Autore di diversi romanzi di impianto esistenziale, con riflessioni morali che seguono le azioni e i pensieri dei suoi personaggi, non si discosta da questa linea con l’ultimo romanzo “Nero romano”, sottotitolo “Una storia di sangue e sanpietrini”, edito da Fratelli Frilli e che, pur nettamente rientrando nel genere noir, si caratterizza come romanzo di formazione.

Prendendo liberamente spunto dalla banda della Magliana, segue un percorso tutto suo senza volere assolutamente romanzarne le gesta. Il noir di Marco Proietti Mancini racconta una storia a se, di un gruppo di ragazzi, amici d’infanzia, che un po’ alla volta, crescendo, e quasi del tutto per germinazione spontanea, come trascinati dal facile successo delle loro prime imprese delinquenziali, si ritrovano a tu per tu con una realtà criminale che, come indica lo stesso titolo, ha Roma sullo sfondo. L’io narrante è uno dei componenti della banca, il giovane Mirco, che vive con i genitori e un fratello una vita di stenti ma pur serene. La geografia urbana in cui la banda si muove, paradossalmente, è la stessa della banda della Magliana, cioè Via Chiabrera, Tormarancia, Decima e così via, in realtà corrisponde ai luoghi in cui lo stesso autore ha vissuto e quindi che ben conosce per essersi mosso da ragazzo. E, infatti, non è escluso che Proietti Mancini, non solo nella descrizione dei luoghi, ma anche dalle sue esperienze giovanili tragga il profilo dei componenti della sua banda, tutti figli, più o meno, della piccola borghesia, di cui qualcuno, finita la scuola, da perdigiorno si è ritrovato a fare rapine.

Perché romanzo di formazione, allora? Perché Mirco è uno che, pur celando ai suoi genitori molti aspetti della sua vita, riflette sui propri atti, errori e relazioni. Lo faceva da quando, ragazzino, fumava di nascosto dai genitori, rubando le sigarette al padre, comprandole con gli amici di straforo, e poi qualche piccolo furto e così via via, crescendo, commettendo reati sempre più gravi, fino ad arrivare, ormai adulti, alle rapine vere e proprie, ma sempre, però, nel profondo di se stesso amando e rispettando il padre, la madre e fratello che erano all’oscuro di tutto. Tra l’altro, i suoi amici apparivano pure educati, tanto da non farli sospettare di quanto, una volta lasciati a se stessi, il gruppetto commetteva. E non sarà poco, appunto, quanto commetteranno.

Li seguiremo, infatti, in questo “romanzo criminale” in sedicesimo fino alle estreme conseguenze che non possiamo togliervi il gusto di scoprirle leggendo questo “Nero romano”, immerso in una città – dettaglio non secondario – colta alla fine degli anni Settanta, quando strade e piazze erano luoghi di scontro, di morti ammazzati e scie di sangue tra rossi e neri, necessariamente entrando in una logica gerarchica, che i componenti della banda ormai devono tenere da conto. Dice Mirco: “Farò quello che mi hanno ordinato di fare. Solo una cosa è cambiata, adesso. Se mai dovessi decidere se eseguire un ordine di Sandrino o uno di Stefano che mi dice il contrario, so che mi converrà obbedire a Sandrino”.

Una logica che non darà scampo a Mirco, ma quando se ne accorgerà sarà troppo tardi.