Dove sei quando scrivi? Sia fisicamente che mentalmente

Fisicamente, sono sempre a una scrivania. Cambia lo strumento per scrivere: dalla penna stilografica o biro a una Olivetti, da uno dei primi PC con schermo grigio e lettere verdi a un sistema Windows, eccetera. La scrivania era piazzata dove c'era spazio e tranquillità. Negli ultimi anni ho lavorato in una stanza accanto al giardino, per rilassare di tanto in tanto la vista, uscire e prendere una boccata d'aria. Ma, come sai, il luogo di lavoro è il corpo stesso. Quando lascio la scrivania continuo a rimuginare, a elaborare interventi e rifiniture che apporterò al testo. Mi piace lasciami andare al libero flusso di pensieri quando sono in treno, o in auto se guida un'altra persona.

In quanto al luogo mentale, è sempre un altrove. Un sogno. Non faccio del realismo, ammesso che esista una riproduzione della realtà per mezzo della fiction. Molti credono che io scriva storie con un taglio psicologico. È sbagliato. Non m'importa della psicologia dei personaggi. Tutti i miei personaggi sono parti di me che dialogano e interagiscono fra loro, in un sogno che può svilupparsi in una struttura thriller o in un romanzo storico, quando sprofondo in lontani passati, che sicuramente mi sarebbero stati più congeniali dell'epoca attuale.

Come scegli le tue vittime, e i tuoi assassini?

Le mie vittime sono io da vittima, con le mie tendenze autodistruttuve, il mio lasciarmi landare talvolta a farmi ingannare da altri anche se so che mi stanno ingannando. Un farmi del male portato alle estreme conseguenze. I miei assassini sono sempre io, in preda alla rabbia non per essere stata ingannata, ma presa per stupida. Io che mi vendico simbolicamente. O lotto per la mia vita e libertà, perché non mi lasciano altra scelta.

Ma non è sempre così. Ho anche personaggi antagonisti, sia vittime che carnefici. Il tipo di vittima che mi piace che lo sia perché incarna qualche mia idiosincrasia. E il tipo di assassino che io non sarei mai. Un esempio: i quattro stadi della crudeltà di William Hogarth.

Qual é il tuo modus operandi?

Metto a fuoco un aspetto del vivere sociale e ci lavoro su. Non c'entra la psicologia, è osservazione del comportamento umano. Una scoperta, una verità nascosta, qualcosa che mi turba e mi indigna. Trovato questo punto centrale, lo ristrutturo e lo smaschero, cercando di far vedere quello che vedo io. Metto chi mi legge con le spalle al muro, in modo che non possa distogliere la faccia e far finta di nulla. Poi, chi non vuole vedere non vede comunque…

Chi sono i tuoi complici?

Gente morta, in genere. Gli artisti massacrati o suicidati nel mondo moderno. Mio marito e i miei amici spinti a morte prematura dagli orrori epocali. Fra quelli rimasti in vita, i pochi che hanno ancora dei principi e resistono con coraggio.

Che rapporti hai con i tuoi lettori e le tue lettrici? Avanti, parla!

I miei rapporti con lettori e lettrici sono sempre ottimi, direi anzi idilliaci. Accade quando ne incontro uno, o una. Non ho un vastissimo pubblico. Più che di nicchia, sono di tana. Lavoro per un numero di persone talmente ristretto da conoscerli tutti e tutte. Posso anche litigare con loro, qualche volta, ma la stima reciproca resta salda. Posso dire che quando ho scoperto un lettore, o una lettrice, sono sempre rimasta piacevolmente sorpresa: li ho trovati intelligenti, reattivi e capaci di pensare. Alcuni, attraverso i social, mi ringraziano per quello che ho fatto. È una cosa che mi fa bene. Poi ci sono odiatori e  invidiatori: ma non sono lettori (anche se leggono o credono di leggere), sono scrittori o aspiranti tali.

Che messaggio vuoi dare con le tue opere?

Il messaggio è sempre lo stesso, è il tempo a essere passato dalla mia prima intervista a Thriller Magazine, dal titolo “Sublime crudeltà”.

Ho lavorato in un'epoca (verso la fine di un'epoca) in cui il messaggio veniva canalizzato nel libro cartaceo. Allora non tutti riuscivano ad accedere alle case editrici. Farcela era una fatica enorme, dopo infiniti fallimenti e rifiuti. Ma era qualcosa. Poi tutto è cambiato. Avevo vent'anni negli anni 70, e nel 2024 di anni ne avrò settanta. Un'intera generazione di scrittori è stata bruciata. Oggi sono una sopravvissuta; mi muovo in un'epoca ben diversa da quello dei miei inizi. Tutti siamo scrittori/lettori/recensori/editori di tutti, e tutti ci agitiamo nel nulla. Anch'io produco ebook, con la mia associazione culturale intitolata alla memoria di mio marito e con la sigla Iperwriters:

https://store.streetlib.com/search-results-page?q=iperwriters%20

Ultimamente mi sono rivolta alla saggistica, per esempio con il mio Lo strego, uscito nel volume antologico di Odoya Orrore popolare.

Il messaggio, dicevo, è una domanda rivolta soprattutto a me stessa: perché l'essere umano resta la bestia che è, trasversalmente a ogni religione o progetto politico per migliorarlo. Che implica una seconda e collaterale domanda: dov'è il mondo perfetto che vorremmo e come crearlo? Vedendo il mondo contemporaneo non come un progresso, ma come degenerazione e decadenza, mi sono rivolta al passato in cerca di quelle idealità che la propaganda attuale auspica ma non può realizzare. Scoprendo che le civiltà antiche erano meno barbare della nostra.

Ecco il messaggio: divulgare le domande che mi pongo, far vedere quello che vedo, spaventare con le mie paure, sognare con i miei sogni.