Lei è docente di Storia Contemporanea e Teorie e tecnica delle comunicazioni di massa presso l’Università di Bologna. Come lo studio della comunicazione è collegato allo studio della storia?

I “communication studies” sono, in Europa occidentale e nell’America del Nord, al centro di una proliferazione di corsi di laurea basati essenzialmente sull’interazione delle discipline più classiche con la comunicazione perché le nuove modalità di fruizione del sapere, favorite dai nuovi strumenti e dalla maggiore facilità di accesso alle fonti, finiscono per modificare, in parte, i fondamenti delle discipline che ne sono investite.

La storia ha sempre avuto un ruolo privilegiato con la comunicazione, intesa anche nel senso più tradizionale, già a partire dall’antichità come forma di legittimazione del potere, come elemento di saggezza (la storia maestra di vita) dal quale discende la vocazione mai sopita di utilizzare la storia come tribunale del passato. Si applichino questi usi e queste suggestioni ai tempi odierni e si capirà l’osmosi tra la storia contemporanea in particolare e le discipline della comunicazione.

 

Sono state classificate delle leggi universali che fanno funzionare la propaganda?

Non ci sono leggi universali. Chi si occupa di propaganda deve conoscere le forme subliminali della comunicazione e applicarle al contesto sociale nel quale opera. La chiave di volta è conoscere il tipo di opinione pubblica, o una fetta di questa, alla quale ci si rivolge. Da qui parte l’abilità di chi costruisce il messaggio propagandistico. C’è un testo che, a mio avviso, resta, nonostante il tempo, insuperato ed è quello di Walter Lippmann, L’opinione pubblica, apparso nel 1921 e tuttora ristampato. Ne esiste una versione recente anche in italiano pubblicata da Donzelli.

Ne “L’Italia repubblicana: dalle origini alla crisi degli anni settanta” si è parlato di come, negli anni ’70, aleggiasse l’idea di un colpo di stato. Anzi, nel caso Borghese, ad esempio, il golpe era davvero partito, nella notte tra 7 e 8 dicembre 1970. Perchè la gente non lo ha percepito?

La percezione di un pericolo di colpo di Stato era chiara in quegli anni ed entrava nei discorsi quotidiani. Animava le paure dei militanti di sinistra e le speranze dei militanti di destra. Il tentativo di Borghese fu comunicato all’opinione pubblica circa tre mesi dopo perché, fra le altre ragioni, le autorità (i vertici comunisti e socialisti inclusi che già sapevano) temevano di non potere controllare le reazioni della piazza.

Lei si occupa di terrorismo e stragismo. Qual è una delle conclusioni più eclatanti cui hanno portato le sue ricerche sul terrorismo?

Non ci sono conclusioni eclatanti che si possano riferire in poche righe. Mi colpisce però la difficoltà che i  media ebbero negli anni Settanta ad informare sugli avvenimenti legati al terrorismo, difficoltà pagate con la vita da alcuni giornalisti e difficoltà create da ragioni di Stato e di partito.

“I neri e i rossi” indaga l’influenza dell’informazione sulla percezione della realtà, in questo caso terrorismo di destra e sinistra. Ci fa un esempio?

Ogni soggetto ha una percezione estremamente limitata di ciò che gli accade attorno perché materialmente non riesce ad avere tutte le informazioni che sono necessarie a una esatta lettura della realtà. Nel caso di eventi criminosi, come lo stragismo o il terrorismo, l’individuo è scosso ed è più animato dalla volontà di sapere. L’ostacolo a questo intendimento sta spesso nel preconfezionamento della notizia, nei vincoli ideologici che occludono pezzi di realtà. I media enfatizzano il dolore perché è la sottolineatura della componente emotiva che facilita le vendite, ma la rappresentazione del dolore non ci dice nulla sulla realtà del fenomeno che ci ha colpito.

Una questione che spesso la gente non riesce a sciogliere: negli anni della strategia della tensione, chi faceva scoppiare le bombe e a che pro?

Negli anni della strategia della tensione, che indicherei racchiusi tra il 1969 e il 1974, i “neri” che materiamente compiono gli attentati sono guidati dagli apparati dello Stato. Senza il ruolo dello Stato non sarebbe esistita la strage di piazza Fontana, come arriva a far capire in un’importante audizione della Commissione parlamentare stragi anche Paolo Emilio Taviani, a lungo ministro degli Interni democristiano in quegli anni. L’obiettivo è quello di indurre svolte conservatrici, non necessariamente autoritarie, nel Paese riducendo il potere di condizionamento dei sindacati e delle forze di sinistra.

 

In “La lunga liberazione” ha sollevato una questione che chi non conosce bene i fatti tende ad affrontare superficialmente: la violenza.

La violenza è un elemento tragicamente connaturato a ogni guerra e a ogni dopoguerra.