Molti libri sono andati persi, nel corso dei secoli, molti altri sono stati distrutti; altri ancora sono stati creduti distrutti o dispersi: ma mai un autore ha così fermamente negato d’aver scritto un testo tanto da arrivare a scriverne un altro per dimostrare, prove alla mano, di non aver scritto il primo.

Come il lettore avrà già capito, ci riferiamo al recente caso letterario dei due libri di Mauro Smocovich, usciti a breve distanza l’uno dall’altro e protagonisti delle principali rubriche letterarie italiane.

Tutto inizia nel 2009, quando fra le novità della casa editrice Logres appare il titolo L’agnello è stanco, a firma dello scrittore Mauro Smocovich, direttore della prestigiosa testata Thriller Magazine ed apprezzato sceneggiatore delle avventure a fumetti di Cornelio (per citare solo alcune delle sue attività). L’accoglienza dei critici è tiepida e la distrazione dei lettori fa sì che il libro non rimanga a lungo sugli scaffali delle librerie - almeno di quelle che l’hanno esposto -: l’essere poi uscito nel periodo pasquale, fa credere a tutti che si tratti della solita operazione editoriale modaiola.

L’evento mediatico nasce quando Smocovich rilascia un’intervista in cui afferma accoratamente di non aver scritto L’agnello è stanco, titolo di cui è venuto a conoscenza solo dopo l’uscita in libreria: sicuramente il nome in copertina è uno pseudonimo, o un omonimo. Nessuno gli crede, tutti pensano che sia una pubblicità “al contrario”: ma perché negare la paternità del libro? L’interesse cresce e critici e giornalisti cercano di far scucire a Smocovich la verità: lo ammetta, una buona volta, che L’agnello è stanco è una sua creatura! Non c’è mica nulla di cui vergognarsi!

Nel 2010 l’autore è disperato, e dà alle stampe un libro dal titolo esplicativo: L’agnello non è stanco. Io sì. Dalle pagine di questo breve pamphlet l’autore disconosce con forza qualsiasi partecipazione al libro che gli viene attribuito: «Se io sono l’autore - afferma Smocovich - dov’è il compenso? Dove sono i diritti d’autore?» Prove solide, certo, ma che non convincono i lettori, i quali prendono d’assalto librerie e mercatini cercando le poche copie edite de L’agnello è stanco; paradossalmente, anche il pamphlet successivo è esaurito in breve tempo, in quanto pochi resistono alla tentazione di collezionare il dittico tanto discusso.

Solo i posteri - e il suo commercialista - sapranno la verità sull’affaire Smocovich. Ma di cosa parla questo libro di autore incerto?

L’agnello è stanco è uno squisito saggio di semantica e di linguistica, e già nell’introduzione  l’autore (chiunque egli sia) spiega la scelta del titolo. «Negli anni Sessanta alcuni scienziati sovietici cercarono di programmare un ingombrante computer perché traducesse istantaneamente in russo quanto veniva digitato sulla sua tastiera in altre lingue europee. Il motivo era fumoso: ricerca scientifica? Sì, ma anche forte sfiducia nelle capacità umane di tradurre: come si può essere sicuri che un traduttore adempia alla sua mansione spogliandosi delle proprie opinioni politiche? [...] Una volta studiato un software che sembrava eccellente, fecero la prova di traduzione istantanea usando un brano molto semplice dalla Bibbia: “Lo spirito è forte, ma la carne è debole” (Matteo, 26,41). Lo digitarono sulla tastiera, e in maniera rapida e precisa il computer produsse in cirillico: “La vodka è forte, ma l’agnello è stanco”».

Secondo Smocovich, questo è un aneddoto chiave per la linguistica: «non sono le parole a creare le frasi - dirà in un altro punto - ma è la mente di chi le ascolta a crearle e a comprenderle, ogni mente in modo diverso.»

Non è facile il compito che si prefigge l’autore de L’agnello è stanco, in quanto vuole dimostrare in modo incontrovertibile che è impossibile stabilire la reale percezione delle parole, il loro valore oggettivo, e che quindi la traduzione ma anche il linguaggio stesso è una mera approssimazione, brancolante nel buio della cognizione. Paga subito il

Pagine tratte dal capitolo "Verità"
Pagine tratte dal capitolo "Verità"
suo tributo a Wittgenstein e Kripke, riporta il loro pensiero in merito ma vuole andare decisamente oltre: lo mette in pratica. Apre quindi il capitolo “Verità” citando il celebre poeta russo Fëdor Tjutčev: «Pensiero espresso è già menzogna». «Da qui - spiega l’autore - si evince che qualsiasi pensiero io esprima in questo capitolo, riguardo la verità, è solo menzogna. Lo esporrò quindi nell’unico modo possibile per renderlo vero.» Segue una serie di pagine... totalmente bianche!

Il messaggio di Smocovich è forte: è inutile discutere sul linguaggio, perché ognuno ne ha una percezione diversa, e quindi è inutile anche scriverci sopra un libro. L’esistenza di detto libro potrà sembrare un paradosso, è vero, ma la relativa smentita di paternità da parte dell’autore prova - a parere di chi scrive - esattamente quanto il libro afferma: l’impossibilità di parlare di linguaggio.

L’agnello non è stanco. Io sì” è un’operazione che rafforza il messaggio e sottolinea quanto il precedente libro affermava. «Io di linguaggio ci campo - è l’accorata esclamazione dell’autore - perché dovrei affermare che è inutile parlarne? In fondo usa il linguaggio per denigrare il linguaggio: il messaggio di “quel” libro si annulla da solo!» Come si può vedere, Smocovich è abile nel depistaggio: apparentemente nega valore al libro, ma in pratica ne sottolinea il contenuto, visto che l’autoannullamento del linguaggio era argomento del libro stesso.

«Il linguaggio può esistere senza l’uomo?» è il provocatorio quesito che chiude “L’agnello è stanco”. «Se questo libro venisse edito e nessuno lo leggesse, esisterebbe lo stesso?» Può sembrare una facezia, eppure l’interesse suscitato sulla reale identità dell’autore ha dimostrato che l’interesse dei lettori non era orientato al contenuto del libro. Si potrebbe definirla una versione “linguistica” del dito e la Luna: Smocovich ha detto «Guardate la Luna!» e i lettori, invece di guardare, hanno risposto «Chi ha parlato?»

L'agnello è stanco di Mauro Smocovich (Logres Editore, 2009) pag. 236 - euro 19,90 - ISBN 88 7983 997 6

 

Mauro Smocovich è scrittore e sceneggiatore, nonché curatore del DizioNoir (2006) e DizioNoir - Fumetto (2008). È direttore della rivista telematica ThrillerMagazine e tuttora nega di avere avuto mai a che fare con la stesura de “L’agnello è stanco”.

NB: Ricordiamo che le recensioni di questa rubrica sono vere e scritte da persone esistenti ma i libri recensiti non esistono. E' un divertissement letterario.