Nel nuovo romanzo di Marcello Fois la vita e le molte morti di Samuele Stocchino, che la leggenda nera del banditismo sardo battezzò «la tigre d'Ogliastra»: figlio devoto, giovane innamorato, eroe di guerra, bandito spietatissimo - un mosaico simbolico per ricostruire La memoria del vuoto.

«Quel bambino ha il cuore a forma di testa di lupo, dice all'improvviso Annìca, ha il cuore spigoloso come quello degli assassini. Antioca le punta il dito contro, ma lo sa che sta combattendo una battaglia già persa.

Dio sparge i cuori a forma di testa di lupo, di scimmia, di pesce, dentro ai petti di certi umani, perché sono cuori senza scelta, col destino scritto».

La storia inizia una notte del gennaio 1902, sotto una luna chiara e fredda. Un semplice torto - un sorso d'acqua negato a due viandanti - e Samuele, che non ha nemmeno sette anni, si trova davanti al suo destino, segnato dalla «solitudine, la morte degli affetti, il ringhio della vendetta»: segnato anche dall'eterno ritorno di quanto è già stato e ha il peso di una rima all'interno dell'esistenza.

A soli sedici anni Samuele Stocchino partecipa alla campagna di Libia, dove il suo corpo impara a uccidere con naturalezza. Nella Grande Guerra rischia più volte di morire e sempre resuscita, con ferocia: «quello che fa paura di lui è che nemmeno la morte lo vuole veramente e lo rimanda indietro».

Quando torna ad Arzana da eroe pluridecorato, il suo dolore muto è pronto a esplodere. C'è di nuovo la luna, il 20 gennaio del 1920, la notte dell'eccidio: una luna maledetta, che sussurra sventure. È solo l'inizio di una lunga serie di delitti che paiono radicati nel passato, nella terra stessa, nel domestico inferno di un cuore con la forma sbagliata. La rabbia di Samuele sembra placarsi solo accanto a Mariangela, «che innamorarsi, per come la vede ora, è un altro terribile modo di perdere se stessi». In una grotta scavata nel ventre della roccia, può ascoltare insieme a lei il suono del bosco che respira e sentirsi invaso da una felicità sorda. Braccato, temuto, imprendibile, nel lungo periodo della latitanza Samuele Stocchino diventa «la tigre d'Ogliastra», una figura epica in bilico tra l'agiografia popolare e la mitologia del banditismo: il terrore dei possidenti che non vogliono abbassare il capo, l'uomo nero che le mamme usano come spauracchio, il bandito su cui, per volontà del Duce, pende la taglia più alta mai fissata per un ricercato. Riecheggerà a lungo nella mente del lettore la voce potente e limpida scelta da Fois per raccontare questa storia, dove i dettagli biografici sfarinano o esplodono trasfigurati dallo sguardo: un impasto linguistico unico, capace di conciliare a ogni riga l'alto e il basso, il punto di vista popolare e quello di «chi sa le cose» in virtù di una sapienza antica, millenaria, che affonda le sue radici nella terra e nel tempo degli uomini. Così la lingua sarda convive con i toni della tragedia greca, il più elementare dei pensieri con la più sublime delle astrazioni, e la scrittura riesce a essere contemporaneamente colloquiale e lirica, umile e metafisica. E la vita di Samuele Stocchino, personaggio storico e leggendario, risulta infine immersa, con una naturalezza originaria, in una vasta narrazione simbolica che è, essa stessa, una domanda senza risposta.

Marcello Fois è nato a Nuoro nel 1960 e vive a Bologna. I suoi libri sono tradotti in molte lingue. Presso Einaudi ha pubblicato Ferro recente, Meglio morti, Dura madre, Piccole storie nere e Sheol. Un suo racconto è presente nell'antologia Crimini.

Marcello Fois, Memoria del vuoto

Einaudi, Supercoralli, 2006

pp. 220

€ 16,50