Il 3 maggio del 1945 i partigiani jugoslavi occuparono la città di Fiume, sul golfo del Quarnero. Lo stesso giorno, un commando dell’Ozna, la polizia politica di Tito, guidata da Oskar Piškulić, uccisero, con lo scopo di intimorire la popolazione, tre capi autonomisti fiumani, Giuseppe Sincich, Nevio Skull e Mario Blasich, antifascisti della prima ora che, come si erano opposti a D’Annunzio nel 1919 e all’annessione di Fiume all’Italia, si opponevano ancor più all’annessione della città alla Jugoslavia. Anni dopo i figli di Giuseppe Sincich si costituirono parte civile nei confronti di Oskar Piškulić dando vita a un processo che, dopo le contrastanti valutazioni del gip, si svolse a Roma, nei suoi vari gradi, dal 1997 al 2004. La sentenza della seconda Corte di Assise, poi confermata dalla Cassazione, avrebbe decretato che Oskar Piškulić, all’epoca ancora vivo, pur colpevole di omicidio continuato aggravato, non potesse scontare la sua condanna per difetto di giurisdizione, a ragione del fatto che Fiume non era più italiana (anche se, per altri, lo fosse ancora, e lo sarebbe stata fino al 15 settembre 1947 in base al Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio dello stesso anno).

Il mio romanzo “Eredità colpevole”, edito da Voland, molto liberamente ispirato a quel processo, inizia a questo punto, con l’omicidio del giudice – mai avvenuto nella realtà – Luigi La Spina, nome di invenzione come quello dell’imputato che da Oskar Piškulić diventa Josip Strčić. L’omicidio, questa la trama, è rivendicato da un fantomatico gruppo di estrema destra, Falange Nera, ma il primo a dubitare della autenticità della rivendicazione è Guido Lednaz, un giornalista figlio di esuli fiumani e nato in un campo profughi, amico del giudice. Lednaz (cognome significativamente palindromo del mio), infastidito dalla politica di estrema destra, abituata ad appropriarsi strumentalmente del dramma degli esuli istriani, fiumani e dalmati, così come arrabbiato con la sinistra, abituata ad accusarli sempre di essere dei fascisti fuggiti dal paradiso titino, dà avvio a una sua personale indagine che lo metterà a contatto con diverse realtà politiche e sociali tra Roma e Trieste, presso eremi ecclesiastici e archivi storici:  dall’Istituto Regionale per la Cultura Istriana, fiumana e dalmata alla Risiera di San Saba, dall’ex manicomio di San Giovanni all’antico ospedale pediatrico Burlo Garofalo, inseguendo, ad ogni ricerca, piste e personaggi che spingeranno il protagonista, non senza incorrere pericoli e intimidazioni varie, a fare i conti con quanto accaduto sul confine orientale negli anni della guerra e di quelli immediatamente del dopoguerra. Al vaglio il difficile rapporto nella lotta antifascista tra partigiani italiani dell’Istria e di Fiume e i partigiani titini, i primi assolutamente contrari, con la liberazione di quelle terre dal nazifascismo, alla loro annessione alla Jugoslavia; i secondi, viceversa, sull’onda dell’entusiasmo per la vittoria, ormai interessati preminentemente all’annessione dell’intera Venezia Giulia alla Jugoslavia socialista, tanto che alla lotta contro il nazifascismo, fecero prevalere quella contro quanti, seppur antifascisti, si opponevano all’annessione, agendo di conseguenza con uccisioni e sparizioni (ben 2100 persone sparirono nei soli 40 giorni di occupazione jugoslava di Trieste). 

In questa indagine, ricca di colpi di scena e in un crescendo di suspense che porta il lettore a non abbandonare mai la lettura per la voglia di venir a sapere come andrà a finire, scorre in filigrana la storia drammatica del confine orientale. Storia sulla quale, a ottanta anni dalla fine della guerra, si scontrano ancora gli opposti estremismi, incapaci – come emerge ogni anno quando, il 10 febbraio, si commemora il Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo -  di fare i conti con la Storia, senza pregiudizi e strumentalizzazioni di sorta. Ma sono convinto che “Eredità colpevole”, forte del suo solido impianto narrativo e, nel solco di un Graham Greene o di un Eric Ambler, agile nella scrittura quanto avvincente nella trama e nella densità dei contenuti,  non sottrae il lettore anche a questa riflessione.