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ThrillerMagazine

Le regole dell'irish coffee 01

di Elena Vesnaver

— Tu non hai mai saputo fare il caffè. Lo diceva anche papà mio.
— Papà tuo non ha mai bevuto il mio caffè.
— Se lo avesse bevuto, lo avrebbe detto.
— E allora non chiedermi di farlo.
Catia vuole sempre l'ultima parola, un'abitudine seccante che non sono ancora riuscita a toglierle.
Guardai critica dentro alla tazza, dove un liquido scuro e dall'aroma non identificabile sciabordava con aria infelice.
Perché in tutti i libri e in tutti i film gli investigatori hanno segretarie bravissime a preparare il caffè, graziose e ben vestite e io devo accontentarmi di un'arcigna ex vigile che lo fa annacquato?
— Lo bevi o no?
Mi faceva male la testa, non avevo dormito ed ero infelice, credetemi, non era proprio giornata, così posai la tazza su una pila di fatture, presi la borsetta e uscii.
Ero un investigatore privato piuttosto famoso, ero un donnino piuttosto carino, non c'erano ragioni serie per sentirmi obbligata a bere la sciacquatura tiepida di Catia.

— Caffè?
Sorrisi grata alla voce che si era levata da sotto il bancone. Dopo un attimo emerse Paddy con la sua enorme barba bionda e la sua stazza irlandese.
— Brutta giornata? — chiese lanciandomi un'occhiata azzurra.
— Pessima.
— Non ha telefonato?
— Non ha nemmeno scritto.
Paddy mi posò davanti una bella tazzina con trifogli dorati.
— Allora, trattamento speciale. Cioccolatino e biscotto.
Gustai il biscotto al cioccolato fondente e sorseggiai il caffè. Divino.
— Non è che potresti dar lezioni private a Catia? — chiesi — Magari riuscirebbe a far emergere dalla caffettiera qualcosa di bevibile.
— Dille di venire dopo l'orario di chiusura — sorrise Paddy.
— Figurati — sospirai, — quella se non è a casa alle nove si fa venire un attacco di panico.
Mi accomodai meglio sullo sgabello e abbracciai con uno sguardo il locale ombroso, ricco di legno scuro e tendine di pizzo.
— Ti giuro, la tua è la caffetteria più bella della città. E la migliore — conclusi mordendo con voluttà il cioccolatino al croccante.
— Ti piacciono le lampade nuove? Sono liberty.
Paddy riversava nel suo bar energia, soldi, passione e tempo libero; o almeno era stato così finché non aveva incontrato Fuad.
— Il bel moro dov'è?
— All'università. Stamattina aveva lezione.
Gli occhi di Paddy brillavano d'amore e d'orgoglio.
— Sai, quest'estate abbiamo pensato di andare in Egitto, a casa sua — indicò la mia tazza vuota, — ne vuoi ancora uno?
Annuii e lui si diede da fare con miscela e piattini.
— Vuole presentarmi alla famiglia. Io gli ho detto che non ce n'è bisogno, che possiamo far la parte degli amici e basta e che non mi piace l'idea di portare scompiglio, ma sai com'è fatto Fuad, se ha qualcosa in mente.
— Diciamo che sei tu che gliele fai passare tutte.
Paddy arrossì e tossicchiò.
— Sai com'è.
— Sì, lo so com'è.
Lo squillo del cellulare mi fece sobbalzare e per cinque meravigliosi secondi, pensai che la vita era degna di essere vissuta. Poi vidi sul display il numero dell'agenzia.
— Dimmi, Catia.
Il cliente aspettava. C'erano carte da firmare. Aveva telefonato l'idraulico che non gli era arrivato il bonifico.
— Vengo.
— Guai? — chiese Paddy.
— Il solito — mi alzai e gli allungai i soldi dei caffè. — È che oggi non è giornata.
— Aspetta — mi disse e sparì nel retrobottega.
Ricomparve con un sacchetto luccicante e cicciotto.
— Cioccolatini al cocco, nati per tirare su il morale.
— Grazie, Paddy — mi sporsi a fatica oltre il banco e gli scoccai un bacio, — sei tu il mio uomo ideale.
— Sono impegnato, splendore — rise, — ma potrei sempre farci un pensierino. E passa stasera, dopo le venti e trenta scatta l'irish coffee time.
In strada scartai un cioccolatino e me lo ficcai in bocca. E va bene, sarei diventata brutta, grassa e piena di brufoli, a me non importava. E non importava nemmeno a nessun altro.

  • * *


— Dice che lo prenderemo sul fatto?
— Sì, signora Pecchioli, se c'è un fatto lo prenderemo su quel fatto.
— E dopo?
— Penso che l'eventuale dopo tocchi a lei.
— Non potrebbe picchiarlo? A me non lo permetterebbe mai.
Guardai rassegnata la balena in lacrime che stava consumando i miei kleenex.
— Signora Pecchioli, l'ultima volta che l'ho visto, suo marito stava smontato a mani nude la porta della mia cucina e non era arrabbiato, voleva solo sapere se era il caso di piallarla o no. Palmiro è alto due metri e credo pesi circa duecento chili. Più di una borsettata nelle caviglie non so che altro potrei fare e non se ne accorgerebbe nemmeno.

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Autore: Elena Vesnaver - Data: 18 giugno 2008

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