Una donna alla corte del fantastico”: così viene definita Nicoletta Vallorani nel profilo a lei dedicato in chiusura del suo primo romanzo, vincitore del Premio Urania 1992, Il cuore finto di DR (1993). Tono sensazionalistico a parte (è così insolito per un maschio che una donna si occupi di fantascienza?), quelle parole rinviano indirettamente al quasi assoluto silenzio delle scrittrici italiane rispetto alla letteratura di genere e di sf. Almeno fino all’arrivo di Nicoletta, che decide di viaggiare nel futuro immaginario con il romanzo sopracitato, DReam box (1997) e Choukra (1997), passando attraverso i sentieri delle indagini poliziesche con Dentro la notte, e ciao (1995) e La fidanzata di Zorro (1996).

In realtà, parlare di due generi distinti per i romanzi di Nicoletta è ozioso, in quanto sono gli scenari fantascientifici a mostrarci una vera detective alla ricerca della verità, mentre lì dove ci si aspetterebbe una caccia all’assassino, cioè nei noir, predominano l’indifferenza e la sfiducia verso la legge (ammesso che ne esista una). Una possibile chiave di lettura che accomuni tutta la sua produzione (eccettuato “La fidanzata di Zorro”, che necessita un discorso a parte), ruota attorno alle ambivalenze dei sogni e/o della pratica telepatica. Nel primo romanzo (“Il cuore finto di DR”), l’io cosciente dell’aliena Nicole, che parla nei sogni e nei desideri di DR, ci può ricordare Luciente, la donna proveniente dal futuro di “Sul filo del tempo” di Marge Piercy: in entrambi i casi infatti il potere della mente può essere di aiuto per impedire la distruzione del pianeta e per ritrovare la volontà e il coraggio. I passi più poetici del romanzo della Vallorani mi sembrano proprio quelli inerenti a Nicole, esempio di donna forte che sa “leggere nei pensieri e tenerli stretti, accarezzarli, cullarli come fossero persone” (pag. 35) e che ascolta la mente altrui “che gocciola come il fiume di indecisione, paura, dolore.” (Pag. 28). Nella lotta contro gli umani che vogliono controllare il pensiero, a lei si affianca Mariposa, una sintetica che sa “guardare nella mente, e questo è meglio che camminare” (pag. 124) e che le visualizza il passato per permetterle di leggerlo e sconfiggere la nemica Elsa Bayern. L’intento politico che ritroviamo nella società anarchica del libro di Marge Piercy viene qui però accantonato per lasciare spazio ad una riflessione più simile a quella di Blade Runner di Ridley Scott, secondo la quale la vera umanità è da ricercare “dentro, non sulla pelle” (pag. 166). Può forse dare un po’ fastidio che, per essere forti e credibili, le donne debbano o rinunciare al proprio corpo (DR non è attratta dal sesso, Mariposa è mutila di una gamba, Nicole è ridotta a un mucchio d’ossa) o non essere umane (ma sintetiche o aliene) e che l’unica umana adulta (Elsa Bayern), sia un concentrato di qualità negative. Però il linguaggio semplice ma efficace, a tratti poetico e critico nei confronti di certa terminologia maschile (“Entra l’agente grosso stupido, seguito dagli altri due. - Cazzo - fa quello giovane coi ricci, e gli sembra di aver detto qualcosa di significativo.” - Pag. 151), ci fa dimenticare i pochi difetti di questo libro.

Nel seguito (“DReam box”), i sogni assumono aspetti inquietanti: venduti attraverso delle macchine chiamate dream box, arrivano spesso ad uccidere gli umani (riferimento al telefilm “Max Headroom”?). Ma la vicenda non è tanto incentrata sull’enigmatica macchinetta, quanto sui mutanti, che vanno a caccia dei sogni della gente normale scambiandoseli tra loro e quando muoiono “i loro sogni ricompaiono in giro e ammazzano la gente” (pag. 78). La telepatia e il dolore che spesso essa comporta sono dunque questa volta concentrati su creature in bilico tra l’acqua e la terra, tra le quali spiccano le due gemelle Yesus e Jude. “Siamo necessarie l’una all’altra, se non vogliamo essere una mezza persona... e non mi offendo quando mi tiene fuori dalla sua testa, anche perchè so che comunque dura poco e dopo lei torna da me. A completarsi i pensieri.” (Pag. 71, 72); “È questo il segreto: l’equilibrio. Compensare da una parte quello che si perde dall’altra. Io non lo so fare, ma lei sì. È per questo che stiamo insieme e che durerà in eterno. È semplice, no? Come una storia d’amore.” (Pag. 74). Le gemelle decideranno di aiutare DR e compagni e, passando dentro lo specchio elettronico, diventeranno un corpo solo perchè erano “due pezzi della stessa anima divisi per incidente in sostanze fisiche diverse” (pag. 212). Rispetto all’avventura precedente, non c’è in realtà una gerarchia fra i personaggi: si può piuttosto parlare di romanzo corale, che forse rende difficile seguire le fila del discorso generale se ci si concentra sui singoli percorsi. Il linguaggio, più “violento”, suona come critica (voluta o meno) a tanto gergo giovanile di oggi (“ci piace una cifra”, “posse”, ”ciucciacervelli” e affini). Mi sembra infine molto interessante la presa in giro della pretesa maschile di compiere gesti inconsulti in nome di uno stupido eroismo.

Notevole il racconto “Choukra”, nel quale la lettura del pensiero ed i sogni si materializzano nel deserto, che diventa fonte di rivelazioni spirituali, e nel modo totale che gli alieni hanno di fare l’amore (due di loro con un essere umano, a prescindere dal genere sessuale).

Romanzo corale è anche “Dentro la notte, e ciao”, un viaggio nel regno della Milano notturna, capitale della solitudine dei tassisti (fra cui la monella Andrea) e delle prostitute, del fanatismo delle bande naziste e degli assassini, dei sogni dei barboni e degli esclusi.

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