Un Cronenberg minore, più di mestiere che di sostanza. Lasciate le contaminazioni che ne hanno fatto forse il più acuto ricognitore degli ultimi quindici anni di quei mondi intermedi dove tutte le contaminazioni possibili, reale-virtuale, carne-metallo, sano-schizofrenico, sono state passate al setaccio con feroce lucidità e assoluto rifiuto di adesione a ogni parrocchia che non fosse quella personale, stavolta Cronenberg affronta una storia che sembra fondamentalmente priva di interesse per gli angusti confini nei quali pare cacciarsi da sola.

A farla breve David Cronenberg pare intenzionato a disegnare un apologo sulla circostanza che vede, ferma restando la natura violenta dell’uomo, un possibile contenimento della violenza stessa all’interno del nucleo famigliare.

In altre parole: mentre certe condizioni eviteranno la comparsa di reazioni violente, il verificarsi di altre condizioni ne provocheranno inevitabilmente la comparsa.

A History of Violence si muove lungo questi due assunti. Nel caso specifico l’episodio che scatena il secondo tipo di reazione è rappresentato dall’irruzione nel caffè gestito da Tom Stall, all’apparenza un tranquillo padre di famiglia, di due balordi assassini (ai quali Cronenberg dedica i primi assai riusciti cinque minuti del film dove la tensione si taglia col coltello…).

Nel preciso istante nel quale la situazione sembra precipitare (uno dei due balordi sta per ammazzare a sangue freddo una delle dipendenti del caffè), scatta la reazione di Tom che dimostrando un’insospettata abilità sia nel combattimento a mani nude che nell’uso delle armi, fa fuori i due senza tanti complimenti.

La logica vuole ora che si passi direttamente al finale del film che appare come perfetto contraltare a quanto descritto sin qua, proprio perché sarà nella chiusura, ossia negli ultimi due gesti attorno a una tavola apparecchiata, che sarà dato modo di assistere alla chiusura del cerchio con il ritorno di Tom, che nel frattempo abbiamo appreso non essere stato uno stinco di santo nel passato, all’interno del nucleo famigliare, il che pare preludere a una possibilità di riscatto o comunque di allontanamento da quel cuore di tenebra che lo ha inghiottito nella parte centrale della storia, a dimostrazione quindi del primo assunto.

Le cose stanno così, e allora non si capisce bene a chi possa mai giovare incensare un film che è facile accorgersi soffrire di un pesante schematismo di fondo proprio nel suo giustapporre prima il demone che sonnecchia nell’animo umano e subito dopo l’esorcista chiamato a mettere le cose posto.

L’alfiere poi di cotanta tesi sembra funzionare ancor meno della tesi stessa. Mi riferisco a Viggo Mortensen, costretto a dar vita ai doppi panni di Tom e del suo feroce alter ego. Evocato prima a parole, quest’ultimo avrà modo in seguito di dimostrare anche nei fatti il suo “eccellente” istinto omicida attraverso letali scoppi di violenza che alla lunga sembrano strabordare le intenzioni stesse della storia, col risultato di far apparire Tom (mi è stato suggerito…) come un redivivo Steven Seagal in uno dei suoi ruoli preferiti, quello dell’ammazzatutti.

Sarebbe stato bello, ma tant’è, vedere scambiate le parti tra lui e il magnifico, dopo tanti, troppi anni di interpretazioni mediocri, William Hurt. Nei panni di Richie, il fratello di Tom, fare mellifluo, occhi perennemente acquosi, dà vita per non più di dieci minuti (ma sembrano due ore…) a un tale sfoggio di espressioni, cambiamenti di tono e di umore, da fare sembrare lo statuario Mortensen quello che è: un attore mediocre che chiamato ad incarnare due opposti, si trova a suo agio soltanto in uno.

 

L’antidoto ad un film così? Non c’è da andare a cercare chissà dove visto che la risposta è quanto mai semplice: Cane di paglia.

In concorso al 58mo Festival di Cannes e 2 nomination al Golden Globe 2006 come Miglior film e a Maria Bello come Migliore attrice.