorta di improbabile enigmista. Comunque si divertirà sicuramente, anche se si rafforzerà nella convinzione di quanto gli uomini siano alla fine le stesse “pecore matte” dei suoi tempi. Salvo tirare anche qualche moccolo, a vedersi sbattuto in copertina sempre con quel nasone e l’espressione grifagna che in realtà non ha mai avuto. 

                    

Concludiamo con Marilù Oliva, che non parla direttamente di Dante ma nei suoi romanzi con il personaggio della Guerrera (¡Tú la pagarás! e Fuego, Elliot Edizioni) il grande poeta è sempre presente: in spirito e citazioni!

                     

Dante ha ancora tanto da darci, al giorno d’oggi?

Dante è maestro di vita attualissimo ancora oggi, dopo sette secoli, basti pensare - per fare un esempio banale - al terzo canto dell’Inferno, quello dedicato agli Ignavi. Quanti ignavi conosciamo oggi? Gente che non prende posizione per opportunismi personali, omertà mafiosa o semplice indifferenza? Quante persone si interessano solo al proprio orticello personale e voltano la faccia dall’altra parte, se assistono a un’ingiustizia, anche piccola? Inoltre l’esegesi dantesca ha sviscerato molti dei suoi messaggi e delle sue allegorie, mentre un aspetto meno seguito è la riattualizzazione del suo pensiero in chiave contemporanea. Dante non deve essere solo appannaggio dei piani alti della letteratua ché anzi, per la sua versatilità, per la sua complessità e completezza, potrebbe rivelarsi interessante oggetto di acquisizione ad ogni livello.

In questo senso la mia Guerrera lo traspone nella vita quotidiana citando dei passi della Commedia nei momenti di difficoltà o cercando condivisione d’idee con quella che ritiene una figura paterna.

                    

La citazione preferita della tua Guerrera?

Lei conosce a memoria la Commedia e la ama tutta, non ha una sola citazione preferita. Ti propongo un brano tratto da Fuego, in cui, sentendosi in colpa per un furto commesso, La Guerrera risale a Dante e alla settima bolgia:

«Non ho mai rubato in vita mia e devo ammettere che, come in molte altre cose, la prima volta ha il sapore di un frutto sbucciato di nascosto, mai assaggiato prima. Se mi beccheranno potrò sempre far la finta tonta e sostenere che il salmone è scivolato giù senza che io me ne sia accorta.

Col furto ben nascosto e il mento alzato mi dirigo lesta alla cassa e mi metto in fila. Dante Durante disapproverebbe, lo so. Mi spedirebbe insieme agli altri ladri, colpevoli di aver depredato il prossimo non con la violenza - che il Grande considera una deviazione bestiale, quindi incontrollabile - ma con l’inganno e l’astuzia, perversioni tutte umane, quindi più gravi perché avallate dalla coscienza. Ventiquattresimo canto dell’Inferno, settima bolgia dell’ottavo cerchio, qui finirei. In mezzo a una terribile stipa di rettili vari di diversa specie, le mani legate dietro dai serpenti, e i rettili a spingere la coda e la testa lungo le reni, formando dinanzi un groviglio.

             

Tra questa cruda e tristissima copia.

correan genti nude e spaventate,

sanza sperar pertugio o elitropia:

con serpi le man dietro avean legate;

quelle ficcavan per le ren la coda

e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate»